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Si può contestare un sollecito di pagamento dell’Agenzia Entrate?

4 dicembre 2017


Si può contestare un sollecito di pagamento dell’Agenzia Entrate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 dicembre 2017



Dopo la cartella di pagamento, per debiti superiori a 10mila euro, l’Agenzia Entrate Riscossione notifica il sollecito di pagamento, atto che secondo la Cassazione può essere contestato.

Qualche anno fa hai ricevuto una cartella esattoriale che non hai inteso pagare e ora l’Agenzia Entrate Riscossione ti ha notificato un sollecito di pagamento, un atto cioè in cui ti ricorda del debito pendente e ti avvisa che, se non lo onorerai al più presto, inizierà le azioni esecutive, magari il pignoramento dello stipendio, della pensione o del conto corrente bancario. A suo tempo, non hai avuto modo di impugnare la cartella ma ora intendi esercitare i tuoi diritti perché il tono usato dall’esattore ti sembra perentorio e temi che ne possano derivare conseguenze per i tuoi beni personali. Ti chiedi però se si può contestare un sollecito di pagamento inviato dal fisco visto che sembrerebbe più trattarsi di un «avviso bonario» piuttosto che di una intimazione vera e propria di pagamento. Sul punto la soluzione non è così immediata e agevole come potrebbe apparire. Ecco perché.

Il sollecito di pagamento è un atto che viene spedito dall’Agente della riscossione dopo la notifica della cartella di pagamento vera e propria e solo per debiti non superiori a 10mila euro. È con quest’ultima che il contribuente viene informato del debito, delle motivazioni di esso, delle sanzioni e degli interessi. Insomma, la cartella è il vero e proprio titolo esecutivo che consente al fisco di avviare gli atti di esecuzione forzata e, in quanto tale, è motivato. Ciò non significa che il sollecito di pagamento possa essere generico; al contrario, insieme al sollecito deve essere allegato un “dettaglio degli addebiti”, dal quale si possa comprendere a quali tributi e a quali cartelle si fa riferimento. Da questo dettaglio il contribuente può verificare se gli importi sono dovuti o meno. Ad esempio ci si può accorgere che:

  • il pagamento è stato già effettuato;
  • il debito è, nel frattempo, caduto in prescrizione;
  • si è ottenuto uni provvedimento di sgravio da parte dell’ente titolare del credito o questo ha provveduto a sospendere la sua efficacia esecutiva;
  • si è fatto ricorso al giudice e questi ha sospeso la cartella di pagamento.

Insomma, possono essere tante le ragioni per opporsi al sollecito di pagamento.

In materia tributaria il contribuente non può sempre ricorrere al giudice, ma può farlo solo per contestare uno specifico atto ricevuto dall’amministrazione. La legge [1] elenca in modo tassativo quali sono questi atti e, tra questi, non vi è il sollecito di pagamento, considerato più un atto preparatorio all’esecuzione forzata vera e propria. Peraltro, se il contribuente aveva ragioni di cui dolersi della pretesa esattoriale avrebbe potuto farle valere impugnando la cartella notificata a monte. Avendo però fatto decorrere i termini per tale contestazione, non ci sono ragioni per allungarli facendo ricorso contro il successivo sollecito. Dall’altro lato c’è chi ritiene che anche il sollecito di pagamento per il mancato versamento di una cartella esattoriale possa essere autonomamente impugnabile e, tra questi, c’è la Cassazione. Insomma, restano ancora numerosi dubbi sul fatto se si può contestare un sollecito di pagamento.

A favore della tesi contraria al contribuente, vi è una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia [2] secondo cui il sollecito di pagamento inviato da Agenzia Entrate Riscossione al contribuente non sarebbe un atto autonomamente impugnabile, non essendo espressamente richiamato dalla legge.

