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Lo sai che? Equo compenso del professionista: come funziona?

Lo sai che? Pubblicato il 7 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 dicembre 2017

Compensi sotto i parametri ministeriali considerati abusivi e quindi nulli: l’azione può essere esercitata entro massimo due anni.

Il cosiddetto «decreto fiscale» approvato dal Governo proprio nell’ultimo scorcio del 2017 [1], disciplina il cosiddetto equo compenso dovuto in caso di prestazioni erogate da professionisti. La nuova norma – originariamente concepita solo per gli avvocati, ma poi estesa a tutti i soggetti che il Job Act qualifica come «lavoratori autonomi» – si preoccupa di fissare un compenso minimo per le prestazioni professionali, ma solo in caso di convenzioni stipulate – anche in forma societaria – con le banche, le assicurazioni o con le «imprese non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese». Di fatto, la normativa tende a garantire un «compenso minimo» a tutti i suoi destinatari. Ma come funziona l’equo compenso del professionista? È quanto cercheremo di illustrare in questa breve guida.

Chi ha diritto all’equo compenso?

L’equo compenso si applica innanzitutto all’avvocato, a prescindere dalla forma con cui questi esercita la professione: individuale, associazione professionale o società di professionisti. Coperte dal diritto all’equo compenso sono le attività giudiziali e anche quelle stragiudiziali se connesse all’attività giurisdizionale (si pensi agli arbitrati rituali e alla consulenza stragiudiziale rivolta alla successiva causa).

La disciplina si applica «per quanto compatibile» ai professionisti individuati dal Jobs Act del lavoro autonomo ossia a tutte le forme di lavoro intellettuale da svolgere con lavoro proprio e senza vincoli di subordinazione. Al contrario degli avvocati, questi ultimi non hanno diritto all’equo compenso se svolgono l’attività in forma imprenditoriale o associata. Rientrano, quindi, nel campo di azione dell’equo compenso non solo coloro che sono titolari di una partita Iva ma anche chi ha firmato un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (cosiddetti co.co.co.). Ciò finisce per attribuire  al giudice (del lavoro) il potere di accertare l’equità o meno del compenso previsto per i co.co.co e quindi di rideterminarlo, anche se non è dato sapere in base a quali parametri.

Nei confronti di chi si ha diritto all’equo compenso?

L’equo compenso non opera nei confronti di tutti i clienti ma solo verso i committenti “forti” come banche, assicurazioni, pubblica amministrazione e imprese non ricomprese nel concetto di Pmi.

A quanto ammonta l’equo compenso?

La legge non dice a quanto ammonta l’equo compenso. Essa si limita a stabilire che  il compenso si considera equo «quando risulta proporzionato alla quantità e alle qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale. Qui si crea un doppio binario:

  • per gli avvocati, i criteri di riferimento sono i “parametri” individuati in base al Dm del 2014 utilizzati per la liquidazione delle spese processuali e che di norma valgono solo in mancanza di accordo tra le parti;
  • per tutti gli altri professionisti si deve far riferimento al decreto legge n. 1/2012 che ha abolito le tariffe professionali e che copre solo le professioni regolamentate (ad es. commercialisti e notai).

Cosa comporta l’equo compenso?

In caso di tariffe al di sotto dei minimi appena indicati, la clausola contrattuale si considera vessatoria. Per cui il giudice potrà annullarla. Resta in piedi il resto del contratto. In pratica la legge sancisce la nullità delle clausole vessatorie che «determinano, anche in ragione della non equità del compenso pattuito, un significativo squilibrio contrattuale a carico dell’avvocato». Inoltre si considerano vessatorie le clausole che consistono nella riserva al cliente delle facoltà di modificare le condizioni del contratto o di pretendere prestazioni aggiuntive che l’avvocato deve eseguire a titolo gratuito, o ancora nella possibilità di anticipare a carico del professionista le spese della controversia, nonché la previsione di termini di pagamento superiori a 60 giorni dalla data di ricevimento della fattura.

