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Editoriali Che fare contro chi spende tanto?

Editoriali Pubblicato il 30 novembre 2017

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> Editoriali Pubblicato il 30 novembre 2017

Per il prodigo non c’è neanche l’amministratore di sostegno se è consapevole delle spese fatte e non ha una infermità mentale.

Uno dei tuoi genitori sta sperperando il suo piccolo patrimonio. Arrivato alla terza età ha deciso di godersi quel che gli resta da vivere e ha iniziato a vendere alcune piccole strisce di terreno per ottenere liquidi da utilizzare in viaggi ed hotel: spese queste che, altrimenti, non avrebbe mai potuto permettersi. La tua preoccupazione si concentra in particolare sul conto corrente (dove c’è ancora una buona parte della buonuscita) e sulla casa in cui abita: la vendita di questi beni potrebbe privare voi figli delle garanzie del futuro. Tua sorella è dell’idea di lasciarlo fare, visto che anche lui ha diritto alla sua vita; del resto terreni e case sono suoi e può farne quello che vuole. A tuo avviso invece va fermato perché, in questo modo, dilapida il patrimonio di famiglia e limita il diritto degli eredi (un giorno) a succedere nei diritti riservati loro dalla legge. Cosa si può fare contro chi spende tanto? Sulla delicata questione si è espresso, di recente, il tribunale di Modena [1]. Vediamo che cosa è stato detto in questa circostanza.

Come avevamo già detto in Come agire contro chi sperpera, secondo il codice civile, quando una persona, con più di 18 anni, spende più di quello che lo stipendio e il patrimonio gli consentono può essere dichiarato dal tribunale «prodigo» (è “prodigo” colui che spende o dona senza misura, oltre i confini della normale generosità). La cosiddetta «prodigalità» è una sorta di infermità mentale che comporta l’inabilitazione (altre cause di inabilità sono, ad esempio, l’eccessivo uso di alcolici, una malattia mentale, ecc.). Grazie all’inabilitazione, viene attivato un procedimento che culmina con la nomina di un «curatore», il quale – da allora in poi – accompagna il prodigo nelle scelte più delicate di gestione del patrimonio come gli atti di straordinaria amministrazione (le vendite ad esempio). Al contrario, gli atti di ordinaria amministrazione possono essere liberamente compiuti dall’inabilitato anche da solo.

Successivamente, però, è intervenuta una riforma che ha un po’ capovolto il senso della dichiarazione di interdizione (per l’incapace) e di inabilitazione (per l’inabile come, appunto, il prodigo). Nell’ottica di lasciare maggior spazio alla persona umana e non limitarne le sue scelte, laddove possibile il giudice deve invece optare per il cosiddetto amministratore di sostegno, una figura molto meno invasiva del tutore (per l’incapace) e del curatore (per l’inabile).

La nomina dell’amministratore di sostegno ha così sostituito l’iniziale previsione del codice civile che, in tema di prodigalità, richiedeva la dichiarazione di inabilitazione. Oggi, pertanto, per chi si chiede che fare contro chi spende tanto, la soluzione appare, a prima vista, semplice: può recarsi in tribunale e, dimostrando un proprio interesse (basterebbe il rapporto di parentela stretta), chiedere al giudice la nomina di un amministratore di sostegno. La procedura è celere, snella e non costosa.

Senonché, sul punto, il Tribunale di Modena ha fornito un importante chiarimento. La nomina dell’amministratore di sostegno (Ads) a una persona che, a causa di una vita di eccessi, dissipa il suo patrimonio in «viaggi, serate, donne» non è così automatica come potrebbe sembrare. Non può infatti influire solo il dato economico della spesa, ossia lo scompenso tra entrate e uscite a far ritenere «prodigo» l’interessato. Per la nomina del cosiddetto Ads (appunto l’amministratore di sostegno), ci deve anche essere un’alterazione delle facoltà psichiche. In buona sostanza, chi spende troppo ma lo fa con consapevolezza (e magari un po’ di imprudenza e sconsideratezza) non può essere soggetto ad Ads. Egli sarà un semplice indebitato nei confronti del quale, tutt’al più, si potrà far ricorso alla procedura di sovraindebitamento (leggi Un giudice può cancellare i debiti?). La prodigalità in sé non è sempre indice di una alterazione mentale. Per cui, secondo il tribunale, bisogna pensare – prima che alla tutela del patrimonio di famiglia – a quella della dignità e della libertà della persona. Il comportamento di chi sperpera il proprio patrimonio, per quanto eticamente riprovevole, rientra nella libertà dell’uomo e, come tale, non può essere giuridicamente compresso.

