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Cartella di pagamento: la guida per annullare il debito

30 novembre 2017


Cartella di pagamento: la guida per annullare il debito

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 novembre 2017



Ricorso contro la cartella esattoriale di Agenzia Entrate Riscossione: come e quando farlo, come trovare un accordo e bloccare il pignoramento.

È arrivata anche a te una cartella di pagamento. Non devi sentirti in colpa o allarmarti: non esiste ormai italiano che non abbia ricevuto una richiesta di pagamento da parte del fisco. Questo non vuol dire però sottovalutare tale situazione: sebbene è sempre possibile difendersi dalla cartella esattoriale notificata dall’Agenzia Entrate Riscossione, ciò può avvenire solo in determinati casi. Ecco perché abbiamo voluto scrivere questa guida per annullare il debito della cartella di pagamento. Siamo sicuri che molti di voi la troveranno utile per via dei vari consigli che abbiamo messo insieme su come presentare ricorso e come bloccare l’eventuale pignoramento.

Tieni conto che, quando arriva la cartella di pagamento. è quasi sempre troppo tardi per contestare il merito della richiesta: chi infatti sostiene che una tassa non sia dovuta o sia stata già pagata o debba essere pagata da altri deve opporsi alla precedente intimazione di pagamento inviata dall’ente titolare del credito (il Comune, l’Agenzia delle Entrate, l’Inps, la Regione, ecc.). Ciò nonostante esistono delle cause per contestare la cartella di pagamento, cause che di solito si riferiscono a vizi formati tra la notifica dell’accertamento fiscale e la cartella. Vi rientrano, ad esempio, la decadenza, la prescrizione, la mancata notifica dell’atto prodromico, la mancata indicazione della causale della cartella o del responsabile del procedimento o dei criteri di calcolo degli interessi. Per opporsi e contestare la cartella di pagamento esistono dei termini di legge, ma questi valgono solo nel caso di ricorso al giudice; una richiesta di sgravio in autotutela può essere in teoria fatta in qualsiasi momento. Ma procediamo con ordine e vediamo come bloccare la cartella esattoriale e quali armi ha, dalla sua parte, il contribuente.

Le 10 regole d’oro per impugnare la cartella esattoriale

Salvo quanto diremo più approfonditamente nel corso di questo articolo, vogliamo darti subito alcuni dei suggerimenti più veloci e importanti da seguire per annullare il debito della cartella di pagamento:

  • prima della cartella esattoriale ti deve essere arrivata una precedente richiesta di pagamento per quello stesso tributo: la cartella non può mai essere il primo atto con cui il contribuente viene messo a conoscenza del debito;
  • se la notifica ti arriva con posta elettronica certificata controlla che il file allegato, contenente la cartella vera e propria, non sia un pdf, ma un file mp7, apribile con un software di firma digitale; se così non fosse la notifica sarebbe nulla;
  • se si tratta della cartella di un parente defunto, non devi pagare multe e sanzioni; queste infatti non si trasmettono agli eredi;
  • controlla che la cartella non si sia prescritta: la prescrizione varia a seconda del tributo e va da 10 anni (per Irpef, Iva e canone Rai) a 5 (per Imu, Tari, Tasi, multe) ed infine a 3 (bollo auto);
  • controlla che non sia intervenuta la decadenza: in pratica, nella gran parte dei casi, tra la data di iscrizione a ruolo del debito e la notifica della prima cartella non devono passare più di due anni;
  • verifica che sia indicata la causale della cartella, la cosiddetta «motivazione»: il contribuente deve sapere a che titolo gli vengono chiesti i soldi;
  • se la cartella indica un’unica somma da pagare, senza dettagli, vuol dire che capitale e interessi sono stati sommati tra loro, mentre invece vanno distinti in voci separate; in particolare deve essere chiaro come sono calcolati gli interessi e per quali annualità;
  • se la cartella è stata depositata in Comune perché tu non eri a casa quando è arrivato il postino, verifica che ti sia stata spedita una raccomandata informativa: per controllarlo, fai una richiesta di accesso agli atti presso gli uffici dell’esattore;
  • controlla che sia indicato il nome e cognome del responsabile del procedimento;
  • infine verifica che, tra le pagine di cui è composta la cartella, vi sia quella che indica modalità e termini entro cui fare ricorso. Se così non fosse, la cartella resterebbe valida ma se sbagli le modalità per l’impugnazione non sarai penalizzato e il giudice dovrà darti il tempo per rimediare.

