Professionisti Il giudizio abbreviato e il patteggiamento

Professionisti Pubblicato il 2 dicembre 2017

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Processo penale: i procedimenti speciali. L’udienza preliminare e la convertibilità dei riti.

Premessa

Il modello accusatorio del nostro processo, improntato a principi di garanzia dei diritti di difesa, soprattutto attraverso meccanismi di formazione della prova particolarmente garantiti, è dominato dalla centralità del dibattimento e comporta il rischio di un intasamento dei vari momenti, fasi e gradi del procedimento. Da qui nasce la ricerca di forme procedimentali idonee a deflazionare il sistema processuale, assicurandone celerità e flessibilità. Accanto all’iter ordinario del processo, quindi, il legislatore prevede una varietà di schemi processuali che servono ad assicurare ad ogni singolo processo la via potenzialmente più rapida e conveniente per la sua definizione.

L’iter ordinario di svolgimento del processo è caratterizzato da una successione di fasi: le indagini preliminari, l’udienza preliminare, il dibattimento e la proposizione di eventuali impugnazioni.

In attuazione dei principi di semplificazione, sono previste alternative a tale iter tipico per taluni reati attribuiti al giudice monocratico (mancanza dell’udienza preliminare:

  1. art. 550), nonché in altri casi in cui, per giungere alla decisione, il processo può snodarsi in modo alternativo a quello ordinario secondo diverse tipologie di riti, detti appunto «procedimenti speciali» (artt. 438 e ss.).
  • Taluni riti speciali, in particolare il giudizio immediato (art. 453) ed il giudizio direttissimo (art. 449) prevedono l’assenza dell’udienza preliminare, giustificata dalla superfluità di tale fase di filtro e delibazione preliminare sull’accusa; basti pensare che presupposto dell’immediato è l’evidenza della prova e del giudizio direttissimo, l’arresto in flagranza o la confessione. Alla loro attivazione, però, segue la fase
  • In altri giudizi speciali, invece, non si fa luogo al dibattimento e l’imputato viene giudicato sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del M. Ne sono esempi il giudizio abbreviato (art. 438), l’applicazione della pena su richiesta delle parti (art 444) ed il giudizio per decreto (art. 459). Poiché con il consenso dell’imputato si evita il dibattimento, con evidente deflazione del carico giudiziario e recupero di efficenza del sistema processuale, l’imputato viene «remunerato», in caso di condanna, con uno sconto di pena. Tali riti vengono quindi definiti «premiali» (per il detto beneficio) e di natura inquisitoria. Sono premiali, perché il codice incentiva con misure premiali la collaborazione dello stesso giudicabile alla definizione rapida della sua vicenda, con riduzioni di pena ed altri benefici, concessi in misura fissa (giudizio abbreviato) o variabile, entro un limite prefissato (decreto penale e patteggiamento). In sostanza, se le parti consentono con il rito speciale di rinunciare al rito ordinario, con risparmio di tempo per la giustizia, l’imputato viene premiato con uno «sconto» di pena.

Negli altri casi (giudizio immediato e direttissimo), la semplificazione ed accelerazione del rito (direttamente al dibattimento, senza udienza preliminare) prescinde da sollecitazioni premiali e fa leva su interessi di diversa natura, del P.M. e/o dell’imputato, alla pronta definizione della procedura.

Sono inquisitori in ragione del fatto che l’imputato rinuncia all’acquisizione delle prove nella dialettica del dibattimento, sottoponendosi al giudizio sulla base degli atti delle indagini.

Nei riti speciali ad alternativa inquisitoria, pertanto, vengono valorizzati come prova gli atti delle indagini preliminari e cioè gli atti assunti dalla P.G. e dal P.M. senza contraddittorio tra le parti (cartolarità e non oralità del processo). Tale attenuazione delle garanzie per l’imputato è giustificata dal fatto che è lo stesso accusato a consentire esplicitamente al rito (per l’abbreviato ed il patteggiamento) o implicitamente (nel giudizio per decreto, se, come vedremo, non propone opposizione).

In sintesi, nei riti speciali la maggiore rapidità del processo è assicurata dalla soppressione, a seconda dei casi, delle indagini preliminari (nel giudizio direttissimo), dell’udienza preliminare (nel giudizio immediato, nel giudizio direttissimo, nel giudizio per decreto), del dibattimento (nel giudizio abbreviato, nel patteggiamento, nel giudizio per decreto); infine, come vedremo vi sono limitazioni alla possibilità di appello della sentenza mai, però, del ricorso per cassazione, diritto costituzionalmente insopprimibile (art. 111 Cost.).

L’ampia varietà di procedimenti alternativi implica un potere di scelta, attribuito alle parti, tra i diversi tipi, ciò coerente al sistema accusatorio (che è un sistema di parti). Spetta al P.M. l’iniziativa del giudizio immediato, di quello direttissimo e del giudizio per decreto; all’imputato l’iniziativa per il rito abbreviato e del giudizio immediato nell’ipotesi di cui all’art. 458, c. 3; ad entrambe le parti, su loro accordo, il patteggiamento. Sulla correttezza della scelta del rito vigila, come vedremo, il giudice.

I procedimenti speciali, l’udienza preliminare e la convertibilità dei riti

 L’udienza preliminare è quella che segue la richiesta di rinvio a giudizio del P.M. (art.416) che è il modo ordinario di esercizio dell’azione penale. Come già visto, tale udienza ha una funzione di «filtro» dell’accusa ed è destinata ad una decisione preliminare sul merito dell’imputazione, con il decreto che dispone il giudizio ovvero con la sentenza di non luogo a procedere.

Nei procedimenti speciali manca la celebrazione di detta udienza, ma per due di essi, il rito abbreviato ed il patteggiamento, l’udienza preliminare è il sito naturale ove avanzare la richiesta di rito alternativo.

