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Chi rifiuta un lavoro perde il mantenimento

4 dicembre 2017


Chi rifiuta un lavoro perde il mantenimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 dicembre 2017



Figli o ex moglie che rifiutano un posto con occupazione stabile non possono più richiedere gli alimenti.

Il diritto al mantenimento non ha vita lunga se chi lo rivendica resta in panciolle sul divano. Sia questi il figlio o l’ex moglie. Ma se l’uomo vuol smettere di versare l’assegno mensile deve comunque dimostrare al giudice che il beneficiario ha rifiutato un’offerta di lavoro retribuito e adeguata alle sue capacità e formazione. A ricordarlo è stata poche ore fa la Cassazione [1]. La Corte ribadisce un principio che, oggi più di ieri, regola i rapporti tra ex coniugi: chi rifiuta un lavoro perde il mantenimento, principio che ben si adatta anche ai figli. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa succede quando si ha poca voglia di lavorare.

Lo scorso 10 maggio la Cassazione ha ribaltato le regole sull’assegno di divorzio: il contributo spetta solo alle donne che non hanno le condizioni per mantenersi da sole. Vi rientrano coloro che, ad esempio, hanno svolto per molti anni le attività di casalinga e hanno perciò perso il contatto col mondo del lavoro. Vi rientrano anche le donne con condizioni di salute precarie tali da ridurre la loro capacità lavorativa. Ed inoltre vi sono coloro che non hanno un reddito tale da essere autosufficienti: reddito che, secondo il tribunale di Milano, corrisponde a meno di mille euro al mese (oltre questa soglia è possibile una vita autonoma e decorosa senza bisogno di mantenimento).

Al contrario le donne disoccupate, ma ancora giovani e in piena salute, non hanno diritto al mantenimento, salvo che dimostrino di aver cercato un’occupazione e non esserci riuscite.

Mettiamo ora il caso di una donna che, in sede di divorzio, sia riuscita a ottenere, dal tribunale, l’assegno di mantenimento a carico dell’ex marito. Col tempo la donna si adagia su tale situazione e non si cura di trovare un posto. Glielo procura l’ex marito: un’azienda offre un posto alla “mantenuta” ma questa lo rifiuta senza motivazioni. Ecco un altro caso in cui si perde il mantenimento. Chiaramente la prova del rifiuto spetta all’uomo. Questi non può interrompere autonomamente il versamento mensile ma deve prima farsi autorizzare dal giudice al quale dimostrare l’atteggiamento lassista dell’ex. Solo con la prova che la donna, di fronte alla concreta offerta di lavoro retribuito, si tira indietro viene meno l’obbligo di versare il mantenimento

Lo stesso principio è stato riferito anche ai figli ma sempre che si tratti di un lavoro adeguato alla formazione e alle aspirazioni del giovane. Certo: tanto più questi cresce tanto più in basso può volare la sua ambizione. Fino a quando, secondo il tribunale di Milano [2], a 35 anni non si può rifiutare più nulla; per cui, se alle soglie di tale età non si lavora ancora, si perde ugualmente l’assegno dal padre. Unica eccezione è nel caso in cui il ragazzo (non più tale) versi in stato di bisogno (che deve comunque provare): in tal caso gli spettano però solo gli alimenti che, a differenza del mantenimento, sono una somma minima, quella cioè strettamente necessaria alla sua sopravvivenza. Il giudice firmatario dell’ordinanza usa parole forti contro i cosiddetti «bamboccioni», arrivando ad additare come parassitario il comportamento del figlio che, anche dopo 34 anni, continua a chiedere soldi a mamma e papà. Si legge, infatti, nel provvedimento in commento che non è ammissibile «che la tutela della prole, sul piano giuridico, possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe, com’è stato evidenziato in dottrina, in «forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani» [3].

note

[1] Cass. ord. n. 28938/17 del 4.12.2017.

[2] Trib. Milano, ord. del 29.03.2016.

[3] Cass. sent. n. 12477/2004, n. 4108/1993.

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