note

[1] Trib. Modena, decr. del 3.11.2017.

TRIBUNALE DI MODENA (Sezione II° civile)

V.G. ***/2017

sciogliendo la riserva assunta, osserva quanto segue:

I. i figli di F. A. nato a -omissis- il -omissis- 1938 e residente a -omissis- via -omissis-, hanno chiesto la nomina di a.d.s. a suo favore. I ricorrenti hanno evidenziato che il padre, ha dissipato il proprio patrimonio vivendo al di sopra delle proprie possibilità, “spendendo in viaggi, serate, donne”. A causa di questa vita di eccessi, oggi lo stesso risulta impossidente, vive con una modesta pensione (di € 400) in un appartamento comodatogli dal nipote.

II. In fatto risulta pacifico che il F., non è affetto da alcuna patologia psichiatrica, né è stato in cura psichiatrica. Il ricorso richiede nomina di a.d.s. a fronte della condizione prodigale della persona, in quanto “fragile, debole e vittima di vizi che la inducono a sperperare ingenti somme di denaro”.

III. In diritto sorge anzitutto spontaneo domandarsi se la condizione di persona prodigale, non affetta da vizio di mente, legittimi un provvedimento limitativo della capacità di agire.

A questo riguardo, rileva l’elaborazione giurisprudenziale formatasi in materia di prodigalità, quale causa di

Il G.T.

inabilitazione della persona (art. 414, 2° comma, c.c.), che in materia era profondamente divisa.

Un primo orientamento riteneva rilevante ai fine del provvedimento di inabilitazione la c.d. obiettiva prodigalità. In particolare, ribadendo un orientamento risalente nel tempo, secondo cui: “la prodigalità, cioè un comportamento abituale caratterizzato da larghezza nello spendere, nel regalare o nel rischiare, eccessiva rispetto alle proprie condizioni socio-economiche ed al valore oggettivamente attribuibile al denaro, configura autonoma causa di inabilitazione, ai sensi dell’art. 415 comma 2 c.c., indipendentemente da una sua derivazione da specifica malattia o comunque infermità, e, quindi, anche quando si traduca in atteggiamenti lucidi, espressione di libera scelta di vita, purché sia ricollegabile a motivi futili (ad esempio, frivolezza, vanità, ostentazione del lusso, disprezzo di coloro che lavorano, dispetto verso vincoli di solidarietà familiare)” (Cass. 19 novembre 1986, 6805, in Giust. Civ., 1987, I, 327; in Foro it., 1987, I, 823, con nota di MANACORDA, La prodigalità e i suoi possibili rapporti con l’infermità psichica. Un concetto che muta con l’evoluzione storica; in Riv. Not., 1987, 360. Nella giurisprudenza di merito, Trib. Catania, 21 novembre 2007, in Giust. Civ., 2008, 3027, s.m., con nota critica di NAPOLI, La prodigalità nell’inabilitazione).

Secondo invece una più moderna è condivisibile impostazione la prodigalità suppone in primis la patologia mentale, che espone la persona al rischio di un danno economico, dato che la sola compromissione del patrimonio familiare non sarebbe sufficiente a giustificare il provvedimento limitativo della capacità di agire. Dato che, quando l’attività del soggetto risponde ad una consapevole scelta, la sua autonomia non potrebbe essere limitata, anche se risulti compromessa la consistenza patrimoniale.

