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Lo sai che? Acconti e caparra: la mancata restituzione è reato?

Lo sai che? Pubblicato il 5 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 dicembre 2017

Non è appropriazione indebita trattenere la caparra e gli acconti versati pur non avendone diritto.

Stai per acquistare un appartamento. Alla firma del compromesso il venditore ti chiede di pagargli un acconto a titolo di caparra. Emetti l’assegno e l’importo viene normalmente incassato. Ma poi le cose vanno storte. Il notaio incaricato del rogito ti informa che, in una stanza dell’immobile, è presente un abuso edilizio. Poiché non ne eri stato informato, chiedi al venditore di decurtare dal prezzo finale di vendita i soldi necessari alla sanatoria, ma questi non ne vuol sapere. Di fronte a tale situazione vorresti trovare il sistema più rapido e veloce per ottenere indietro i tuoi soldi. Sai bene che avviare una causa per ottenere la restituzione degli acconti e della caparra sarebbe troppo lungo e costoso. In più non vuoi neanche rinunciare alla casa che, ormai, hai già in parte pagato. La cosa migliore per convincere il venditore a restituirti i soldi è denunciarlo. Ma a che titolo? Ti viene istintivamente di pensare alla appropriazione indebita: il venditore si è infatti impossessato dei tuoi soldi e non te li vuol più restituire. Ma è davvero corretta una tale interpretazione della legge? La mancata restituzione di acconti e caparra è reato? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

L’appropriazione indebita è quel reato che scatta tutte le volte in cui un soggetto si appropria del denaro o di altri oggetti di proprietà altrui di cui però ne ha il possesso per qualsiasi ragione [2]. ll caso tipico è quello di una persona che chiede in prestito l’auto a un amico e poi non gliela vuole più restituire o di chi riceve da un vicino di casa i soldi per pagare l’amministratore ma poi, invece di versarli al condominio, li spende per sé.

Invece, quando si versa un acconto o una caparra, la proprietà dei soldi passa in capo a colui che li riceve. Il quale, tutt’al più, può essere inadempiente – ma solo dal punto di vista civilistico e non più penale – al successivo obbligo ricadente su di lui quale controprestazione di tale compenso. Nell’esempio di partenza, il venditore che non è stato adempiente all’obbligo di informare l’acquirente dell’abuso è tenuto a restituirgli gli acconti versati (ed eventualmente risarcire il danno) o a ridurre il prezzo di vendita. Si tratta però di inadempimenti di natura contrattuale che possono essere fatti valere solo davanti al giudice civile.

Quindi, non si può rispondere di «appropriazione indebita» per la mancata restituzione di una caparra o di un acconto visto che non si tratta più di denaro proprio: la somma si è orami trasferita in capo a un altro soggetto.

Perché scatti il reato di appropriazione indebita – dice la Corte – è necessario che vi sia l’impossessamento della cosa altrui, che manca nel caso di acconto o caparra, perché le somme passano nel patrimonio di chi le riceve. Colui che “intasca” il denaro ne diventa il proprietario; ma se non rispetta gli obblighi assunti in precedenza è responsabile civilisticamente di «inadempimento contrattuale». Con il risultato che, contro di lui, non si possono sporgere querele, ma tutt’al più si deve avviare una causa per ottenerne la condanna, con l’obbligo di rimborso ed eventualmente di risarcimento del danno.

La Cassazione chiarisce che l’appropriazione indebita scatta solo quando il denaro viene consegnato per un fine ben preciso (si pensi a chi dà del denaro per estinguere un’ipoteca mentre il possessore lo usa per un diverso scopo). Diversa l’ipotesi in cui il denaro è erogato a titolo di prezzo parziale o totale di una normale compravendita, che impone la sola obbligazione oggetto del contratto: la consegna del bene.

note

[1] Cass. sent. n. 54521/17 del 4.12.2017.

[2] Art. 646 cod. pen.

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