Qual è il termine per agire per far dichiarare nulla la clausola?

Se, di norma, l’azione di nullità può essere esperita senza limiti di tempo, quella a tutela dell’equo compenso può essere fatta valere entro massimo 24 mesi dalla firma del contratto. Si tratta di un termine di decadenza che, pertanto, non può essere interrotto e rinnovato senza limiti di tempo con una semplice lettera di diffida.

A quali contratti si applica l’equo compenso?

Il nuovo articolo dispone che il principio dell’equo compenso deve essere garantito in relazione alle prestazioni rese dai professionisti «in esecuzione di incarichi conferiti dopo la data di entrate in vigore della legge di conversione del presente decreto».

Le critiche all’equo compenso

Per l’Antitrust la norma sull’equo compenso «reintroduce di fatto i minimi tariffari, con l’effetto di ostacolare la concorrenza di prezzo tra professionisti nelle relazioni commerciali». Il rischio resta duplice: da un lato la possibile scure della Corte di Giustizia Europea che potrebbe dichiarare illegittima e contraria ai patti comunitari la riforma; la stessa Corte, infatti, poco prima dell’approvazione della normativa sull’equo compenso, aveva ribadito con forza il divieto ai compensi minimi per i professionisti (leggi Avvocato libero di praticare le tariffe che vuole). Dall’altro lato resta il rischio che le grosse società spalmino sui consumatori l’aumento dei costi legali e per gli incarichi professionali, con conseguente aumento dei prezzi (leggi L’equo compenso andrà a  danno dei consumatori). Questo non per privilegiare l’intera classe dei professionisti, ma solo quei pochi che sono riusciti a ottenere una convenzione con società forti.

note

[1] DL. n. 148/2017 convertito in legge n. 172/2017 che introduce l’art. 13-bis nella l. n. 247/2012.

Autore immagine: 123rf con

Art. 19-quaterdecies

Introduzione dell’articolo 13-bis della legge 31 dicembre 2012, n.

247, in materia di equo compenso per le prestazioni professionali degli avvocati

1. Dopo l’articolo 13 della legge 31 dicembre 2012, n. 247, e’ inserito il seguente:

«Art. 13-bis. (Equo compenso e clausole vessatorie). – 1. Il compenso degli avvocati iscritti all’albo, nei rapporti professionali regolati da convenzioni aventi ad oggetto lo svolgimento, anche in forma associata o societaria, delle attivita’ di cui all’articolo 2, commi 5 e 6, primo periodo, in favore di imprese bancarie e assicurative, nonche’ di imprese non rientranti nelle categorie delle microimprese o delle piccole o medie imprese, come definite nella raccomandazione 2003/361/CE della Commissione, del 6 maggio 2003, e’ disciplinato dalle disposizioni del presente articolo, con riferimento ai casi in cui le convenzioni sono unilateralmente predisposte dalle predette imprese.

2. Ai fini del presente articolo, si considera equo il compenso determinato nelle convenzioni di cui al comma 1 quando risulta proporzionato alla quantita’ e alla qualita’ del lavoro svolto, nonche’ al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale, tenuto conto dei parametri previsti dal regolamento di cui al decreto del Ministro della giustizia adottato ai sensi dell’articolo 13, comma 6.

3. Le convenzioni di cui al comma 1 si presumono unilateralmente predisposte dalle imprese di cui al medesimo comma salva prova contraria.

4. Ai fini del presente articolo si considerano vessatorie le clausole contenute nelle convenzioni di cui al comma 1 che determinano, anche in ragione della non equita’ del compenso pattuito, un significativo squilibrio contrattuale a carico dell’avvocato.