Ma anche quando la richiesta di procedersi con rito speciale venga avanzata in sede di udienza preliminare, quest’ultima non avrà più il suo consueto sbocco, in quanto sfocia necessariamente in una pronuncia di condanna o di proscioglimento che si sostituisce a quella che sarebbe stata adottata in un eventuale dibattimento di primo grado.

In sintesi, quindi:

  • nel giudizio abbreviato e nel procedimento di applicazione della pena concordata (cd. patteggiamento) si ha una udienza innanzi al giudice, solo vagamente assimilabile all’udienza preliminare, ma con finalità diverse; manca, invece, del tutto la udienza dibattimentale. Fortemente limitata è la possibilità di un giudizio di appello della sentenza (artt. 443 e 448);
  • nel procedimento per decreto penale, se manca l’opposizione del condannato, non si avrà né udienza innanzi al U.P., né dibattimento; se vi è opposizione, si celebrerà il dibattimento, od uno degli altri riti alternativi (abbreviato, patteggiamento), a scelta dell’opponente;
  • nei residui precedimenti speciali, i giudizi immediato e direttissimo, non è contem plata alcuna udienza innanzi al U.P., ma direttamente quella dibattimentale, nella cui sede il procedimento ordinario può convertirsi in abbreviato o patteggiamento

I riti speciali come già osservato, comportano rinuncia a segmenti, fasi o gradi dell’ordinario procedimento; tale potere di rinuncia talvolta rientra nella discrezionalità esclusiva del P.M. o dell’imputato e talora in quella comune a P.M. ed accusato; mai siffatto potere spetta al giudice, perché costui regola il conflitto tra le parti, ma non può disporre dello strumento processuale azionato dalle parti.

In ultimo, è da chiarire che i procedimenti speciali non sono solo alternativi al rito ordinario, ma sono spesso anche alternativi tra loro. Il favore per i riti speciali, giustificato dalla loro maggiore semplicità e celerità, comporta che essi possono essere sin dall’inizio azionati in luogo del processo ordinario, più complesso e farraginoso e possono subentrare ad esso, entro i limiti compatibili con lo stadio di esso. Mai i procedimenti speciali possono trasformarsi, invece, in processo ordinario, purché, ovviamente, essi siano stati validamente azionati.

Sicché il procedimento è convertibile secondo una duplice direzione: da una parte, dal giudice dibattimentale verso un rito speciale: il giudizio direttissimo e quello immediato possono trasformarsi in giudizio abbreviato od in applicazione di pena concordata (patteggiamento); dall’altro il giudizio per decreto, a seguito di opposizione del condannato, può trasformarsi in ordinario giudizio dibattimantale.

Il limite alla convertibilità interna ai riti speciali è costituito dalla non reiterabilità, per la stessa parte, dell’esercizio del relativo diritto (ne bis in idem).

La scelta di un determinato rito speciale consuma, per il suo autore, il diritto di sceglierne altro (electa una via, non datur recursus ad alteram). Il diritto si considera, però, consumato solo se il giudice ha ritenuto ammissibile la scelta e, quindi, si veri fica solo quando risulti concretamente attivato il rito prescelto (ad es., una richiesta di patteggiamento disattesa, non impedisce alla stessa parte la successiva richiesta di giudizio abbreviato).

Pertanto, in particolare, quando l’attivazione di un rito speciale dibattimentale non premiale (giudizio direttissimo e giudizio immediato) risale alla unilaterale iniziativa del P.M., spetta sempre all’imputato scegliere un rito premiale (giudizio abbreviato e patteggiamento), non potendo l’iniziativa dell’accusa privarlo di benefici cui non abbia implicitamente già rinunciato (artt. 446 c. 1, 452 c. 2 e 458 c. 2). Ma l’imputato che abbia prescelto un rito speciale, non può poi adire un rito speciale diverso: ad es. se l’imputato ha richiesto di essere giudicato con il rito abbreviato, non può richiedere la sua conversione in patteggiamento [1].

 

Il giudizio abbreviato

 Il giudizio abbreviato, nella sua configurazione tipica, è un giudizio di merito sulla colpevolezza od innocenza dell’imputato, che ha luogo nell’udienza preliminare (art. 438), ovvero in sede di conversione di altro rito speciale (v. artt. 452, c. 2, 458, 461 c. 3, 555, c. 2). Esso è caratterizzato dal fatto che esclude il dibattimento e quindi l’acquisizione delle prove nella dialettica tra le parti, utilizzandosi ai fini probatori gli atti contenuti nel fascicolo del P.M., raccolti nel corso delle indagini preliminari.

L’abbreviazione di giudizio in questione presuppone che il P.M. abbia già formulato l’incolpazione con l’esercizio dell’azione penale (art. 405), richiedendo al giudice la celebrazione dell’udienza preliminare od altro rito, non essendo concepibile da parte dell’indagato una autoassunzione, per volontà propria, della qualità di imputato e la conseguenziale richiesta di giudizio, in mancanza di imputazione elevata dall’organo di accusa.

Poiché il giudizio abbreviato comporta rinuncia alla fase dibattimentale ed alle sue garanzie, la facoltà di rinunciarvi spetta esclusivamente all’imputato. Il P.M. non è titolare di tale facoltà ed a seguito della riforma introdotta dalla legge 479/1999 (cd. legge «Carotti»), non ha più neanche il potere di di consentire o meno alla scelta del rito (salva l’ipotesi di cui al comma 5 dell’art. 438 che vedremo). Nello stesso modo la richiesta dell’imputato non è sindacabile da parte del giudice, il quale ha l’obbligo di accogliere la richiesta di giudizio abbreviato avanzata dall’imputato (salva anche qui l’ipotesi di cui al comma 5 dell’art. 438) [2].