Tuttavia la Cassazione ha sposato da tempo il principio della «non tassatività degli atti impugnabili», sostenendo in pratica che, sebbene la legge elenchi quali siano gli atti dell’amministrazione contestabili davanti al giudice tributario, tale elenco non costituisce un limite. Sono infatti impugnabili anche gli «atti non autoritativi», purché «idonei a portare a conoscenza i presupposti di fatto e le ragioni in diritto della pretesa impositiva o del diniego del diritto vantato dal contribuente» [3]. Tuttavia, secondo i giudici lombardi, il sollecito di pagamento non è equiparabile a una cartella di pagamento, sebbene ad essa successivo, ed ha solo la funzione di invitare il contribuente al sollecito pagamento del tributo, senza però incidere nella sua sfera patrimoniale. Quindi esso non è impugnabile. Questa tesi è stata a lungo sposata anche dalla Cassazione. Stando così le cose, l’unico modo che ha il contribuente per difendersi è attendere il pignoramento e verificare se vi sono vizi in quest’ultima fase della procedura.

Di recente, la Suprema Corte però ha rivisto il proprio precedente orientamento e ora è più orientata a ritenere il sollecito di pagamento come atto autonomamente impugnabile, nonostante si tratti di un sollecito bonario. Alla luce di questa interpretazione, la contestazione del sollecito di pagamento non è obbligatoria, ma facoltativa.

L’opposizione al sollecito di pagamento può essere effettuata davanti al giudice (Giudice di Pace per le multe stradali, Tribunale ordinario per i contributi previdenziali, Commissione Tributaria Provinciale per tutti gli altri casi).

note

[1] Art. 19 d.lgs. n. 546/1992.

[2] Ctr Lombardia sent. n. 3384/34/17.

[3] Cass. sent. n. 25498/17.

[4] Cass. sent. n. 1823/2010.

[5] Cass. sent. n. 10987/11 e n. 18642/12.

Cassazione civile, sez. trib., 18/05/2011,  n. 10987 

In tema di contenzioso tributario, devono ritenersi impugnabili gli avvisi bonari con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di un tributo (nella specie emessi da un Comune e riguardanti la Tarsu) in quanto essi, pur non rientrando nel novero degli atti elencati nell’art. 19 d.lg. 31 dicembre 1992 n. 546 e non essendo, perciò, in grado di comportare, ove non contestati, la cristallizzazione del credito in essi indicato, esplicitano comunque le ragioni fattuali e giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nel contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione con una pronuncia dagli effetti non più modificabili. Il giudice investito dell’impugnazione non può, però, annullarli ritenendo che i predetti debbano avere gli stessi requisiti di quelli indicati nell’art. 19 cit. ed in particolare che in essi debba essere contenuta l’indicazione, prevista nel comma 2 dello stesso art. 19, del termine entro il quale il ricorso deve essere proposto, della commissione tributaria competente e delle forme e dei termini per proporre ricorso, essendo tali requisiti, previsti, peraltro neppure a pena di nullità, soltanto per gli atti tipici.


Cassazione civile, sez. lav., 30/10/2012,  n. 18642 

Devono ritenersi impugnabili gli avvisi bonari con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di un tributo in quanto essi, pur non rientrando nel novero degli atti elencati nell’art. 19 del d.lg. 546/1992 e non essendo perciò in grado di comportare, ove non contestati, la cristallizzazione del credito in essi indicato, esplicitano comunque le ragioni fattuali e giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nel contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione con una pronuncia dagli effetti non più modificabili. Però, pur essendo un atto atipico, è soggetto al limite che non può essere annullato per la mancata indicazione del termine entro il quale il ricorso deve essere proposto e della commissione tributaria competente.


Cassazione civile, sez. trib., 18/05/2011, (ud. 28/04/2011, dep.18/05/2011),  n. 10987 

FATTO E DIRITTO

La Corte, rilevato che in data 16/9/2002 la srl STI.COB ha denunciato al Comune di Pozzo d’Adda, ai fini della tassa per lo smaltimento dei rifiuti, solidi urbani, il possesso di mq 2.997 di fabbricati, e di mq 1.881,1 di superficie scoperta;

che il Comune ha provveduto ad iscrivere a ruolo la tassa dovuta per i fabbricati ed il concessionario della riscossione ha notificato i relativi, avvisi alla contribuente;