Una corrente giurisprudenziale segue quest’orientamento, insegnando: “la prodigalità, giustificativa dell’inabilitazione della persona a norma dell’art. 415, comma 2, c.c., ricorre qualora il ripetersi di spese disordinate, nonché sproporzionate alla consistenza patrimoniale della persona medesima, sia ricollegabile non a mera cattiva amministrazione, ovvero incapacità di impostare e trattare vantaggiosamente i propri affare, ma bensì ad una alterazione mentale, che escluda o riduca notevolmente la capacità di valutare il danaro, di risolvere problemi anche semplici di amministrazione, di cogliere il pregiudizio conseguente allo sperpero delle proprie sostanze” (Cass. 13 marzo 1980, n. 1680, in Giur. it., 1980, I, 1, 966, con nota di TRABUCCHI, L’alterazione mentale nella prodigalità dell’inabilitato. In precedenza, in termini, Cass. 10 febbraio 1968, in Giust. civ., 1968, I, 588; in Giur. Sic., 1968, 779).

IV. Quest’ultimo orientamento appare condivisibile, come la più attenta dottrina non ha omesso di sottolineare, affermando che la limitazione della capacità di agire dell’individuo può giustificarsi solo in presenza di un’alterazione delle facoltà mentali, cosicchè “nessuna coerente ricostruzione dell’istituto sarebbe possibile al di fuori dell’equazione: prodigalità= alterazione mentale”. Tutto ciò nell’ottica costituzionale, di riconsiderazione della persona umana, del rispetto della dignità dell’uomo e del divieto di discriminazione della persona per condizioni personali o scelte di vita da essa emergenti, che imporrebbe una profonda revisione della concezione tradizionale dell’inabilitazione per prodigalità.

D’altro canto, se la prodigalità ex art. 415, capoverso, c.c., è una malattia mentale, per logica concatenazione, al

prodigo può essere nominato un amministratore di sostegno col potere di limitare l’assunzione delle obbligazioni e di fissare un limite massimo di spesa (art. 405 c.c.), laddove la persona non sia in grado di curare i propri interessi, in quanto il suo comportamento è idoneo ad arrecare pregiudizio patrimoniale per effetto del compimento di atti depauperativi.

In quest’ottica si è orientato il Tribunale di Modena: “i comportamenti di dilapidazione del proprio patrimonio personale legittimano la nomina di un amministratore di sostegno solo laddove essi espongano a conseguenze dannose le persone verso cui il beneficiario è responsabile” (Trib. Modena 25 settembre 2006, in Giur. Merito, 207, 955, con nota di CENDON, Nota a Tribunale di Modena 25 settembre 2006).

V. Fatte queste doverose premesse metodologiche, appare logico ritenere che al prodigo, il quale sperperi il proprio patrimonio e non sia affetto da patologia psichiatrica di sorta, non è nominabile un amministratore di sostegno, a tenore dell’art. 404 c.c., dato che la norma espressamente condiziona la nomina al riscontro di una “infermità o menomazione psichica”. Il chè ben si spiega nell’ottica di tutela della persona che pervade il nostro ordinamento, secondo una prospettiva costituzionalmente orientata di protezione della dignità e libertà umana, in tutte le sue forme e manifestazioni, anche in quella di sperpero.

In sostanza, il comportamento prodigale, di consapevole dilapidazione del proprio patrimonio, rientra in una sfera di libertà dell’uomo che l’ordinamento non può e non deve comprimere, pena la riemersione di una concezione dello Stato etico; per quanto l’esercizio di tale pretesa libertà

economica sia eticamente e socialmente censurabile e vada censurata, laddove induca allo sperpero ed alla dilapidazione patrimoniale.

VI. Conclusivamente, sul punto, quindi, al F., in quanto persona non menomata psichicamente, per quanto prodiga, non può essere nominato un a.d.s.,

rigetta il ricorso.

Modena, 3 novembre 2017

Si comunichi

P.Q.M.

Il G.T.

(dott. R. Masoni)


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