La richiesta di giudizio abbreviato determina la sanatoria delle nullità (relative ed a regime intermedio, non di quelle assolute) e la non rilevabilità delle inutilizzabilità, salve quelle derivanti dalla violazione di un divieto probatorio. Inoltre preclude ogni questione sulla competenza per territorio del giudice.

La ragione per la quale l’imputato è indotto a rinunciare al dibattimento, chiedendo di essere giudicato immediatamente, normalmente innanzi al GIP, consiste nel fatto che l’abbreviato è un rito premiale, sicché, in caso di condanna, egli beneficia di una ridu zione di pena [3] secca di un terzo per i delitti, della metà per le contravvenzioni (art. 442, c. 2 nel caso in cui fosse prevista la pena dell’ergastolo, essa è sostituita dalla reclusione di anni 30; nel caso di ergastolo con isolamento diurno — art. 72 c.p. —, essa è sostituita con l’ergastolo senza isolamento) [4].

Una volta, quindi, che il P.M. abbia formalizzata l’imputazione, l’accusato ha sempre il diritto di chiedere il giudizio abbreviato, sia in sede di udienza preliminare che di conversione di altro rito: pertanto anche in caso di giudizio direttissimo instaurato dal P.M. (art. 452, c. 2), di giudizio immediato (art. 458), di opposizione a decreto penale (art. 461, c. 3), di citazione diretta a giudizio (art. 555, c. 2) l’imputato può ottenere di essere giudicato con il rito abbreviato.

Il giudizio abbreviato, venendo celebrato in momento anticipato rispetto all’ordinario dibattimento, si appalesa come scelta del modo di procedere, tanto che esso è anche qualificato come «patteggiamento sul rito» in contrapposizione al patteggiamento sulla pena (applicazione di pena concordata: art. 444).

In ordine alla possibilità per l’imputato di richiedere un giudizio abbreviato «parziale», la giurisprudenza si è pronunciata negativamente, specificando che la richiesta di rito abbreviato in relazione ad alcuni dei reati contestati è ammissibile soltanto qualora l’imputato richieda, per i residui reati, l’applicazione della pena concordata, atteso che, in tal modo, non viene eluso il fine di deflazione processuale del giudizio speciale [5].

A seguito della riforma introdotta dalla legge 479/99, l’imputato ha la possibilità di avanzare due tipi di richiesta di giudizio abbreviato:

  • giudizio abbreviato ordinario, ai sensi del primo comma dell’art. 438, in ordine a cui il M. non può esprimere alcun dissenso ed il giudice è obbligato a celebrarlo;
  • giudizio abbreviato «condizionato», che è una novità introdotta dalla legge 479/99, che consente all’imputato di subordinare la sua richiesta di giudizio abbreviato ad un’integrazione probatoria da effettuarsi in udienza innanzi al È onere del richiedente indicare le fonti di prova da assumere, relativamente alle quali la norma non opera preclusioni.

A fronte della richiesta il giudice non è obbligato a disporre il giudizio abbreviato, ma può rigettare l’istanza o quando le prove richieste siano da lui ritenute irrilevanti od inammissibili, ovvero quando l’assunzione di esse determinerebbe un appesantimento dell’iter dell’udienza incompatibile con la sua natura di rito agile e la sua funzione di economia processuale e deflattiva del carico giudiziario (a cui è connessa la «premialità» del rito) [6]. In caso di accoglimento dell’istanza di giudizio abbreviato e dell’integrazione probatoria, il P.M. è ammesso a richiedere prova contraria. Nel formulare la richiesta l’imputato, in previsione di un eventuale rigetto, può chiedere in via subordinata il rito abbreviato ordinario o il patteggiamento. In entrambi i tipi di rito abbreviato deve essere sempre ammesso l’interrogatorio dell’imputato che ne faccia richiesta, essendo tale facoltà espressione del diritto all’autodifesa, la cui compressione determina una nullità a regime intermedio [7]. All’assunzione delle prove si procede ai sensi dell’art. 422, c. 2, 3 e 4, previsto per l’udienza preliminare [8] [9].

 

Un aspetto saliente del giudizio abbreviato, prima della riforma introdotta dalla «Carotti», era la sua natura di giudizio «allo stato degli atti». Infatti, poiché esso si instaurava dopo la chiusura delle indagini e l’esercizio dell’azione penale, ne derivava che gli atti che il giudice doveva valutare per il giudizio erano essenzialmente quelli raccolti nel corso indagini preliminari, ed in sede di giudizio abbreviato sussisteva divieto di qualsiasi acquisizione probatoria in udienza.

La riforma della legge 479/99 ha introdotto la possibilità di acquisizione di nuove fonti di prova in udienza, sicché il giudizio abbreviato non è più necessariamente un giudizio allo stato degli atti.

I casi di acquisizione sono due:

  • quando l’imputato ha richiesto il giudizio abbreviato «condizionato» ad una integrazione probatoria ed il giudice abbia accolto la richiesta;
  • quando una volta ammesso il giudizio abbreviato, il giudice ritiene di non poter decidere allo stato degli atti, in quanto necessita un’integrazione probatoria finalizzata ad acquisire «gli elementi necessari» per la decisione. In tali casi per l’assunzione delle prove si procede ai sensi dell’art. 422, c. 2, 3 e 4, previsto per l’udienza preliminare.