che quest’ultima si è rivolta alla Commissione Tributaria Provinciale di Milano, lamentando il difetto di motivazione e, comunque, l’erroneità della liquidazione, trattandosi di stabilimento ubicato fuori zona, che smaltiva direttamente i suoi rifiuti e, pertanto, non era interessato al servizio di raccolta che, oltretutto, non era stato ancora attivato nella particolare località di cui si discuteva;

che il Comune si è costituito eccependo la pretestuosità ed, ancor prima, l’inammissibilità del ricorso, in quanto gli atti impugnati consistevano in due semplici avvisi bonari e, cioè, in mere comunicazioni informali prive di efficacia esecutiva e, persino, dei requisiti stabiliti dalla legge per gli accertamenti e le liquidazioni;

che nonostante ciò, il giudice adito ha ugualmente accolto, sia pure soltanto in parte, il ricorso, riducendo la tassa del 40%;

che il Comune si è allora gravato alla Commissione Regionale, ribadendo che i giudici a quo avrebbero dovuto dichiarare l’inammissibilità o, in ogni caso, l’infondatezza del ricorso della STICOB, la quale si è difesa concludendo per la dichiarazione d’inammissibilità o, comunque, per il rigetto dei gravame avverso ed, in via incidentale, per l’integrale annullamento degli avvisi;

che con la sentenza in epigrafe richiamata, la Commissione Regionale ha rilevato che quelli di cui si discuteva, possedevano “formalmente tutte le caratteristiche di un regolamentare avviso di pagamento, ossia di uno degli atti impugnabili” menzionati dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 cosicchè doveva ritenersene la ricorribilità e, nel contempo, la nullità per mancanza della indicazione del termine e delle formalità da osservare per la proposizione del ricorso alla Commissione Tributaria;

che il Comune di Pozzo d’Adda ha impugnato per cassazione, deducendo con il primo motivo la insufficienza e la contraddittorietà della motivazione della sentenza, che pur avendo dapprima escluso l’inammissibilità del ricorso contro gli avvisi di pagamento perchè gli stessi presentavano i “requisiti propri dell’atto impositivo”, ne ha poi contraddittoriamente dichiarato la nullità proprio per la mancanza di quegli elementi di cui aveva appena riconosciuto l’esistenza;

che con il secondo motivo il ricorrente ha invece dedotto la violazione del D.Lgs n. 546 del 1992, art. 19 in quanto malgrado la chiara intestazione degli atti come avvisi di pagamento – e, dunque, come inviti bonari meramente propedeutici, la Commissione Regionale li aveva elevati al rango di veri e propri atti impositivi e, su tale base, aveva accolto la “fragile” eccezione di nullità per difetto delle previste indicazioni, la cui mancanza costituiva semmai la riprova evidente del carattere informale degli avvisi che, pertanto, non avrebbero potuto essere impugnati nè, tanto meno, annullati per il preteso vizio lamentato dalla controparte;

che con il terzo motivo il Comune di Pozzo d’Adda ha infine dedotto l’omesso esame di un punto decisivo della controversia, in quanto la Commissione Regionale si era occupata soltanto della natura degli avvisi, senza pronunciarsi sugli ulteriori motivi con i quali aveva, fra l’altro, contestato la legittimità della riduzione operata dai primi giudici;

che la srl STICOR ha dal canto suo replicato che avendo sempre sostenuto il carattere non ufficiale degli avvisi, il Comune non aveva in realtà nessun effettivo interesse ad impugnare la sentenza che ne aveva dichiarato la nullità e che, in ogni caso, non era incorsa in alcuna contraddizione od errore se non quello di non aver preso in esame i propri motivi e, più in particolare, di non aver riconosciuto l’inammissibilità dell’appello per mancata attestazione della conformità all’originale della copia spedita a mezzo posta o, quanto meno, per intervenuta acquiescenza alla decisione della Commissione Provinciale, cui il Comune si era conformato nel liquidare non soltanto la tassa dovuta per gli anni 2002 e 2003, ma anche quella per il successivo 2004;

che in considerazione di quanto sopra, la STICOB ha pertanto concluso per la dichiarazione d’inammissibilità o per il rigetto del ricorso ed, in via incidentale, per la cassazione della sentenza di appello nella parte in cui non aveva accolto le sue eccezioni in ordine alla ritualità del gravame ed al merito della pretesa;