Ultimo consiglio. Se non puoi permetterti di pagare, né oggi né domani, non pensare di avere sconti o saldi e stralcio. L’unico modo per ottenere una riduzione drastica del debito è ricorrere alla cosiddetta «legge salva suicidi» che ti consente di ottenere dal giudice uno sconto (in alcuni casi è stato decurtato fino all’80% del debito).

Detto ciò, vediamo più nel dettaglio come impugnare una cartella di pagamento e come sbarrare la strada a un possibile pignoramento.

Controlla il contenuto della cartella di pagamento

La cartella ha un suo contenuto prefissato con decreto ministeriale. Se manca uno degli aspetti essenziali è nulla. In particolare la cartella deve indicare:

  • l’ente creditore, ossia il destinatario dell’imposta non pagata (ad esempio il Comune se la tassa in questione è l’ICI, l’Agenzia delle Entrate se vi è contestata qualche mancanza nel pagamento dell’imposta sui redditi);
  • il codice fiscale e i dati anagrafici del debitore (cioè i tuoi);
  • l’anno e il periodo di riferimento del credito;
  • una serie di informazioni relative alle somme iscritte a ruolo, iscritte cioè nel registro dei debitori: specie del ruolo (ordinario o straordinario), importo, data in cui è stato reso esecutivo, totale degli importi dovuti se sono più di uno;
  • il criterio di calcolo degli interessi divisi secondo annualità: la mancanza indicazione di tale elemento e del saggio di interesse applicato renderebbe nulla (secondo svariati giudici) la cartella esattoriale;
  • avvertenze sulle modalità e i termini di pagamento;
  • intimazione ad adempiere entro 60 giorni dalla notifica (30 giorni per le multe; 40 giorni per i contributi previdenziali);
  • avvertimento che il mancato pagamento innescherà automaticamente l’esecuzione forzata (per esempio pignoramento di beni).

A differenza di quanto comunemente si crede, se manca la firma autografa del dirigente, la cartella non è nulla.

Contestazioni contro la cartella di pagamento

Abbiamo detto che la cartella può essere impugnata solo per vizi propri o comunque successivi alla iscrizione a ruolo dell’importo. Ecco alcuni esempi:

  • la cartella potrebbe avere ad oggetto pagamenti che sono stati già contestati, in passato, nel corso di un procedimento amministrativo o davanti al giudice e, in quella sede, annullati;
  • la cartella potrebbe richiederti somme che hai già pagato;
  • la cartella potrebbe richiederti somme che sono state già oggetto di uno sgravio da parte dalla stessa amministrazione titolare del credito;
  • la cartella potrebbe chiederti dei pagamenti per i quali, invece, l’ente creditore ha concesso, provvisoriamente, la sospensione in via amministrativa;
  • la cartella potrebbe avere ad oggetto un credito prescritto o per il quale si è verificata la decadenza in epoca anteriore alla notifica della cartella;
  • la cartella potrebbe chiederti delle somme che, in realtà, sono dovute da terzi (per esempio: la richiesta di pagamento fatta a un soggetto che abbia rifiutato l’eredità);
  • la cartella potrebbe richiedere somme per le quali è già in corso un pignoramento nei tuoi riguardi e che, quindi, stai già pagando (si pensi al pignoramento dello stipendio o della pensione);
  • la cartella potrebbe ricomprendere somme per le quali hai già ottenuto una rateazione;
  • la cartella potrebbe avere ad oggetto somme che non sono dovute perché non ti è stato mai notificato alcun atto prima della cartella stessa;
  • la cartella potrebbe essere stata notificata a un soggetto non appartenente alla tua famiglia e tu ne sei venuto a conoscenza solo accidentalmente.