Circa le modalità di svolgimento del giudizio abbreviato, esso segue, in sintesi, le seguenti cadenze: l’imputato avanza la richiesta [10] [11] ed il giudice ammette il rito (o rigetta la richiesta) con ordinanza (art. 438, c. 4); se l’imputato ha chiesto l’abbreviato immediatamente dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice deve provvedere solo dopo che sia decorso un termine eventualmente richiesto dal pubblico ministero (non superiore a sessanta giorni), per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa con facoltà per l’imputato, in tal caso, di revocare la richiesta; l’udienza si tiene in camera di consiglio, senza pubblico, salvo che vi sia richiesta di pubblica udienza da parte di tutti gli imputati (art. 441, c. 3); essa si svolge secondo le norme dettate per l’udienza preliminare (art. 441, c. 1); è ammessa la costituzione di parte civile ma questa non ha facoltà di interloquire nella scelta del rito, non essendo legittimata a dissentire; è data al giudice, come visto, la possibiltà di disporre un’integrazione probatoria ove necessario ovvero quando trattasi di giudizio abbreviato «condizionato»; di regola è inammissibile la modifica dell’imputazione (art. 441, c. 1), ma nel caso in cui vengano assunte nuove fonti di prova, può procedersi alla modifica dell’imputazione o alla contestazione suppletiva come previsto dall’art. 423 (v. artt. 438, c. 5 e 441, c. 5).

In tale ultimo caso è previsto che l’imputato possa revocare la richiesta di giudizio abbreviato, chiedendo di procedersi con le forme ordinarie (celebrazione dell’udienza preliminare o del dibattimento, a seconda dei casi) [12].

La ratio di tale nuova disposizione è quella di consentire all’imputato di non rinunciare alle garanzie del dibattimento in presenza di un’accusa diversa da quella contestatagli allorché aveva richiesto il rito speciale.

Il terzo comma dell’art. 441bis, prevede anche che il giudice, su richiesta dell’imputato, gli conceda un termine, non superiore a dieci giorni, per decidere se avanzare o meno la richiesta di revoca, ovvero di presentare un’integrazione della difesa [13].

All’esito dell’udienza, e dopo la discussione delle parti, il giudice [14] emette la sentenza, la cui motivazione, tenuto conto dell’inquisitorietà del rito, si baserà sugli atti delle indagini preliminari e sulle fonti di prova acquisite eventualmente in udienza, in sede di integrazione probatoria (art. 442, c. 1bis) [15]. La sentenza potrà essere di assoluzione o di condanna (art. 442, c. 1). In tale ultimo caso nel calcolo della pena deve essere conteggiata la riduzione di un terzo come «premio» per l’imputato il quale ha consentito di evitare il dibattimento con il conseguente dispendio di tempo ed energie processuali [16].

Infine, l’esigenza di deflazione del sistema processuale, che sta a fondamento del rito in esame, comporta che sono fissati precisi limiti alla facoltà di proporre appello. La sentenza di proscioglimento può essere appellata dal P.M. [17], ma non dall’imputato, salvo che il proscioglimento sia stato determinato da difetto di imputabilità per vizio totale di mente [18].

La sentenza di condanna può essere appellata dall’imputato, ma non dal P.M. a meno che non sia stato modificato il titolo di reato (es. nella condanna l’originaria imputazione di omicidio volontario sia stata derubricata in omicidio preterintenzionale). La parte che non può appellare può, ovviamente, proporre ricorso per cassazione.

Il «patteggiamento»

Il procedimento speciale, denominato applicazione della pena su richiesta delle parti, è meglio noto come «patteggiamento»; esso presuppone un accordo sulla entità della pena da irrogare ed implicitamente anche sull’affermazione di colpevolezza [19]

La richiesta di patteggiamento può essere formulata nel corso delle indagini preliminari (art. 447) ovvero nel corso dell’udienza preliminare fino a che non siano state presentate le conclusioni (art. 446, c. 1).

Nell’ipotesi in cui, invece, sia stato attivato un rito speciale, in caso di giudizio direttissimo, l’istanza può essere avanzata fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento; in caso di emissione del decreto di giudizio immediato, entro 15 giorni dalla notifica del decreto [20] in caso di decreto penale, con l’opposizione (art. 461, c. 3). Il patteggiamento, se interviene nella fase delle indagini preliminari o della udienza preliminare, comporta rinuncia al dibattimento; se sopravviene in limine litis in dibattimento (a seguito di giudizio immediato o direttissimo), vale a mutare l’oggetto di questo, dovendosi limitare, il giudice, a valutare le questioni prospettategli dalle parti (qualificazione giuridica, circostanze e comparazione, entità della pena), senza necessità di un positivo accertamento della responsabilità del giudicabile, salva la generale ipotesi dell’obbligo di immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità (art. 129). Pertanto, il risparmio di attività processuali è variabile a seconda del momento in cui si verifica l’accordo sulla reità e sulla pena da applicare.

La ragione per la quale l’imputato può essere indotto a richiedere il patteggiamento, ovvero ad aderire ad una proposta in tal senso fattagli dal P.M., può essere quella di evitare il dibattimento e l’irrogazione di una pena, in caso di condanna, di cui non è in grado di prevedere l’entità.

La deflazione processuale conseguente al patteggiamento rende meritevole l’imputato di una sconto di pena in misura variabile: diminuzione fino al limite di un terzo [21] trattasi, pertanto, di un rito premiale [22].

L’istituto ha avuto un’ampliamento della sua sfera di applicazione con la legge 12-62-003, n. 134 (cd. patteggiamento allargato), che ha inciso in modo rilevante sull’originaria disciplina.

Condizioni per addivenire al patteggiamento sono tre:

  • l’accordo dell’imputato [23] e del M. sulla pena da applicare (proposta di una delle parti, consenso dell’altra) [24]
  • quantità di pena pattuita non eccedente i cinque anni di pena detentiva (compresa la diminuente del rito e senza tener conto della eventuale pena pecuniaria: (444, c. 1).
  • Per i reati previsti dall’art. 51, c. 3bis e quater, c.p.p.; nonché per i reati di violenza sessuale, prostituzione e pornografia minorile; ovvero per gli imputati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza o per quelli a cui è contestata la recidiva di cui al 4 comma dell’art. 99 c.p. [25] il patteggiamento può essere concesso solo nei limiti di pena di due anni (art. 444, c. 2);
  • nei procedimenti per i delitti contro la A. (di cui agli artt. 314, 317, 318, 319, 319ter, 319quater e 322bis del codice penale) l’ammissibilità della richiesta è subordinata alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato [26]
  • provvedimento di accoglimento della richiesta da parte del giudice (art. 448) [27]

Circa la scelta del rito le parti hanno piena autonomia negoziale; sicché la loro scelta non è sindacabile. Però il patteggiamento investe anche un problema di merito (valutazione implicita di reità o quantomeno di assenza di cause di non punibilità, nonché di quantificazione della pena). È compito del giudice, per decidere sull’accoglimento od il rigetto della richiesta di patteggiamento.