che occorre innanzitutto procedere alla riunione dei due ricorsi perchè proposti contro la medesima sentenza;

che cominciando con l’esame del primo motivo del ricorso incidentale, che va trattato con precedenza per la sua priorità logico – giuridica, osserva il Collegio che la mancata attestazione di conformità all’originale della copia spedita a mezzo posta non costituisce motivo di nullità (C. cass. 2009/6780) e che stante il silenzio serbato sull’argomento dalla sentenza impugnata, la STICOB non avrebbe potuto limitarsi a lamentare la mancata dichiarazione d’inammissibilità del gravame per intervenuta acquiescenza, ma avrebbe dovuto ancor prima specificare in quale momento ed in quali termini aveva sollevato la relativa questione in appello;

che tornando adesso al ricorso principale, alla cui proposizione il Comune aveva sicuramente interesse per il solo fatto di essere rimasto soccombente nel giudizio a quo, devesi rilevare, per quanto concerne i primi due motivi (da trattare congiuntamente per via della loro intima connessione), che questa Suprema Corte si è già più volte pronunciata nel senso di ammettere la possibilità, ma non l’obbligo d’impugnare quegli atti che pur non rientrando nel novero di quelli elencati dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 e non essendo, perciò, in grado di comportare, ove non contestati, la cristallizzazione del credito in essi indicato, esplicitavano comunque le ragioni fattuali e giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nei contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione con una pronuncia dagli effetti non più modificabili (C. cass. 200772104b, 2008/12194, 2008/27385, 2009/4513, 2009/4968, 2009/10672 e 2010/285);

che in applicazione di tali principi, che il Collegio condivide e ribadisce, deve affermarsi che la Commissione Regionale non ha sbagliato nel riconoscere la ricorribilità degli avvisi di pagamento, ma soltanto nel pretendere anche per essi il rispetto di obblighi valevoli per altri tipi di atti e, per di più, non imposti nemmeno a pena di nullità (C. cass. 2008/20634); che in accoglimento, sotto il profilo sopra indicato, dei primi due motivi del ricorso principale ed assorbito l’altro nonchè il restante motivo del ricorso incidentale, la sentenza impugnata dev’essere pertanto cassata, con rinvio degli atti per l’esame del merito ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, che provvederà pure sulle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

LA CORTE riunisce i ricorsi, rigetta il primo motivo del ricorso incidentale, accoglie per quanto di ragione i primi due motivi del ricorso principale ed assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, che provvederà pure sulle spese del presento giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 28 aprile 2011.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2011.


Cassazione civile, sez. lav., 30/10/2012, (ud. 26/09/2012, dep.30/10/2012),  n. 18642 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’8.3.2008 il Tribunale di Milano, pronunciando sul ricorso proposto da P.E. – volto ad ottenere l’accertamento della nullità e, comunque, l’annullamento totale o parziale del sollecito o avviso di pagamento del (OMISSIS) per cartelle esattoriali insolute riferite a contributi della Cassa di Previdenza e Assistenza Forense – lo dichiarava inammissibile avverso le cartelle esattoriali nn. (OMISSIS) e (OMISSIS) e dichiarava, altresì, non dovuti gli importi iscritti a ruolo e di cui alla cartella esattoriale n. (OMISSIS), compensando le spese di lite.

Avverso tale decisione proponeva appello il P. e l’adita Corte territoriale, con sentenza pubblicata il 24 maggio 2010, rigettava il gravame.

La Corte di appello rilevava: a) la inammissibilità dell’opposizione al sollecito o avviso di pagamento che aveva seguito l’emissione delle cartelle esattoriali, dovendo l’opposizione essere rivolta unicamente contro il ruolo e la cartella esattoriale che costituisce l’atto impositivo attraverso il quale il contribuente riceve ufficialmente notizia dell’iscrizione a ruolo; b) la inammissibilità dell’opposizione riguardo ai motivi concernenti vizi formali della cartella in quanto non proposta nelle forme dell’opposizione agli atti esecutivi – di cui all’art. 617 c.p.c. – e nel termine di cinque giorni dalla notifica della cartella, essendo il rimedio D.Lgs. n. 46 del 1999, ex art. 24 previsto per motivi inerenti il merito della pretesa; c) la inammissibilità dell’opposizione avverso le due cartelle esattoriali (sopra meglio indicate) perchè tardiva, essendo stata proposta ben oltre il termine perentorio di 40 giorni previsto dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5 decorrente dalla notifica che doveva ritenersi essere stata effettuata ritualmente per entrambe le menzionate cartelle ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 26 (essendo state espletate le attività previste dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 60 comma 1, lett. f richiamato dal comma 4 del menzionato art. 26). Per la Cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il P. affidato a quattro motivi.