Come difendersi e bloccare la cartella

In tutti questi casi hai due vie per difenderti: puoi fare ricorso al giudice oppure presentare una richiesta di sgravio in autotutela. La seconda strada non richiede avvocati: si tratta di una istanza che puoi spedire con raccomandata o con posta elettronica certificata. Ma attento: l’autotutela non sospende i termini per fare ricorso. Per cui, se sei sicuro di avere ragione e non hai ricevuto risposta nei 60 giorni, prepara gli atti al giudice.

Come sospendere la cartella di pagamento viziata

La legge ti consente anche di presentare una istanza direttamente all’Agenzia Entrate Riscossione. Questa istanza va presentata entro massimo 60 giorni dal ricevimento della cartella. Essa sospende ogni possibilità di pignoramento. Ecco cosa dovrai fare:

  • scaricare il modello per la richiesta di sospensione dal sito di Agenzia Entrate riscossione (in questo articolo trovi il modello Come sospendere la cartella di pagamento)
  • compilarlo e spiegare i motivi per cui non devi pagare;
  • allegare la documentazione che conferma quanto da te dichiarato;
  • allegare la copia di un documento di riconoscimento;
  • consegnarlo allo sportello di Agenzia Entrate Riscossione o spedendolo senza busta (ripiegato cioè su sé stesso) con raccomandata a.r. allo sportello di Equitalia più vicino. In alternativa puoi anche inviarlo con pec;
  • attendere 220 giorni durante i quali Agenzia Entrate Riscossione dovrà inviare la tua richiesta all’ente creditore e ottenere da questi le dovute informazioni. Se non riceverai risposta entro 220 giorni, la cartella si considera non più sospesa, ma annullata definitivamente e non dovrai più pagare (è una ipotesi, infatti, di silenzio assenso).

Questa possibilità è limitata solo ad alcuni vizi della cartella:

  • se il debito era già stato pagato dal contribuente;
  • se la cartella era stata annullata o sospesa dal giudice o da una autorità amministrativa o era stata oggetto di sgravio;
  • se sul diritto di credito era già intervenuta decadenza o prescrizione.

Chiedi di pagare la cartella a rate

Chi chiede di pagare a rate non può subire alcun pignoramento da parte di Agenzia Entrate Riscossione. È necessario che l’istanza sia accolta. Le recenti modifiche alla legge sulla riscossione esattoriale hanno chiarito che le richieste di rateazione:

  • sospendono i pignoramenti in corso e impediscono quelli futuri,
  • non sospendono le misure cautelari in corso (fermo, ipoteca), ma impediscono quelle future. Nel caso di fermo però è possibile, pagando la prima rata, tornare a circolare e ottenere la sospensione della misura (l’estinzione avverrà solo a versamento dell’ultima rata).

Si consiglia di chiedere una rateazione a 72 rate, il cui accoglimento è certamente più sicuro di quella a 120 rate: se, infatti, nel primo caso, la dilazione spetta di diritto al contribuente senza bisogno di produrre documentazione particolare, nel secondo caso invece è necessario rispettare alcuni parametri di reddito, sottoposti al vaglio preventivo di Agenzia Entrate Riscossione. Con il risultato che, se il piano di rateazione non dovesse essere accolto e, nel frattempo, dovessero scadere i 60 giorni dal momento della notifica del pignoramento, la banca sarebbe necessariamente tenuta a versare le somme pignorate direttamente all’Agente della riscossione (senza neanche passare da un’udienza in tribunale). A quel punto, l’eventuale accoglimento di una successiva istanza di rateazione non consentirebbe più, al contribuente, di ritornare nella proprietà degli importi ormai girati all’Esattore.

Contestazione sulla notifica della cartella di pagamento

Tra i vizi più ricorrenti delle cartelle vi sono quelli sulle notifiche. A tal fine è necessario sapere che:

