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Licenziamento per motivi economici anche senza crisi

8 Dicembre 2017
Licenziamento per motivi economici anche senza crisi

Legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo redistribuendo le mansioni del dipendente tra i suoi colleghi per incrementare efficienza e guadagni.

Che la giurisprudenza abbia rotto con un passato in cui la tutela del lavoratore contro il licenziamento era considerato un baluardo del sistema è chiaro dalle ultime pronunce della Cassazione. Anche se siamo ancora lontani dal considerare l’imprenditore come parte debole del rapporto contrattuale, a quest’ultimo viene tuttavia riconosciuta un’autonomia organizzativa nella distribuzione del lavoro che un tempo non era neanche possibile immaginare. In quest’ottica si sta sempre più affermando il filone interpretativo secondo cui si può licenziare anche solo per evitare gli sprechi, distribuendo le mansioni del dipendente “mandato a casa”  tra i suoi colleghi. L’importante è non procedere all’assunzione di una nuova persona cui affidare gli stessi compiti del soggetto licenziato. Questa concezione ha trovato un’ulteriore conferma in una sentenza della Cassazione di due giorni fa [1]: secondo la Corte è legittimo il licenziamento per motivi economici anche senza crisi. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di comprendere meglio la questione ricorrendo a un esempio.

Immaginiamo che, in un’azienda, venga licenziato un dipendente. A fondamento della decisione vengono richiamate motivazioni aziendali di carattere economico. Le mansioni a cui il lavoratore era adibito, in realtà, non sono del tutto soppresse ma distribuite tra alcuni dei suoi colleghi che, nel frattempo, sono stati sgravati da altri compiti e, quindi, hanno più tempo libero. Il dipendente che ha perso il posto si oppone al licenziamento; a suo dire, non c’è alcuna cessazione del ramo aziendale – come invece farebbe credere la comunicazione del datore – visto che le sue funzioni continueranno ad essere svolte da altri e, quindi, da ritenersi ancora necessarie per l’azienda. Insomma, in assenza di crisi, non si può licenziare. Il datore, invece, sostiene che è suo diritto sopprimere i posti inutili quando le stesse attività possono essere agevolmente poste in essere da altri impiegati; e ciò anche se non c’è una situazione di difficoltà economica in senso stretto. Chi dei due ha ragione?

Come abbiamo già chiarito nella guida dedicata al licenziamento illegittimo, la legge tipizza due tipi di licenziamento:

  • il licenziamento disciplinare, che è quello che trae origine da comportamenti colpevoli del dipendente (a seconda poi della gravità si avrà un «licenziamento per giusta causa» che non prevede il preavviso, e il «licenziamento per giustificato motivo soggettivo» che invece, per la minore dannosità della condotta per l’azienda, comporta il preavviso);
  • licenziamento per motivi economici (anche detto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo») che è quello che trova giustificazioni in ragioni connesse all’organizzazione dell’attività, quasi sempre connesse alla perdita di commesse, alla riduzione del lavoro, alla crisi, alla cessazione del ramo d’azienda o alla esternalizzazione delle mansioni.

È su quest’ultimo tipo di licenziamento che interviene la Cassazione che chiarisce: è legittimo il licenziamento dettato solo dalla necessità di incrementare efficienza e redditività. Perché si possa mandare a casa un dipendente non è necessario che l’azienda sia in crisi. Ma ciò ad una sola condizione: il riassetto organizzativo deve essere effettivo e non simulato. Dunque la redistribuzione delle mansioni del licenziato fra i colleghi deve essere la causa e non l’effetto del provvedimento espulsivo: in tal caso si configura il «giustificato motivo oggettivo» senza che sia necessario dimostrare un andamento economico negativo dell’azienda.

Ultima condizione per poter licenziare è verificare prima se il dipendente può essere adibito ad ulteriori mansioni ancora “attive”. È quello che viene detto repechage o ripescaggio. Se non vi sono mansioni dello stesso livello, il datore – piuttosto che provvedere al licenziamento – può anche proporre mansioni di tipo inferiore con paga ridotta, sempre che il dipendente le accetti. Ovviamente il lavoratore deve possedere la capacità per svolgere i nuovi compiti, non essendo tenuto il datore a spostare gli altri dipendenti dai loro ruoli per far spazio al primo affidandogli mansioni a lui più congeniali.


note

[1] Cass. sent. n. 29238/17 del 6.12.2017.


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