Resiste con controricorso la Equitalia Esatri s.p.a. (già Esazioni Tributi s.p.a.).

La Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense è rimasta intimata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo di ricorso si denuncia “error in iudicando” ed “error in procedendo” e/o la illegittimità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione di norme di diritto e per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360, comma 1, nn. 3 e 5).

In particolare, si deduce che erroneamente la corte di merito ha ritenuto inammissibile l’impugnazione de sollecito o avviso di pagamento che aveva seguito l’emissione delle cartelle esattoriali sulla scorta di un assunto (“l’opposizione deve essere rivolta unicamente contro il ruolo e la cartella esattoriale, costituendo quest’ultima l’atto impositivo attraverso il quale il contribuente riceve ufficialmente notizia dell’iscrizione a ruolo”) non solo tautologico, ma anche in contrasto con il principio più volte affermato dalla Giurisprudenza di legittimità per il quale vanno qualificati come avvisi di accertamento o di liquidazione di un tributo tutti quegli atti con cui l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorchè non si concluda con una formale intimazione al pagamento sorretta dalla prospettazione in termini brevi dell’attività esecutiva, bensì con un invito “bonario” a versare quanto dovuto. Ed infatti, nel caso in esame, il sollecito di pagamento impugnato presentava tutte le caratteristiche formali e sostanziali per poter essere ritenuto un avviso di accertamento con formale intimazione di pagamento (intimazione a pagare entro il termine di 15 gg. sotto comminatoria di esecuzione forzata, individuazione e determinazione sia pure sommaria dei tributi tramite l’indicazione delle relative cartelle e degli interessi di mora, etc.). Inoltre, l’avviso di pagamento in questione era l’unico atto dei procedimento di riscossione portato a piena conoscenza di esso ricorrente, non essendo stato preceduto da alcuna valida notifica del ruolo e delle cartelle di pagamento.

Viene, quindi, dedotta la erroneità della sentenza impugnata laddove ha dichiarato inammissibile l’opposizione nella parte in cui aveva ad oggetto vizi formali della cartella per non essere stata proposta nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.. In proposito si evidenzia che detta qualificazione della domanda era estranea al “petitum” ed alla natura dell’azione con la quale non era stata proposta opposizione solo D.Lgs. n. 46 del 1999, ex art. 24 ma anche L. 24 novembre 1981, n. 689, ex art. 35, norma quest’ultima che richiamava espressamente gli artt. 442 e ss. c.p.c. Il motivo è solo in parte fondato.

Vale ricordare che questa Corte ha, in varie occasioni, statuito che “In tema di contenzioso tributario, devono ritenersi impugnabili gli avvisi bonari con cui l’Amministrazione chiede il pagamento di un tributo in quanto essi, pur non rientrando nel novero degli atti elencati nel D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 19 e non essendo, perciò, in grado di comportare, ove non contestati, la cristallizzazione del credito in essi indicato, esplicitano comunque le ragioni fattuali e giuridiche di una ben determinata pretesa tributaria, ingenerando così nel contribuente l’interesse a chiarire subito la sua posizione con una pronuncia dagli effetti non più modificabili. Il giudice investito dell’impugnazione non può, però, annullarli ritenendo che i predetti debbano avere gli stessi requisiti di quelli indicati nell’art. 19 cit. ed in particolare che in essi debba essere contenuta l’indicazione, prevista nel comma 2 dello stesso art. 19, del termine entro il quale il ricorso deve essere proposto, della commissione tributaria competente e delle forme e dei termini per proporre ricorso, essendo tali requisiti, previsti, peraltro neppure a pena di nullità, soltanto per gli atti tipici. (Cass. civ., Sez. 5, 18/05/2011, n. 10987; Cass ord. n. 8033/2011; Cass. N. 14373/2011; Cass. SU. n. 12244/2009).