  • la cartella deve essere consegnata direttamente nelle tue mani o, in caso di tua assenza, in quelle di un familiare convivente (purché con più di 14 anni) o di una persona addetta alle pulizie o, se questi mancano o rifiutano, in quelle del portiere. Il postino o il messo notificatore deve rispettare questa sorta di “ordine gerarchico” ed è tenuto altresì a far menzione, nella relata di notifica, posta alla fine della cartella, di aver proceduto a tali tentativi secondo questa scaletta;
  • solo se sei obbligato per legge ad avere una posta elettronica certificata la cartella ti può arrivare sull’email della pec. Ma attenzione: secondo i giudici la notifica, per essere valida, deve essere fatta con il file allegato mp7 e non il pdf che è una mera copia. Per la lettura del file mp7 ci vuole il software per la firma digitale;
  • attento a questo aspetto: se la cartella viene data a un familiare convivente o al postino, non riceverai la seconda raccomandata informativa che ti avvisa di ciò (come invece succede per tutti gli atti giudiziari). Il che vuol dire che non ne potresti mai venire a conoscenza se non ti informi;
  • se non sei a casa, la cartella viene depositata al Comune o (in caso di notifica tramite postino) alle Poste. Ma di ciò ti deve essere data notizia con un avviso immesso nella cassetta delle lettere il giorno stesso della tentata notifica e con una seconda raccomandata in cui ti si comunica della possibilità di ritirare la cartella presso l’ufficio della Casa comunale o delle Poste. Se queste formalità non vengono rispettate la notificazione della cartella è nulla. Pertanto, se nella tua cassetta della posta non vi è mai stato un avviso di giacenza per una raccomandata mai ritirata, puoi chiedere un estratto di ruolo e una istanza di “accesso agli atti”, presso gli uffici di Agenzia Entrate Riscossione, per verificare che tale procedura sia stata correttamente eseguita.
  • la cartella di pagamento deve essere sempre notifica a mezzo di Poste Italiane e non di corrieri o servizi postali privati, diversamente è inesistente;
  • la notifica non può essere consegnata a un portiere che, in realtà, svolge tali funzioni, ma non è regolarmente assunto;
  • la notifica non può essere consegnata a un vicino di casa.

Calcolo degli interessi dovuti prima della notifica della cartella

Secondo la Cassazione la cartella deve indicare non solo la sorte capitale richiesta dall’ente titolare del credito ma anche gli interessi maturati prima della cartella stessa: va indicato il saggio applicato e le annualità a cui questo si riferisce. In caso contrario, però, la cartella non è nulla, ma non sono dovuti gli interessi.

Mancata motivazione della cartella

La cartella deve sempre indicare per quali ragioni bisogna pagare, ossia il tributo o la sanzione a cui le somme si riferiscono. È il cosiddetto obbligo di motivazione che richiede, in alternativa, l’indicazione dell’atto precedentemente notificato al contribuente dal quale evincere la causale. La motivazione è condizione di validità della cartella.

Contestazione della cartella per timbro e data di consegna non leggibili

Poiché la data di notifica costituisce elemento essenziale della cartella di Equitalia – e non può essere integrata con altri elementi – la sua mancata indicazione rende nulla la notifica. Tale sarà l’effetto, pertanto, se il timbro con la data di consegna non si legge bene sul documento.

Per maggiori informazioni, vai all’articolo “Nulla la cartella Equitalia se non si legge bene il timbro con la data di notifica”.

La copia degli atti di notifica della cartella di pagamento

Il contribuente che, prima di contestare la cartella di pagamento, voglia accertarsi della correttezza o meno della notifica e delle firme, può presentare istanza di accesso agli atti amministrativi a cui l’ufficio deve necessariamente dar seguito. In tal modo potrà verificare che l’Agenzia di riscossione sia in possesso delle prove della notifica e che essa sia stata compiuta regolarmente. È suo diritto ricevere questi documenti in tempi brevi, al massimo in 90 giorni. In caso contrario può far ricorso al Tar.

Entro quando fare ricorso contro la cartella di pagamento?

Un aspetto da non sottovalutare sono i termini entro cui fare ricorso contro la cartella di pagamento. Questi sono sempre di

  • 60 giorni se oggetto della cartella sono tributi;
  • 40 giorni se oggetto della cartella sono contributi dovuti all’Inps o all’Inail;
  • 30 giorni se oggetto della cartella sono multe.
  • se è in atto un pignoramento e il contribuente intende opporsi ai vizi formali degli atti del pignoramento, il termine si riduce a 20 giorni.

Quale giudice è competente per il ricorso?