Egli può ratificare o meno l’accordo, ma non può modificarlo, né integrarlo [28]; né può basarsi su atti diversi da quelli già acquisiti nel fascicolo del P.M.

Il giudice deve statuire «allo stato degli atti», rebus sic stantibus, prendendo così cognizione delle risultanze delle indagini preliminari e utilizzandone gli atti. La cartolarità del procedimento comporta che all’udienza fissata per la decisione è facoltativa la presenza del P.M. e del difensore dell’imputato, i quali potrebbero non comparire, non avendo nulla da aggiungere all’accordo stipulato.

Per valutare l’accoglibilità del patteggiamento, il giudice deve fare una duplice valutazione:

  • di correttezza della qualificazione giuridica del fatto-reato contestato, della valutazione delle circostanze e loro comparazione, della congruità della pena patteggiata per la finalità rieducativa dell’imputato (art. 27 );
  • l’assenza di cause di non punibilità che imporrebbero l’immediato proscioglimento dell’imputato (nonostante la richiesta di patteggiamento), ai sensi dell’art. 129 c.p.p. [29];

Invero un sistema giuridico ispirato al principio della legalità sia per le previsioni di reato, sia per la misura e specie della pena (art. 25 Cost.), anche in materia di patteggiamento spetta al giudice, non sussistendo potestà dispositiva o negoziale delle parti (P.M. e imputato), dichiarare sempre la non punibilità dell’imputato ex officio pur quando questi avesse accettato la condanna patteggiata (art. 129); spetta pure al giudice verificare se il giudicabile abbia volontariamente e validamente espresso la richiesta o il consenso (volontarietà) a base del patteggiamento. Nel merito di questo, spetta a lui (jura novit curia) controllare l’esattezza e correttezza della qualificazione giuridica del fatto operata dalle parti e della applicazione e comparazione delle circostanze prospettate dalle parti.

Tenuto conto dell’essenzialità dell’accordo per la praticabilità del patteggiamento, il P.M. è tenuto a motivare il suo dissenso (art. 446, c. 6), in modo tale da non precludere senza ragione all’imputato la possibilità di beneficiare dello sconto di pena previsto per tale rito. Pertanto, se l’iniziale rifiuto di consenso frapposto dal P.M. vale, sul piano procedurale, ad impedire l’adozione formale dello schema speciale in questione e se quindi il rifiuto del rito speciale ne ostacola l’adozione; tuttavia, l’ingiustificata posizione negativa di consenso del P.M. non può valere ad impedire, nel merito, l’accoglimento della richiesta di patteggiamento, ad opera del giudice dibattimentale. Sicché in tal caso all’esito del dibattimento il giudice o anche quello dell’impugnazione, se ritiene che il diniego di consenso del P.M. sia stato ingiustificato, può egualmente concedere la riduzione di pena (art. 448, c. 1, seconda parte).

Il giudice, invece può, anche prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, applicare la pena per cui è stato richiesto il patteggiamento solo se sopravviene il consenso del P.M. in origine mancante [30].

La parte civile eventualmente costituita non ha invece veste per opporsi, né in rito, né nel merito, al patteggiamento; questo, invero, concerne la pretesa penale, cui essa è estranea. Pertanto, il giudice non decide sull’azione civile, che può autonomamente proseguire nella sua naturale sede (art. 444, c. 2). L’imputato a cui è applicata la pena è tenuto comunque a rifondere alla parte civile le spese sostenute per la costituzione (art. 444, c. 2) [31];. La costituzione di parte civile non è ammissibile, nell’udienza fissata in sede di indagini preliminari per verificare il consenso delle parti al patteggiamento (art. 447 c.p.p.) [32].

Una volta raccolto l’accordo delle parti e fatta una valutazione positiva della richiesta, dopo un’udienza in camera di consiglio (art. 447), il giudice deve emanare la sentenza di applicazione della pena (artt. 444, c. 2 e 448).

Circa la natura giuridica della sentenza di patteggiamento, in passato si riteneva fosse una pronuncia giurisdizionale sui generis, non catalogabile come sentenza di condanna, se non per il fatto di contenere l’applicazione di una pena. La più recente giurisprudenza, anche tenuto conto di alcune novità normative, ritiene che la sentenza di patteggiamento sia equiparata ad una sentenza di condanna [33].

La sentenza di applicazione della pena, quando però essa non supera i due anni di pena detentiva, comporta per l’impuatato rilevanti benefici, oltre lo sconto di pena. Infatti, per favorire al massimo il patteggiamento, per essere questo il procedimento speciale che arreca maggiore economia processuale e potenzialmente quello più favorevole all’accusa (implicita ammissione di colpevolezza ed accettazione della pena), il codice ha previsto ulteriori premialità (art. 445):

  • l’esclusione del pagamento delle spese processuali [34];
  • l’esclusione della possibilità di applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza, con esclusione però della confisca [35];
  • la possibiltà di applicazioni di sanzioni sostitutive [36];
  • inoltre, anche se la pena applicata supera i due anni e raggiunge il limite di cinque, sono esclusi gli effetti pregiudizievoli nei connessi giudizi civili e amministrativi (art. 445), ma nei giudizi disciplinari innanzi alle pubbliche autorità, la sentenza fa stato nei limiti di cui all’art. 653 [37].