Ne consegue, che l’avviso del 18.11.2005 recapitato al P. il 30.11.2005 – contenente un sollecito di pagamento relativamente ad alcune cartelle esattoriali insolute, dato questo incontestato tra le parti – ben poteva essere impugnato.

Quanto alla inammissibilità dell’opposizione nella parte in cui aveva ad oggetto vizi formali della cartella per non essere stata proposta nei modi e nei termini dell’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. si rileva che l’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza è corretta in quanto, secondo il condiviso orientamento interpretativo di questa Corte, nella disciplina della riscossione mediante iscrizione a ruolo dei crediti previdenziali, di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, l’opposizione agli atti esecutivi è prevista dall’art. 29, comma 2, che, per la relativa regolamentazione, rinvia alle “forme ordinarie”, e non dall’art. 24, del citato D.Lgs., che si riferisce, invece, all’opposizione su merito della pretesa di riscossione, con la conseguenza che l’opposizione agli atti esecutivi prima dell’inizio dell’esecuzione deve proporsi entro cinque giorni dalla notificazione del titolo esecutivo, che, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, si identifica nella cartella esattoriale; quest’ultima, infatti, essendo un estratto del ruolo, costituisce titolo esecutivo ai sensi del suddetto D.P.R. n. 602 del 1973, art. 49, come modificato dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 16, (cfr, Cass. 25757/2008; Cass., n. 21863/2004).

Riguardo al rimedio L. 24 novembre 1981, n. 689, ex art. 35, che il ricorrente assume di aver esperito unitamente alla opposizione D.Lgs. n. 46 del 1999, ex art. 24, comma 5, e con riferimento alle sanzioni amministrative, si osserva che, “in parte qua” il motivo è inammissibile. Ed infatti, non è dato conoscere se il credito di cui alle cartelle esattoriali richiamate nel sollecito di pagamento opposto si riferissero a contributi (o contributi unitamente a sanzioni amministrative) o solo a sanzioni amministrative, nel qual ultimo caso verrebbe in rilievo il particolare procedimento di cui al detto art. 35 cit. cui fa riferimento il ricorrente nel motivo (cfr.

Cass. 22.5.2004, n. 9863; Cass. 1.7.2000, n.8840). Sul punto, quindi, il ricorso non è autosufficiente perchè la Corte non è stata posta nelle condizioni di poter avere la completa cognizione dell’oggetto della controversia (Cass. n. 15808 del 12/06/2008; Cass. n. 15952 del 17/07/2007, ex multis).

Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione di norme di diritto e per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione avendo l’impugnata decisione violato il principio del giudicato ed errato laddove aveva affermato che le cartelle esattoriali erano state ritualmente notificate e che, quindi, l’opposizione era tardiva.

Si evidenzia che, con sentenza in data 4 febbraio 2009 pronunciata nei confronti della Equitalia Esatri s.p.a. e passata in giudicato come da certificazione della cancelleria del 28.4.2010, il tribunale di Milano aveva già dichiarato il medesimo sollecito dei 18.11.2005 impugnabile e non valide le notifiche delle cartelle esattoriali in questione (nn. (OMISSIS) e (OMISSIS)).

Inoltre, erano state violate le norme relative alla notifica delle cartelle esattoriali. In particolare, con riferimento alla cartella n (OMISSIS), risultava violato il disposto del D.P.R. n. n. 602 del 1973, art. 26 cit. e del richiamato D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 60, comma 1, lett. e) in quanto, la procedura prevista da tale ultima norma è applicabile solo nel caso in cui nel comune in cui deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente mentre deve essere effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c. quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perchè costui o altro possibile consegnatario non sia stato rinvenuto.