A seconda del contenuto della cartella di pagamento è competente un giudice differente. In generale:

  • per tutti i tributi e imposte è competente la Commissione Tributaria Provinciale;
  • per le multe il giudice di pace;
  • per i contributi Inps e Inail il tribunale ordinario, sezione lavoro.

Se non è mai stata notificata la cartella di pagamento

Spesso può capitare che il contribuente si accorga di avere un debito con Agenzia Entrate Riscossione perché, tutto d’un tratto, subisce un pignoramento, un preavviso di ipoteca o di fermo auto. Oppure perché si è recato allo sportello dell’Esattore e, fattosi consegnare l’estratto di ruolo, ha verificato che, nell’elenco, risultano debiti dei quali non era mai stato mai avvisato dall’amministrazione.

In questi casi, la Cassazione riconosce la possibilità di fare ricorso entro 60 giorni dalla consegna dell’estratto di ruolo.

Per difendersi il fisco deve dimostrare di avere:

  • avviso di ricevimento della raccomandata ar se la notifica della cartella di pagamento è avvenuta tramite postino. A ciò dovrà aggiungersi anche l’avviso di comunicazione di deposito alla casa comunale se, nel momento in cui il postino ha bussato al citofono, il contribuente non era in casa e nessuno, per conto di questi, ha ritirato l’atto;
  • cosiddetta relazione di notifica che redige il messo comunale quando la consegna della cartella di pagamento non avviene a mezzo posta ma direttamente nelle mani del destinatario. Anche in questo caso, se il contribuente non era a casa, nella relazione deve risultare l’avviso dato al contribuente e immesso nella cassetta, con il conseguente deposito alla casa comunale.

Prescrizione della cartella di pagamento

La cartella di pagamento non è dovuta se arriva troppo tardi, dopo cioè che il credito si è prescritto. La prescrizione è diversa a seconda del tipo di imposta o sanzione:

  • Irpef, Iva, Irap, canone Rai, contributi camera commercio: 10 anni;
  • Tasi, Tari, Imu, Ici, multe stradali, contributi Inps e Inail: 5 anni;
  • bollo auto: 3 anni.

Decadenza della cartella di pagamento

Oltre alla prescrizione c’è la decadenza che è il termine massimo che può decorrere tra la data di iscrizione a ruolo del credito da parte dell’ente e la notifica della cartella. Di solito questo periodo non può essere superiore a 2 anni, altrimenti la cartella non è più dovuta.

Niente cartelle per debiti inferiori a 30 euro

Non si procede all’iscrizione a ruolo e alla notifica della cartella di pagamento per debiti relativi ai tributi erariali e regionali quando la somma dovuta, comprensiva di sanzioni e interessi, non è superiore, con riferimento a un singolo periodo d’imposta, a 30 euro. Questa norma non si applica se il credito deriva da ripetuta violazione degli obblighi di versamento relativi a uno stesso tributo.

L’erede non paga le sanzioni 

Se arriva una cartella esattoriale dell’Agenzia delle Entrate Riscossione intestata ad un defunto, gli eredi non devono pagare le sanzioni. A tal fine, potranno fare un’istanza di sgravio alla stessa Agenzia delle Entrate Riscossione. In secondo luogo, potranno evitare di pagare se rinunciano all’eredità. Ma se accettano l’eredità con beneficio di inventario, ridurranno la propria responsabilità solo ai beni ottenuti con la successione. Significa che se decidono di non pagare, l’Agenzia delle Entrate Riscossione potrebbe pignorare solo i beni ereditati e non quelli del patrimonio personale.

In secondo luogo, l’erede può evitare di pagare se rinuncia all’eredità. Invece, accettando l’eredità con beneficio di inventario ridurrà la propria responsabilità solo ai beni ottenuti con la successione: in buona sostanza, qualora decidesse di non pagare, l’esattore potrebbe pignorare solo i beni ereditati e non quelli del patrimonio personale.

Si può fare un accordo?

Non è possibile la trattativa con l’Agente della Riscossione. Questi può solo accettare rateazione. Ma non può neanche rifiutare pagamenti parziali. Con la conseguenza che, se il debito è di 121mila euro, il contribuente può pagare spontaneamente 2mila euro e portare l’esposizione al di sotto di 120mila euro, che è la soglia oltre la quale è possibile il pignoramento immobiliare.