Altri aspetti premiali sono rappresentati dalla previsione di estinzione del reato, se la pena applicata non supera i 2 anni, e di ogni altro effetto penale (ad es. per la recidiva) dopo il decorso di un certo intervallo di tempo dalla pronuncia della sentenza sul patteggiamento. Lo spatium temporis è calibrato sulla durata prevista (cinque anni per delitti, due per contravvenzioni).

Con la sentenza il giudice può concedere la sospensione condizionale della pena (art. 163 c.p.) se non sussistono condizioni ostative alla concedibilità del beneficio (inesistenza di ostacoli giuridici ed esattezza nel merito della prognosi di futura astensione da reiterazioni criminose).

A proposito dell’istituto della sospensione, è da rilevare che essa non può essere concessa di ufficio dal giudice [38], dovendosi questi attenere ad una mera operazione di controllo dell’operato delle parti. Queste possono, però, inserire nel quadro del loro accordo la concessione della sospensione della pena, sempre se il giudice la riterrà effettuabile. La previsione della sospensione può essere, infine, apposta come condizione essenziale, dirimente dell’accordo, sicché se il giudice riterrà inaccoglibile tale punto dell’accordo, verrà meno la stessa efficacia del patteggiamento (art. 444, c. 3). La sentenza di patteggiamento è inappellabile, salvo nei casi in cui il P.M. abbia espresso il proprio dissenso al patteggiamento (Sez. Un. 36084/2005), ma ricorribile in cassazione per motivi di legittimità (art. 448).

In passato il pubblico ministero e l’imputato potevano proporre il ricorso per tutti i motivi previsti dall’art. 606 c.p.p.; la legge 103/2017, introducendo il comma 2bis nell’art. 448, ha però sensibilmente ridotto l’ammissibilità del ricorso, limitandola alle seguenti ipotesi [39]:

  • per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato (es. richiesta avanzata dal difensore non munito di procura speciale);
  • al difetto di correlazione tra la richiesta e la sentenza (es. se il giudice qualifica diversamente il fatto, rispetto a quanto contestato dal M. con l’esercizio dell’azione penale);
  • all’erronea qualificazione giuridica del fatto e all’illegalità della pena o della misura di sicurezza (es. l’accordo è raggiunto su un fatto considerato come delitto consumato, mentre ictu oculi emerge che trattasi di un delitto tentato).

 

note

[1] Sul punto la giurisprudenza di legittimità è consolidata: Cass. Sez. Un. 23-12-1994, n. 12752, rv. 199397.

[2] Secondo la formulazione dell’art. 438, anteriore alla riforma della legge «Carotti» n. 479/99, il giudizio abbreviato poteva essere celebrato solo se il P.M. consentiva alla trasformazione del rito; inoltre il giudice poteva non accogliere la richiesta nel caso in cui avesse ritenuto non decidibile il processo allo stato degli atti (cioè in base alle fonti di prova inserite nel fascicolo del P.M.) e necessario il dibattimento per un approfondimento istruttorio. Sulla nuova disciplina del rito abbreviato, sono stati sollevati dubbi di costituzionalità, in particolare per l’abolizione della necessità del consenso del P.M. e per l’assenza di un potere delibativo del giudice. La Corte li ha però risolti in modo negativo (C. Cost. 9-5-2001, n. 115).

[3] La diminuente prevista dall’art. 442 non costituisce una circostanza attenuante in senso tecnico, in quanto ha natura e funzione diversa dalle circostanze del reato. Ne consegue che essa non entra nel giudizio di comparazione, può essere considerata rilevante ai fini della determinazione della pena per individuare il tempo necessario alla prescrizione del reato, ai sensi dell’art. 157, c. 2, c.p.: Cass. Sez. Un. 24-7-1991, n. 7707.

[4] La riduzione di pena conseguente alla scelta del rito abbreviato si applica dopo che la pena è stata determinata in osservanza delle norme sul concorso di reati e di pene stabilite dagli artt. 71 c.c., fra le quali vi è anche la disposizione limitativa del cumulo materiale, in forza della quale la pena della reclusione non può essere superiore ad anni trenta (Cass. Sez. Un. 6-12-2007, n. 45583).

[5] Cass. 22-1-2011, n. 2251.

[6] Il diniego del GUP o del GIP di ammissione al rito abbreviato condizionato, può essere sindacato dal giudice del dibattimento, il quale se valuta immotivato il diniego può applicare, in caso di condanna, lo sconto di pena previsto per il rito abbreviato, a condizione che detta richiesta sia stata rinnovata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. Analogamente potrà fare il giudice dibattimentale, nelle ipotesi di giudizio direttissimo e citazione diretta, quando, formulata innanzi a lui la richiesta di abbreviato, si accorga di averla erroneamente rigettata (Cass. Sez. Un. 18-11-2004, n. 44711; Cass. I, 13-1-2005, n. 3003; v. anche Corte Cost. 15-3-2002, n. 54 e 23-5-2003, n. 169).

La richiesta di applicazione della diminuente in dibattimento, se non proposta nel giudizio di primo grado, non può però essere avanzata dall’imputato per la prima volta in appello (Cass. I, 3-2-2004, n. 4054).

[7] Cass. II, 2-3-2006, n. 7574.

[8] L’ordinanza che ammette il giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria non è revocabile nel caso in cui l’acquisizione della prova dedotta in condizione divenga impossibile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte, atteso che il vincolo di subordinazione insito nella richiesta condizionata è utilmente assolto con l’instaurazione del rito e con l’ammissione della prova sollecitata dall’imputato (Cass. Sez. Un., 24-102012, n. 41461).