Riguardo alla cartella n. (OMISSIS), la notifica era irrituale per violazione dell’art. 139 c.p.c. avendo omesso l’ufficiale notificatore di effettuare le ricerche di tutte le persone indicate nella norma, non essendo sufficiente a provare l’avvenuta effettuazione di dette ricerche la generica dizione “nessuno in luogo accetta la notifica” avendo dovuto l’ufficiale notificante dichiarare, in forma positiva, che ” non vi è persona – tra quelle indicate nella norma – che accetta la notifica”. Il motivo è solo in parte fondato.

Con riferimento alla eccezione di giudicato se ne rileva la infondatezza. La sentenza del tribunale di Milano in data 4 febbraio 2009 risulta essere stata pronunciata – per espressa ammissione del ricorrente – solo nei confronti della Equitalia Esatri s.p.a. e non anche della Cassa di Previdenza e di Assistenza Forense e, dunque, non può essere invocata in questa sede operando la preclusione solo nella ipotesi di identità soggettiva ed oggettiva e deve, pertanto, escludersi nell’ipotesi (quale quella “de quo”) in cui vi sia un mutamento (anche parziale) di uno di tali elementi (Cass. n. 2113 del 12/02/2003; Cass. S.U. n. 20133 del 12/10/2004). Riguardo alla nullità delle notifiche osserva il Collegio che il comma 4 dell’art. 26 cit. prevede che: “Nei casi previsti dall’art. 140 c.p.c., la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 60, e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l’avviso del deposito è affisso nell’albo del comune”. A sua volta l’art. 60 alla lett. e) del comma 1 prevede che “e) quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l’avviso del deposito prescritto dall’art. 140 c.p.c., in busta chiusa e sigillata, si affigge nell’albo del comune e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell’ottavo giorno successivo a quello di affissione;”.

Orbene, la giurisprudenza di questa Corte ha precisato che “La notificazione al contribuente D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 60, comma 1, lett. e) – che nella specifica materia deroga all’art. 140 cod. proc. civ. – è ritualmente eseguita, senza invio della raccomandata e con affissione dell’avviso nell’albo del comune, quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente” (Cass. n. 5994 del 17/06/1999; Cass. 906 del 25/01/2002; Cass. n. 17064 del 26/07/2006).

E’ stato anche precisato che la notificazione dell’avviso di accertamento tributario deve essere effettuata applicando la disciplina di cui all’art. 140 cod. proc. civ. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) quando siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario ma la notifica non sia avvenuta perchè costui od altro possibile consegnatario non sia stato rinvenuto; deve essere effettuata invece ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, lett. e), sostitutivo, per il procedimento tributario, dell’art. 143 cod. proc. civ., quando, malgrado le ricerche del messo notificatore non si conosca in quale comune risieda il destinatario. (Cass. 7268 del 17/05/2002.;

Cass. n. 10189 del 26/06/2003; Cass. n. 7655 del 31/03/2006 Cass. n. 2834 del 07/02/2008; Cass. n. 7352 del 31/03/2011).

Applicando tali principi al caso in esame consegue che la notifica della cartella esattoriale n. (OMISSIS) non è rituale in quanto non poteva essere effettuata ai sensi del citato art. 60 essendo noto che il P. era domiciliato nel comune di Pioltello (come ammesso dalla stessa Equitalia ESATRI) ragion per cui doveva essere applicato l’art. 140 c.p.c. (deposito di copia, affissione di avviso di deposito e invio di raccomandata) e, però, non risulta spedita la raccomandata successivamente all’affissione dell’avviso di deposito.

Diversamente, non ricorre il vizio di notifica denunciato dal ricorrente in ordine alla cartella esattoriale n. (OMISSIS).

Ed infatti la dizione utilizzata dal notificante “nessuno in luogo accetta la notifica” è inequivoca evincendosi dalla stessa chiaramente il rifiuto ad accettare di tutte le persone indicate nell’art. 139 c.p.c. (Cass. n. 1387 del 07/02/1995, in motivazione;

Cass. n. 5178 del 04/05/1993; Cass. n. 12510 del 23/11/1992).

Con il terzo motivo si deduce la violazione o falsa applicazione di norme di diritto ed omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in relazione al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24.