5. In particolare si considerano vessatorie, salvo che siano state oggetto di specifica trattativa e approvazione, le clausole che consistono:

a)  nella  riserva  al  cliente  della   facolta’   di   modificare unilateralmente le  condizioni del contratto;

b) nell’attribuzione al cliente  della  facolta’  di  rifiutare  la stipulazione  in  forma  scritta degli   elementi   essenziali   del contratto;

c) nell’attribuzione al cliente della facolta’ di pretendere prestazioni aggiuntive che l’avvocato deve eseguire a titolo gratuito;

d) nell’anticipazione delle spese della controversia a carico dell’avvocato;

e) nella previsione di clausole che impongono all’avvocato la rinuncia al rimborso delle spese direttamente connesse alla prestazione dell’attivita’ professionale oggetto della convenzione;

f) nella previsione di termini di pagamento superiori a sessanta giorni dalla data di ricevimento da parte del cliente della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente;

g) nella previsione che, in ipotesi di liquidazione delle spese di lite in favore del cliente, all’avvocato sia riconosciuto solo il minore importo previsto nella convenzione, anche nel caso in cui le spese liquidate siano state interamente o parzialmente corrisposte o recuperate dalla parte;

h) nella previsione che, in ipotesi di nuova convenzione sostitutiva di altra precedentemente stipulata con il medesimo cliente, la nuova disciplina sui compensi si applichi, se comporta compensi inferiori a quelli previsti nella precedente convenzione, anche agli incarichi pendenti o, comunque, non ancora definiti o fatturati;

i) nella previsione che il compenso pattuito per l’assistenza e la consulenza in materia contrattuale spetti soltanto in caso di sottoscrizione del contratto.

6. Le clausole di cui al comma 5, lettere a) e c), si considerano

vessatorie anche qualora siano state oggetto di trattativa e approvazione.

7. Non costituiscono prova della specifica trattativa ed approvazione di cui al comma 5 le dichiarazioni contenute nelle convenzioni che attestano genericamente l’avvenuto svolgimento delle trattative senza specifica indicazione delle modalita’ con le quali le medesime sono state svolte.

8. Le clausole considerate vessatorie ai sensi dei commi 4, 5 e 6 sono nulle, mentre il contratto rimane valido per il resto. La nullita’ opera soltanto a vantaggio dell’avvocato.

9. L’azione diretta alla dichiarazione della nullita’ di una o piu’ clausole delle convenzioni di cui al comma 1 e’ proposta, a pena di decadenza, entro ventiquattro mesi dalla data di sottoscrizione delle convenzioni medesime.

10. Il giudice, accertate la non equita’ del compenso e la vessatorieta’ di una clausola a norma dei commi 4, 5 e 6 del presente articolo, dichiara la nullita’ della clausola e determina il compenso dell’avvocato tenendo conto dei parametri previsti dal regolamento di cui al decreto del Ministro della giustizia adottato ai sensi dell’articolo 13, comma 6.

11. Per quanto non previsto dal presente articolo, alle convenzioni di cui al comma 1 si applicano le disposizioni del codice civile ».

2. Le disposizioni di cui all’articolo 13-bis della legge 31 dicembre 2012, n. 247, introdotto dal comma 1 del presente articolo, si applicano, in quanto compatibili, anche alle prestazioni rese dai professionisti di cui all’articolo 1 della legge 22 maggio 2017, n. 81, anche iscritti agli ordini e collegi, i cui parametri ai fini di cui al comma 10 del predetto articolo 13-bis sono definiti dai decreti ministeriali adottati ai sensi dell’articolo 9 del

decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.

3. La pubblica amministrazione, in attuazione dei principi di trasparenza, buon andamento ed efficacia delle proprie attivita’, garantisce il principio dell’equo compenso in relazione alle prestazioni rese dai professionisti in esecuzione di incarichi conferiti dopo la data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

4. Dall’attuazione delle disposizioni del presente articolo non devono derivare  nuovi  o  maggiori  oneri  a carico della finanza pubblica.


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