[9] La giurisprudenza ha precisato che i termini di durata massima della custodia cautelare per la fase del giudizio abbreviato, anche nella ipotesi di rito non subordinato ad integrazione probatoria e disposto a seguito di richiesta di giudizio immediato, decorrono dall’ordinanza con cui si dispone il giudizio abbreviato e non dall’emissione del decreto di fissazione dell’udienza di cui all’art. 458, co. 2, c.p.p. (Cass. Sez. Un. 28-7-2011, n. 30200).

[10] La richiesta di rito abbreviato può essere presentata anche a mezzo di procuratore speciale (ad es. lo stesso difensore, con procura speciale conferitagli dall’imputato e dallo stesso difensore autenticata): v. art. 438, c. 3.

[11] Non necessita procura speciale, se il difensore avanza la richiesta in udienza e l’imputato presente nulla obietta (Cass. Sez.Un. 5-3-2008, n. 9977).

[12] In caso di revoca della richiesta di giudizio abbreviato, ai sensi del comma 4 dell’art. 441bis (come modif. dal D.L. 341/2000), se si tratta di processo con imputato in stato di custodia cautelare, per evitare la decorrenza dei termini, si applica l’istituto della regressione di cui all’art. 303, comma 2, c.p.p.

[13] In caso di revoca il processo prosegue in via ordinaria. Poiché, però, il giudizio abbreviato può essere chiesto anche in trasformazione di altri riti speciali, altre disposizioni normative regolano la revoca, se essa interviene in una sede diversa dall’udienza preliminare trasformata in giudizio abbreviato.

In sintesi:

  • se la revoca interviene nell’udienza preliminare, il giudice dispone che essa sia fissata o proseguita (art. 441bis, c. 4);
  • se interviene nel giudizio direttissimo, il giudice revocata l’ordinanza ammissiva dell’abbreviato, fissa il giudizio direttissimo (art. 452, c. 2);
  • se interviene allorché era stato disposto il giudizio immediato, il giudice fissa nuovamente l’immediato (art. 458, c. 2);
  • se interviene dopo opposizione a decreto penale, il giudice fissa il giudizio dibattimentale conseguente all’opposizione (art. 464, c. 1).
  • Dette disposizioni sono osservate anche nel giudizio abbreviato svolto in sede di rito monocratico (art. 556, c. 2.).

[14] Per garantire l’assoluta terzietà del giudice chiamato a pronunciarsi sul rito abbreviato, la Corte Costituzionale è intervenuta numerose volte, incidendo sull’art. 34 c.p.p. disciplinante le ipotesi di incompatibilità del giudice. Nel testo dell’articolo 34, inoltre, è stato inserito il comma 2bis (dalla legge 51/98) che non consente a chi ha svolto funzioni di GIP in un procedimento, di svolgere funzioni giudicanti (ud. preliminare, rito abbreviato, dibattimento etc.) nel medesimo processo.

[15] Nel giudizio abbreviato non sono utilizzabili prove illegittimamente acquisite, la cui nullità sia rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento (Cass. Sez. Un. 30-6-2000, n. 16).

[16] In caso di concorso di reati, la riduzione di pena conseguente alla scelta del rito abbreviato si applica dopo che la pena è stata determinata in osservanza delle norme sul concorso di reati e di pene stabilite dagli artt. 71 ss. cod. pen., fra le quali vi è anche la disposizione limitativa del cumulo materiale, in forza della quale la pena della reclusione non può essere superiore ad anni trenta (Cass. Sez. Un. 6-12-2007, n. 45583).

[17] Va ricordato che con la legge 46/2006 era stata prevista la inappellabilità per il P.M. delle sentenze di proscioglimento emesse in sede di giudizio abbreviato. Tale limitazione era stata ritenuta irragionevole e sulla questione è intervenuta la Corte Costituzionale che, con sentenza n. 320 del 20-7-2007, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2 della legge 46/2006 nella parte in cui esclude che il pubblico ministero possa appellare contro le sentenze di proscioglimento emesse all’esito del giudizio abbreviato. Pertanto dopo l’intervento della Corte, è stato ripristinato il potere del P.M. di appellare le sentenze di proscioglimento, mentre permane, invece, per l’imputato, non essendo stata toccata, tale parte dell’art. 2 della legge 46, dalla sentenza della Consulta.

[18] In tal senso si è pronunciata la Corte Costituzionale, con la sentenza 29-10-2009, n. 274, che ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 443 c.p.p. laddove non consentiva all’imputato di appellare la sentenza in caso di assoluzione per vizio totale di mente.

[19] La richiesta di applicazione della pena da parte dell’imputato non può valere come rinuncia alla prescrizione, in quanto l’art.157, comma settimo, c.p.p. richiede la forma espressa, che non ammette equipollenti. Pertanto, qualora il giudice del patteggiamento non rilevi l’intervenuta prescrizione, l’errore può essere dedotto con ricorso in cassazione (Cass. Sez. Un., 25-2-2016, n. 18953).

[20] Nel caso in cui venga richiesto il patteggiamento dopo la notifica del decreto di giudizio immediato, sull’istanza deve pronunciarsi il giudice del dibattimento e non il G.I.P.; infatti, l’art. 458 esplicitamente stabilisce che «nel giudizio immediato, il giudice, se ricorrono le condizioni per accogliere la richiesta pronuncia immediatamente sentenza», lasciando trasparire che è l’udienza dibattimentale la sede per tale decisione.

[21] La dizione normativa la quale prevede che la pena può essere «diminuita fino ad un terzo», deve intendersi come la quantità massima di cui può essere ridotta la pena una volta determinatala in base all’accordo tra le parti (e non, quindi, nel senso che lo sconto possa essere di due terzi, con pena residua da infliggere di un terzo) (Cass. Sez. Un. 24-3-1990, n. 12752).

[22] Lo sconto di pena ha mera rilevanza processuale e non ha natura sostanziale di circostanza attenuante; ne consegue che non può entrare in un giudizio di comparazione tra circostanze ai sensi dell’art. 69 c.p. (Cass. Sez. Un. 16-10-1991, n. 10503).