Si precisa che la corte di appello avrebbe erroneamente applicato l’ari 24 cit. assumendo che il ricorso sarebbe stato esperibile solo nei confronti dell’ente impositore per motivi inerenti il merito dell’opposizione visto che il comma 5 di detta norma espressamente prevede che “il ricorso va notificato all’ente impositore ed al concessionario” e, inoltre, non aveva tratto le dovute conseguenze da quanto affermato non avendo estromesso il concessionario dal processo e, anzi, avendo condannato esso ricorrente alla rifusione delle spese anche nei suoi confronti non considerando l’infondatezza della eccezione sul punto ed il fatto che, comunque, era stata dichiarata la non debenza delle somme di cui ad una delle cartelle impugnate.

In relazione a tale motivo si osserva che il disposto del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5, in tema di opposizione contro il ruolo dei crediti degli enti previdenziali prevedeva (nel testo originario) la notifica del ricorso in opposizione sia all’ente impositore che al concessionario; successivamente il D.L. 24 settembre 2002, n. 209, conv. L. 22 novembre 2002, n. 265 (norma questa applicabile “ratione temporis” al caso “de quo”), ha eliminato l’obbligo di notifica dell’opposizione al concessionario. Giova, inoltre, ricordare che questa Corte ha già avuto modo di affermare, che si deve escludere che nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale il concessionario – soggetto destinatario del pagamento, ma non contitolare del diritto di credito – assuma la qualità di contraddittore necessario (cfr. Cass. 17/04/2007, n. 9113; Cass. 24 giugno 2004 n. 11746, 21 dicembre 2004 n. 23701, 20 ottobre 2006 n. 22617). L’adempimento della notifica a tale soggetto del ricorso in opposizione, richiesta dalla citata disposizione del D.Lgs. n. 46 del 1999, prima della menzionata modifica, assume quindi la funzione di una mera “denuntiatio litis”, per portare a conoscenza del concessionario la pendenza della lite, ma non costituisce una “vocatio in jus”.

Ne consegue che l’affermazione contenuta nell’impugnata sentenza e censurata con il motivo in esame è corretta. Peraltro, va rilevato che l’estromissione dal giudizio può essere disposta dal giudice solo con il consenso delle altre parti che non risulta esservi stato nel corso del giudizio. Quanto alla condanna alle spese a favore anche del concessionario la stessa risulta fondata sul principio della soccombenza essendo stato l’appello rigettato in toto.

Con il quarto motivo si deduce la omessa motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia non avendo la Corte di appello esaminato – con riferimento alla cartella esattoriale n. (OMISSIS) – non avendo la corte di appello esaminato il 6 motivo di gravame con il quale era stata dedotta la prescrizione per avvenuto decorso alla data di asserita notifica del 12.12.2001 del termine di prescrizione di 5 anni di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10.

Il presente motivo è inammissibile.

Ed infatti, questa Corte ha avuto modo di precisare che non sono ammissibili le censure del ricorso per Cassazione che non siano dirette contro una statuizione, sia pure implicita, della sentenza impugnata, ma siano relative a questioni sulle quali il giudice non ha pronunciato a seguito del loro assorbimento per effetto della decisione fondata su un punto preliminare. (Cass n. 457 del 18/02/1972; Cass n. 1947 del 29/03/1982), come accaduto nel caso “de quo” in cui la corte di appello non ha pronunciato sulla eccezione di prescrizione dei crediti di cui alla cartella esattoriale predetta avendo ritenuto l’opposizione inammissibile perchè tardiva.

Alla luce di quanto sin qui esposto, in accoglimento parziale del primo e del secondo motivo di ricorso, l’impugnata sentenza va cassata in relazione alle censure accolte. Sarà il giudice di rinvio – che si designa nella corte di Appello di Milano in diversa composizione, che dovrà accertare se la pretesa di cui alla cartella esattoriale n. (OMISSIS) sia fondata nel merito. Alla stessa corte si demanda di statuire, all’esito, anche sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie parzialmente il primo motivo, in parte il secondo nei termini di cui in motivazione; rigetta il terzo e dichiara inammissibile i quarto; cassa l’impugnata sentenza in relazione alle censure accolte e rinvia alla Corte di Appello di Milano in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, il 26 settembre 2012.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2012

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