Professionisti Eredità e interpretazione del testamento che dice “soldi rimasti”

Professionisti Pubblicato il 1 dicembre 2017

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Con testamento olografo mia zia ha nominato eredi i suoi nipoti (tra cui la sottoscritta). Tra i beneficiari vi sono anche due enti a cui viene destinata una quota del 5% dei “soldi rimasti”. Con il termine “soldi rimasti” si intende quelli riferiti ai soli conti correnti bancario e postale ed al libretto postale oppure vengono anche conteggiati i proventi derivanti da azioni e fondi obbligazionari considerando che alcuni di questi ultimi hanno scadenza a lungo termine?

Il quesito involge una tipica questione di interpretazione del testamento che rappresenta il documento tipico nel quale il testatore traduce le proprie volontà per come desidera che siano eseguite nel tempo successivo alla propria morte.

Il criterio generale utilizzato in giurisprudenza infatti indica nella salvaguardia della validità ed efficacia del testamento il fine ultimo dell’attività dell’interprete, valorizzando al contempo tutti gli elementi di carattere testuale ed extratestuale che valgano comunque a chiarire quale sia stata la effettiva volontà del testatore [1].

Nel caso concreto poi il problema interpretativo si pone con particolare riguardo all’individuazione di ciò che la testatrice intende con l’espressione “soldi rimasti”. Non potendo in questa sede disporre dell’intero documento testamentario, che andrebbe visionato nella sua interezza per poter rendere una risposta maggiormente calibrata al quesito posto, si possono comunque svolgere le seguenti considerazioni.

L’espressione utilizzata dalla testatrice infatti sembra presupporre un’avvenuta distribuzione tra gli eredi e i legatari del proprio patrimonio.

Se così fosse bisognerebbe verificare innanzitutto se nell’avvenuta distribuzione i titoli azionari e obbligazionari menzionati dalla lettrice sono stati distribuiti assieme al denaro contante depositato sui conti correnti e nel libretto: ciò infatti potrebbe costituire un’indice interpretativo volto a evidenziare la volontà della defunta di parificare i titoli al denaro e dunque di considerare i primi alla stessa stregua del denaro.

Se così fosse allora, per “soldi rimasti” si potrebbe effettivamente considerare tutto ciò che dalla signora è stato effettivamente parificato al denaro contante in sede di distribuzione testamentaria e quindi si potrebbero astrattamente considerare anche i titoli e tutti i futuri utili da questi prodotti.

Tale ragionamento tuttavia sarebbe avvalorabile soltanto alla luce di un’attenta ricostruzione dell’intera volontà testamentaria e quindi di un’integrale lettura del testamento.

Per regola generale infatti azioni, obbligazioni, certificati di deposito e tutto ciò che, più in generale, si definisce “titoli” hanno una loro autonomia rispetto al denaro contante: in altre parole si tratta di beni autonomi e distinti che circolano e quindi vengono ceduti come beni mobili secondo le regole dei titoli di credito [2].

Dunque, in assenza di uno specifico trattamento alla stregua del denaro depositato su conti correnti o libretti di deposito, il titolo può essere oggetto di una disposizione testamentaria autonoma, come del resto testimoniato dalla legge [3] che tratta dei frutti della cosa legata e dispone che “Se oggetto del legato è una cosa fruttifera, appartenente al testatore al momento della sua morte, i frutti o gli interessi sono dovuti al legatario da questo momento. […]”

La legge dispone inoltre che “È valido il legato di cosa determinata solo nel genere, anche se nessuna del genere ve n’era nel patrimonio del testatore al tempo del testamento e nessuna se ne trova al tempo della morte” [4].

Alla luce pertanto di questa distinzione di ordine generale occorre altresì dare atto di una diversa interpretazione del testamento suddetto, ossia che il termine “rimasti” non faccia già riferimento a ciò che residua dopo la distribuzione operata dalla testatrice, bensì a ciò che rimarrà alla morte di quest’ultima con riguardo al denaro depositato sui conti correnti e sul libretto.

In particolare, è immaginabile che la testatrice abbia voluto lasciare agli enti menzionati soltanto ciò che, del proprio denaro contante, residuerà alla propria morte, tenendo conto del fatto che il denaro viene correntemente utilizzato e dunque non è possibile predeterminare quanto residuerà alla propria morte di ciò che si ha sul conto corrente.

Le norme in materia di legati di cose genericamente determinate infatti fanno salve le disposizioni attributive di tali beni anche laddove nessuna del genere individuato residui alla morte del testatore, onerando implicitamente gli eredi di corrispondere ai beneficiari la quantità comunque prescritta dal testatore.

La stessa legge sopra citata dispone che “È valido il legato di cosa determinata solo nel genere, anche se nessuna del genere ve n’era nel patrimonio del testatore al tempo del testamento e nessuna se ne trova al tempo della morte”. In altri termini quindi, si potrebbe immaginare e interpretare consequenzialmente che la testatrice – volendo beneficiare di qualcosa anche gli enti menzionati oltre che i propri eredi – abbia disposto di lasciare a questi ultimi una somma determinata da prendersi dai conti correnti e dai libretti (individuati come genere “denaro”) ma al contempo limitandola a ciò che residuerà alla propria morte.

In assenza infatti di ulteriori elementi che facciano propendere per un trattamento unitario del denaro e dei titoli in cui altro denaro della defunta fu a suo tempo investito, sembra doversi concludere per l’attribuibilità agli enti individuati dalla testatrice soltanto del denaro rimasto dopo la morte e non già ulteriori beni – come le azioni e le obbligazioni – che sono appunto cespiti ulteriori e dotati di loro specifica autonomia e regole circolatorie destinati invece agli eredi.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Enrico Braiato

note

[1] Si veda, a mero titolo di esempio, Cass. Civ., sez. II, 18.09.1998, n. 9320; Cass. Civ., sez. II, 14.10.2013, n. 23278.

[2] Artt. 1992 e ss. cod. civ.

[3] Art. 669 cod. civ.

[4] Art. 653 cod. civ.


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