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Ecomafie, l’on. Angela Napoli contro le navi dei veleni: “Non si è voluto scoprire la verità”

Pubblicato il 22 novembre 2012

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> Pubblicato il 22 novembre 2012

Intervista all’on. Angela Napoli sul delicato tema dei reati ambientali e del traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi nel Mediterraneo, nuova miniera d’oro per le organizzazioni criminali.

Il Mediterraneo: non solo storia e bellezze naturali, ma anche centro nevralgico di scambi e di illegalità. Il “Rapporto sulle ecomafie e il loro impatto sul Mediterraneo”, presentato dall’on. Angela Napoli alla Commissione sulla Cooperazione Politica e sulla Sicurezza, dipinge uno scenario raccapricciante. Dopo aver anticipato l’argomento in un precedente articolo (“Le ecomafie e l’impatto sul Mediterraneo: l’allarmante rapporto dell’on. Angela Napoli) abbiamo discusso con l’on. Napoli sul delicato tema dei reati ambientali e sul traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi, nuova miniera d’oro per le organizzazioni criminali.

La Legge per Tutti: Il fenomeno delle ecomafie sembra non interessare, sembra essere un problema di nicchia e chiunque cerchi di fare luce sulla questione prova sempre la stessa sensazione di solitudine. Perché secondo lei?

Angela Napoli: Penso che l’apatia che circonda il fenomeno delle ecomafie nasca dalla mancanza di conoscenza dello stesso, dovuta anche all’informazione che tende a trattare poco la problematica e, quindi, a nascondere gli interessi e i reati che pervadono questo settore. Interessi che non sono solamente legati alle cosche mafiose, ma che coinvolgono faccendieri, imprenditori, pezzi delle istituzioni, governi regionali e nazionali, anche stranieri.

LLpT: I reati ambientali vengono puniti nella maggior parte dei casi con sanzioni pecuniarie. Un imprenditore che voglia liberarsi dei suoi rifiuti tossico-nocivi sa che uno smaltimento a norma ha un costo superiore rispetto alla sanzione cui sarebbe sottoposto per lo smaltimento illecito. Il gioco vale la candela, quindi. E prima del decreto Ronchi la situazione era ancora più favorevole. Salvo l’incriminazione per disastro ambientale, l’imprenditore difficilmente rischia sanzioni detentive e lo strumento del sequestro dell’azienda (il più efficace) non è utilizzato adeguatamente. Questo sistema normativo non è un incentivo a delinquere?

 

A.N.: I reati ambientali nel nostro Paese sono stati sempre considerati di serie “B” e, quindi, puniti non adeguatamente. La tutela generale dell’ambiente è sempre apparsa di poco interesse sia per il legislatore, sia per il pubblico amministratore; basta vedere ciò che avviene dopo i disastri calamitosi che pervadono l’Italia e i conseguenti danni ambientali, molti dei quali proprio dovuti all’incuria umana. È folle pensare che le sole sanzioni di tipo contravvenzionale possano contrastare gli interessi legati al settore ambientale.

Occorrerebbe una legislazione più specifica, che incida dal punto di vista penale e che funga, quindi, non solo da deterrente, ma da reale punizione della persona fisica responsabile dei danni ambientali, i quali, tra l’altro, quasi sempre finiscono col ricadere negativamente anche sulla salute del cittadino.

 

LLpT: Le navi cariche di rifiuti tossici e/o radioattivi “autoaffondate” nel mediterraneo sono più che un’ipotesi. Sono ritornate alla ribalta con la vicenda del piroscafo Catania, inabissatosi a largo di Cetraro (CS). Secondo lei le indagini sul relitto sono state condotte con la necessaria cura? E perché così tante ombre e incongruenze sulla vicenda?

Un esempio tra i tanti: il 27.10.2009 il ministro dell’ambiente Prestigiacomo dichiara in una nota, lanciata dalle agenzie alle 12:56, che la nave Catania non desta alcuna preoccupazione, in base alle analisi e misurazioni effettuate attorno al relitto con il R.O.V. (l’apposito robot telecomandato capace di scendere a grandi profondità marine). Un quarto d’ora dopo, la Geolab, proprietaria della nave incaricata di svolgere i rilievi, precisa che il R.O.V. non è ancora stato calato in acqua.