L’unico modo per “trattare col fisco” è ricorrere alla legge salvasuicidi sul sovraindeimento. In particolare:

  • per le obbligazioni contratte a seguito della propria attività lavorativa o professionale, si presenta in tribunale un programma di pagamento che deve trovare il consenso di almeno il 60% dei creditori; l’accordo viene poi ratificato dal tribunale (è il cosiddetto accordo coi creditori). Secondo la giurisprudenza questo iter si può azionare anche quando il creditore è uno solo, ossia l’Agenzia Entrate Riscossione. Con la legge salva suicidi, chi non per sua colpa non ha pagato le cartelle esattoriali e l’esposizione è talmente alta da non consentirgli di rimediare coi redditi di cui dispone, può quindi proporre all’Esattore un “saldo e stralcio”. Il programma di liquidazione va presentato a mezzo di un organismo di composizione della crisi (anche un avvocato o un commercialista);
  • per tutte le altre obbligazioni (non quindi quelle collegate all’impresa o all’attività lavorativa) si può ottenere la decurtazione del debito direttamente dal tribunale, senza il consenso dei creditori (cosiddetta procedura del piano del consumatore). Qui è il giudice a valutare la meritevolezza dell’offerta fatta dal contribuente e, se la valuta positivamente, accorda il taglio sul debito (che, a volte, può raggiungere cifre fino al 70-80%;
  • in ultimo è possibile disporre la vendita dei propri beni attraverso il tribunale e procedendo alla ripartizione del ricavato tra i creditori (cosiddetta procedura di liquidazione del patrimonio).

Sul punto leggi Un giudice può cancellare i debiti?

La prima casa non si tocca

Agenzia Entrate Riscossione può pignorare la casa del contribuente solo se ricorrono tutte le seguenti ipotesi:

  • il debitore non deve avere un solo immobile, il quale: a) non deve essere accatastato A/8 e A/9; b) deve essere civile abitazione; b) deve essere immobile di residenza. È il cosiddetto «divieto di pignoramento della prima casa»;
  • anche se proprietario di più immobili, la somma del valore di questi non deve essere superiore a 120mila euro;
  • il debito totale non deve essere superiore a 120mila euro;
  • prima del pignoramento deve essere stata iscritta ipoteca e, dall’ipoteca, devono essere decorsi almeno 6 mesi.

Agenzia Entrate Riscossione non può invece iscrivere ipoteca se:

  • il debito è inferiore a 20mila euro;
  • non ha inviato, sei mesi prima, un preavviso.

Se sei nullatentente

Il debitore che sia nullatenente, ossia colui che non ha redditi o beni intestati a sé o in comunione con altri soggetti, non può temere nulla. In Italia, infatti, non esistono conseguenze ulteriori rispetto al pignoramento in caso di mancato pagamento dei debiti tributari; solo se l’evasione supera determinate soglie può scattare il reato e quindi il procedimento penale (250mila euro per l’omesso versamento di IVA, 150mila euro per l’omesso versamento ritenute previdenziali).

Il debitore che non sia riuscito a pagare la cartella non viene segnalato in Crif o alla Centrale Rischi così come invece rischierebbe se il creditore fosse una banca, una finanziaria o altro intermediario finanziario.

Dunque, tutto ciò che può fare l’esattore è verificare, attraverso un controllo sulle banche dati telematiche del fisco (Anagrafe tributaria, Anagrafe dei conti correnti, Registri immobiliari), che il debitore sia nullatenente. Accertato ciò non procederà contro di lui e inserirà il debito tra quelli non recuperabili la cui riscossione, di norma, dopo qualche anno, viene abbandonata. Sono tutt’al più possibili indagini e ispezioni più approfondite eventualmente con l’ausilio della Guardia di Finanza.

Non c’è possibilità di rivalsa sul coniuge in regime di separazione dei beni, né sui genitori o su altri parenti. L’unica ipotesi di trasmissione dell’obbligazione è in caso di decesso: a rispondere del debito sarebbero gli eredi, ma coi limiti di cui abbiamo appena parlato.

note

Autore immagine: 123rf com

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