[23] La richiesta di patteggiamento può essere presentata anche a mezzo di procuratore speciale (ad es. lo stesso difensore, con procura speciale conferitagli dall’imputato e dallo stesso difensore autenticata): v. art. 446, c. 3.

[24] Circa la possibilità per le parti di revocare unilateralmente il consenso al patteggiamento, una parte della giurisprudenza ritiene che ciò è possibile prima che intervenga la ratifica dell’accordo da parte del giudice (Cass. III, 27-1-2009, n. 3580). Per altra parte della giurisprudenza, a rendere irrevocabile il consenso è sufficiente che sia l’intervenuto il consenso del P.M. (Cass. V, 14-11-2012, n. 44456; Cass. IV, 1-10-2012, n. 38051).

[25] In caso di recidiva reiterata contestata, qualora essa sia stata esclusa dal giudice, non solo non ha luogo l’aggravamento della pena, ma non operano neanche gli ulteriori effetti, quali, ad esempio, l’inibizione all’accesso al cosiddetto «patteggiamento allargato» (Cass. Sez. Un. 5-10-2010, n. 35738).

[26] Condizione di ammissibilità introdotta dall’art. 6 della L. 27-5-2015, n. 69, in materia di delitti contro la pubblica amministrazione.

[27] Presentata la richiesta di patteggiamento nei termini di cui all’art. 446, nel caso in cui il P.M. non abbia prestato consenso ovvero il G.I.P. abbia rigettato l’istanza, l’imputato può rinnovare la richiesta di applicazione della pena fino a che non sia stato dichiarato aperto il dibattimento. Il giudice dibattimentale, per decidere, può richidere al P.M. l’esibizione del suo fascicolo (art. 135 disp. att.) ed in caso di accoglimento, pronuncia immediatamente sentenza. È da precisare che l’imputato, nel rinnovare l’istanza, deve proporre la stessa richiesta di patteggiamento già rigettata e non può apportare modificazioni; altrimenti si vanificherebbe l’effetto preclusivo dei termini indicati nell’art. 446.

[28] In particolare è inibito al giudice di poter introdurre «condizioni» o «clausole» al patteggiamento, non concordate tra le parti (es. la demolizione di un manufatto abusivo).

[29] Ha statuito la Suprema Corte che per la validità della sentenza di patteggiamento, il giudice deve motivare circa la non sussistenza di ipotesi di proscioglimento ex art. 129 c.p.p. (Cass. Sez. Un. 15-5-1992, n. 5777).

[30] Vedi ord. C. Cost. 28-3-2003, n. 100; confr. C. Cost. 21-12-2001, n. 426.

[31] Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che è ricorribile per cassazione la sentenza di patteggiamento nella parte relativa alla condanna alla rifusione delle spese di parte civile, in particolare per quanto attiene alla legalità della somma liquidata e alla esistenza di una corretta motivazione sul punto, una volta che sulla relativa richiesta, proposta all’udienza di discussione, nulla sia stato eccepito (Cass. Sez. Un. 7-11-2011, n. 40288).

[32] Cass. Sez. Un. 23-12-2008, n. 47803.

[33] In tale senso Cass. Sez. Un. 23-5-2006, n. 17781, che qualificando il patteggiamento come una pronuncia di condanna, l’ha ritenuta idonea a determinare la revoca di una precedente condanna a pena sospesa, ai sensi dell’art. 168, c. 1, n. 1, c.p. Per l’orientamento precedente: v. Cass. 9-7-1992, n. 7903; Cass. Sez. Un. 4-6-1996, n. 11 e Cass. Sez. Un. 18-4-1997, n. 3600. La sentenza può, inoltre, contenere la dichiarazione di falsità di documenti, ai sensi dell’art. 537, in virtù della sua equiparazione ad una sentenza di condanna (Cass. Sez. Un. 3-12-1999, n. 20); nonché contenere l’ordine di demolizione di un manufatto abusivo (Cass. III, 12-12- 2006, n. 40422).

[34] Sono però dovute le eventuali spese di mantenimento in carcere (Cass. I, 26-6-2007, n. 27700); sono anche dovute le spese per la custodia di cose sequestrate (Cass. IV, 29-3-1996, n. 3928).

[35] La confisca è però ammessa nel caso in cui essa sia obbligatoria ex art. 240, c. 2, c.p. Inoltre, in tema di contrasto alla criminalità informatica, nuove ipotesi di confisca obbligatoria sono state previste dalla legge 12 del 2012 che ha modificato l’art. 240 c.p. Rimangono applicabili le sanzioni accessorie di natura amministrativa (es. sospensione della patente di guida) ricollegabili all’illecito commesso (Cass. Sez. Un. 21-7-1999, n. 8488).

[36] Infatti il giudice, ratificando il patteggiamento, con la sentenza può anche applicare le sanzioni sostitutive previste dagli artt. 53 e ss. della legge 689/1981 (Cass. Sez. Un. 17-1-1994, n. 295).

[37] La rilevanza della sentenza di patteggiamento nel giudizio disciplinare per i pubblici dipendenti è stata introdotta dall’art. 10 della L. 27-3-2001, n. 97. Le disposizioni innovative non hanno effetto retroattivo e, quindi, non si applicano ai patteggiamenti intervenuti prima dell’entrata in vigore della L. 97/2001 (cfr. C. Cost. sent. 25-7-2002, n. 394).

[38] In tal senso Cass. Sez. Un. 11-6-1993, n. 5882.

[39] La legge 103/2017 esplicitamente prevede, in una disposizione transitoria, che tali limitazioni alla ricorribilità per cassazione non si applicano alle sentenze emesse in relazione a richieste di patteggiamento presentate anteriormente alla entrata in vigore della legge.


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