Diritto e Fisco | Editoriale

La legge sul copyright? Tutta colpa di Topolino

26 novembre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 novembre 2012



Se rubi a un autore è plagio, se rubi a molti è ricerca: una delle massime di Mizner si adatta perfettamente al contesto internazionale che, da circa quarant’anni, sta vivendo il diritto d’autore;  forse lo sapeva meglio di tutti il fondatore della “Disney che attinse, a piene mani, dal catalogo di svariati autori.

Sul finire degli anni ’20, Disney cominciò a fare incetta dei racconti più cupi e truculenti della tradizione narrativa, come quelli dei fratelli Grimm: racconti che nessuno si sognerebbe di leggere ai propri figli nelle versioni originali – mele avvelenate, streghe che mangiano bambini nelle case di marzapane, lupi cattivi che ingoiano le nonne, ecc.

Ma il genio di Disney trasformò tutti questi personaggi, trasponendoli in un mondo nuovo. Non lo fece solo con le opere dei Grimm. Il catalogo dei cartoni Disney, basato su lavori altrui, è tal da far impallidire un moderno pirata digitale. Così è stato per Biancaneve (Snow White, 1937), Fantasia (1940), Pinocchio (1940), Dumbo (1941), Bambi (1942), I racconti dello zio Tom (Song of the South, 1946), Cenerentola (Cinderella, 1950), Alice nel paese delle meraviglie (Alice in Wonderland, 1951), Robin Hood (1952), Peter Pan (1953), Lilli e il vagabondo (Lady and the Tramp, 1955), La bella addormentata (The Sleeping Beauty, 1959), La carica dei 101 (101 Dalmatians, 1961), La spada nella roccia (The Sword in the Sone, 1963), Il libro della giungla (The Jungle Book, 1967) e per finire Aladino (Alladin, 1992) e Mulan (1998).

In tutti questi lungometraggi, Disney si impadronì delle idee altrui, le modificò e le trasfuse in un contesto per giovani: una forma di creatività e di utilizzo della cultura collettiva finalizzato a creare qualcosa di diverso rispetto all’opera originale, ma pur sempre traendo ampio spunto dalla prima idea.

Tutto ciò fu possibile solo perché era il 1928: all’epoca, infatti, negli Stati Uniti, la durata media del copyright era di circa trenta anni, allo scadere dei quali l’opera diventava di pubblico dominio. Questo ha fatto sì che la Disney potesse utilizzare opere relativamente giovani, ancora appetibili per il mercato, perché calate nella cultura contemporanea. Se, quindi, noi e i nostri figli siamo cresciuti coi valori (e i topolini) della Disney lo dobbiamo solo alle leggi dell’epoca.

Qualcosa poi, però, è cambiata…

Ma prima di svelare che l’assassino è proprio il maggiordomo, vorrei fare un salto dall’altro lato dell’Oceano.

In Italia, l’autore di un’opera viene tutelato col copyright per tutto l’arco della sua vita più altri settanta anni dopo la morte [1]. Scaduto tale periodo, l’opera diventa di pubblico dominio.

Per sapere, quindi, ciò che nel 2013 si può utilizzare liberamente, è necessario salire in soffitta, là dove ci sono i vecchi dischi pieni di polvere, che forse neanche funzionano più.

Una sbirciatina alla “hit parade” del 1943 dà un’idea di quel che stiamo dicendo. Leggo qualche titolo: “La Bicicletta” (Odoardo Spadaro… [ma chi si chiama più Odoardo, ai giorni nostri? N.d.R.], “Don’t get around much anymore” (Duke Ellington), “Io cerco la Titina” (Natalino Otto), “Jingle Bells” (Bing Crosby), “Ma l’amore no” (Alida Valli), “Op op trotta cavallino” (Natalino Otto).

Quindi, pur ammettendo che – un nome a caso – Natalio Otto fosse morto subito dopo aver composto “Op Op trotta cavallino”, noi oggi saremmo liberi di suonare in pubblico, e senza pagare nessuno, questo indubbio capolavoro della musica tradizionale italiana. Un bel risultato!

Ma, in verità, non è neanche così. Queste canzoni non sono ancora di pubblico dominio, perché – come detto – i 70 anni si calcolano dalla morte dell’autore e non dalla pubblicazione dell’opera.

Si deve allora tornare ancora più indietro nel tempo di circa 50 anni. Troviamo, in questo caso, canzoni come: “E lucean le stelle”, “Lariulà”, Le danze polovtsiane (di Borodin) e una marea di brani che non ardiremmo a definire ormai di musica classica o popolare.

Invece, tra il 1970 e il 1978, la durata media del copyright non è stata mai superiore a trent’anni e questo permise alla Disney di riutilizzare opere del proprio stesso secolo o giù di lì: opere insomma attuali. È come se noi oggi potessimo usare le canzoni degli anni ’70 come quelle dei Doors, dei Beatles, dei Led Zepelin e di James Brown.

Con le leggi attuali, invece, questo riciclaggio costerebbe assai caro.

In realtà tutti gli autori costruiscono sempre e comunque sulla creatività di chi li ha preceduti. Bayle diceva che non v’è meno inventiva nel citare in modo appropriato un pensiero altrui che nell’esserne il primo autore.

Sennonché, dopo aver usufruito di tutta questa libertà coi propri cartoni animati, la Disney “per magia” se ne è dimenticata. E quello che per l’Italia è stata la Mondadori, per gli Stati Uniti lo è stata la Disney.

Infatti, proprio a causa delle forti pressioni lobbistiche che la casa cinematografica di Mickey Mouse e le altre major fecero sul Congresso, il copyright fu esteso, poco alla volta, sino ad arrivare agli attuali 70 anni.

È questo il momento cruciale per la storia dei diritti d’autore: perché, a rimanere “fregati” da questa politica, non sono stati solo gli USA, ma tutto il mondo. L’America infatti, almeno nell’industria dell’entertainment – in quanto patria delle major del cinema e della musica – ha sempre influenzato i trattati internazionali e le politiche legislative delle altre nazioni. Ciò perché non avrebbe avuto senso prevedere una tutela del copyright, negli Stati Uniti, a 70 anni se poi, una volta “esportata” l’opera in un’altra parte del globo, essa sarebbe lì divenuta di pubblico dominio in un tempo più breve. E quindi, se il resto del mondo voleva la grande Hollywood e le sue favole a lieto fine doveva anche adattarsi alle sue regole.

Come poi, di fatto, è avvenuto…

Non credete alle favole; erano vere” (Stanislaw Jerzy Lec)

note

[1] In verità sono solo i diritti di utilizzazione economica che scadono al compimento del settantesimo anno dopo la morte dell’autore. Al contrario, i diritti morali non hanno alcun limite di durata.


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2 Commenti

  1. Certo Gennaro, “nell’anticopyright l’opera è subito di dominio pubblico” ma non lo deve essere soltanto nel digitale bensì anche in tutte le altre forme legate all’autoproduzione e nella misura in cui non si dà alcun valore alla legalità, perchè viceversa il pubblico dominio sarà sempre qualcosa di infimo, desueto e di inutilizzabile, visto che la legge difende e difenderà sempre il pensiero giuridico dei forti e non certo il “pensiero debole” filosofico dell’Uomo Universale (più che dell’Uomo in Grande come dice Gigi Trilemma) e per non dover più vedere, alla fine di un così interessante articolo che inneggia al pubblico dominio (seppur in forma legale), lo squallore della scritta “© Riproduzione riservata” -;)

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