 

A.N.: Sono convinta che le indagini sul relitto inabissatosi a largo di Cetraro non siano state condotte con l’intento di scoprire la verità. Le ombre, le incongruenze sono state tante e io aggiungerei anche le discordanze tra le risultanze delle indagini condotte dalla regione e quelle condotte dal ministero competente. Ombre, incongruenze e depistaggi sui quali personalmente avevo chiesto lumi in Commissione Antimafia anche al Procuratore della DNA, visto che il memoriale di Francesco Fonti è rimasto chiuso nei cassetti di quell’organismo per ben quattro anni, ma che purtroppo sono rimaste tali.

Le navi sono rimaste fantasmi, alcuni relitti hanno assunto nomi dati per certi, ma non coincidenti con il contenuto della relazione sulle navi affondate, inviata dalla Direzione marittima di Reggio Calabria alla Commissione Parlamentare Antimafia. Questa Commissione aveva istituito un apposito comitato interno, del quale mi è stato impedito di far parte, ma il cui lavoro non ha prodotto alcun risultato. Gli amministratori della fascia tirrenica cosentina, piuttosto che pretendere la verità, si sono preoccupati di affievolire il tutto per paura del crollo delle attività di pesca e turismo. Conseguenza: le mafie continuano impunemente ad avvelenare il Mediterraneo e i nostri territori!

 

LLpT: Per i reati ambientali, le difficoltà nel condurre le indagini sono innanzitutto di natura economica: gli scavi, i carotaggi, le apparecchiature sofisticate, la ricerca in mare hanno costi enormi. Ma forse c’è uno scoglio ancora maggiore nella ricerca della verità: i poteri deviati dello Stato. In particolare i servizi segreti. In questo senso è inquietante una affermazione del pentito Francesco Fonti: “Pensate che la ‘ndrangheta in quegli anni potesse gestire il business del traffico dei rifiuti senza coperture?”. La sua opinione a riguardo.

 

A.N.: Credibile o meno, ma quanto emerge dalla storia  del collaboratore di giustizia Francesco Fonti, con dovizia di particolari relativamente ai rapporti con i servizi segreti, alle macchine fornitegli, alle targhe delle stesse, ai documenti, alla figura di tal “Pino”, conferma sicuramente che il traffico dei rifiuti, peraltro, a livello internazionale, non può non aver goduto, tra le altre, anche di queste coperture. Non sottovalutiamo il fatto che le verità non si sono volute accertare, quasi a dimostrazione che si dovesse nascondere un segreto di Stato.

LLpT: Ogni settore ha il suo carneade. Nell’ambito del traffico internazionale di rifiuti il nome è quello di Giorgio Comerio: telemine, penetratori, navi affondate cariche di scorie radioattive. Durante una perquisizione, in casa sua è perfino stato trovato il certificato di morte della giornalista Ilaria Alpi [1]. Però lui ha sempre sostenuto di agire “per salvaguardare l’ambiente e per renderlo più fruibile”. Qual è la sua opinione sull’ingegnere? 

 

A.N.: Non sono solo i collaboratori di giustizia a far emergere la “discutibile” figura di Giorgio Comerio, bensì l’allora ministro per i rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi: quando, il 27 luglio 2004, in Parlamento venne affrontata la questione delle navi dei veleni, parlò del “noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia ed alla illecita gestione degli aiuti della Direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo”. Anche su di lui, però, al di là delle dichiarazioni più o meno veritiere rilasciate dai collaboratori di giustizia, non sono mai state fatte adeguate indagini utili a verificare, e quindi a punire, le dirette responsabilità in queste vicende.

 

 

 

note

[1] Inviata del Tg3 uccisa in Somalia il 20 marzo 1994, assieme al suo operatore Mirhan Hrovatin, mentre stava conducendo un’indagine sul traffico illecito di armi e di rifiuti tossici/radioattivi.


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