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Ex racconta in giro fatti personali: come tutelarsi

10 dicembre 2017


Ex racconta in giro fatti personali: come tutelarsi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 dicembre 2017



Diffamazione o violazione della privacy? Ecco gli esempi concreti in cui si può far causa a chi rivela fatti intimi altrui.

Un tuo ex partner, con cui hai intrattenuto una relazione intensa e burrascosa, ha deciso di vendicarsi per essere stato – a suo dire – lasciato in malo modo e sta rivelando ai vostri amici i tuoi fatti personali. Racconta, ad esempio, delle tue difficoltà sul lavoro e di come ne sei dovuta uscire, dei tuoi problemi di salute e soprattutto psicologici, dei litigi e degli attriti che hai con i tuoi genitori e delle conseguenti difficoltà sul piano affettivo. In gran parte, questi racconti sono frutto di esagerazioni rivolte a metterti in cattiva luce, ma hanno comunque un margine di verità e ciò per via delle tue – comunque legittime – confessioni che gli hai fatto nell’anno in cui siete stati insieme. Ora però la storia sta andando avanti da troppo tempo e hai deciso di tutelarti. Se sarà il caso, lo denuncerai per farlo smettere e, nello stesso tempo,  per tutelare il tuo buon nome dai pettegolezzi che, a cascata, sono seguiti da tali brutti episodi. Il punto però è che non sai se devi rivolgerti a un avvocato, alla polizia o ai carabinieri; né sai, soprattutto, se il tuo precedente fidanzato sta commettendo davvero un reato o meno. Non vorresti infatti rischiare una controquerela che, magari, ti esporrebbe solo a ulteriori rischi. In questo articolo cercheremo di spiegarti come tutelarsi se l’ex racconta in giro fatti personali.

Ci sono due tipi di tutele nel caso in cui una persona divulghi episodi falsi, offese o fatti personali:

  • quella penale che ti consente di sporgere querela e di sperare che, all’esito delle indagini, il pubblico ministero ravvisi la sussistenza di un reato. In tal caso verrà avviato il processo ed eventualmente la condanna. Nella condanna può essere contenuto una provvisionale per il risarcimento del danno, risarcimento che comunque dovrai farti liquidare in via definitiva da un giudice civile con un secondo giudizio
  • quella civile che ti consente di chiedere solo il risarcimento.

In entrambi i casi, per poter agire, devi prima verificare se sussistono gli estremi di un illecito. Vediamo dunque quali norme potrebbe violare chi racconta in giro fatti personali.

Raccontare fatti personali è diffamazione?

La prima cosa che viene in mente a chi si sente vittima del pettegolezzo è una denuncia per diffamazione. Ma la diffamazione non è così automatica come può sembrare a prima vista. Difatti, perché si possa parlare di diffamazione – recita il codice penale [1] – è necessario che ci sia un’offesa alla reputazione di una persona, fatta con la consapevolezza (ma non con l’intento) di offendere. Per ledere la reputazione, quindi, sono necessarie espressioni che, in qualche modo, offendano una persona ossia ne colpiscano l’onore sociale. Ad esempio, il racconto di un litigio familiare non va a ledere la reputazione a meno che ciò non finisca per riversarsi in un giudizio di valore su una delle parti, attribuendole comportamenti o pensieri riprovevoli. La diffamazione, difatti, scatta anche in presenza di espressioni in forma dubitativa, insinuanti e allusive, sottintese, ambigue e tali da suggerire a chi ascolta una valutazione negativa dell’altrui persona.

È inoltre necessario che la persona diffamata sia assente al momento della comunicazione della notizia. In pratica, ad essere punite sono le maldicenze e i pettegolezzi fatti “alle spalle”.

Ancora, il parlare di una difficoltà nel trovare un lavoro e, nello stesso tempo, far credere che si è stati assunti in una pubblica amministrazione solo a seguito di raccomandazione trascende nella diffamazione. Raccontare di essere stati traditi può diventare diffamazione nei confronti del presunto traditore perché – si sa – l’infedeltà, anche tra persone non sposate, comporta sempre un giudizio negativo.

Dire in giro che una persona ha il vizio di dormire con le calze sporche non è diffamazione, come non lo è il fatto di spifferare manie comportamentali o particolari abitudini alimentari. Quando però si entra nel campo medico e la rivelazione di fatti personali riguarda gli aspetti più intimi può mutare il capo di imputazione. Ecco come.

Attenzione a questo aspetto: la diffamazione scatta solo quando si comunicano i fatti offensivi ad almeno due persone; ma, secondo la Cassazione, non è necessario che tutti gli interlocutori siano presenti nello stesso momento, ben potendosi avere una comunicazione differita in contesti tra loro differenti se il fine è unico ed è quello di diffamare. Quindi, ad esempio, c’è diffamazione se il colpevole parla prima “a tu per tu” con un amico, poi con un altro, poi con un altro ancora, finendo così per rendere pubblico il fatto.

Infine, perché sussista l’elemento psicologico del reato, non è necessaria l’intenzione di offendere la reputazione della persona, ma è sufficiente la volontà di utilizzare espressioni offensive con la consapevolezza di offendere.

Raccontare fatti personali è violazione della privacy?

Se non si sconfina nella diffamazione c’è un’ulteriore possibilità di proteggersi da chi racconta fatti personali: se questi attengono alla sfera più intima, rientrano nel campo di tutela della legge sulla privacy. In questo caso, però, non sarà possibile agire con una denuncia ma si potrà chiedere un risarcimento del danno [2]. Non tutti i dati personali sono protetti. Lo sono, in particolare misura, quelli attinenti alle abitudini sessuali, alle convinzioni religiose e alle salute. Raccontare in giro di problemi medici di una persona, con il dissenso di quest’ultima, costituisce un illecito trattamento di dati personali. Lo stesso dicasi per chi fa vedere un video di un rapporto intimo con il proprio compagno/a: vantarsi di determinate avventure sessuali o rivelare i giochi erotici di una persona (identificandola con nome e cognome) equivale a lederne l’onore e il decoro [3]. Perché scatti il reato di diffamazione non è necessario che la notizia sia falsa o, comunque, attenga a una valutazione offensiva della vittima, volta a screditarla ingiustamente. La diffamazione ricorre anche quando un soggetto narri, ad altri, fatti inerenti la sfera intima e personale della vittima, così ledendola anche nella privacy: insomma si deve trattare di quei fatti che, normalmente, non si racconta in pubblico per vergogna o pudicizia.

Quale giudice è competente?

Quando si crea un danno alla privacy o alla reputazione altrui, il giudice competente a decidere (e quindi il luogo ove si svolgerà il processo) è quello dove il danneggiato ha il proprio centro di interessi ossia dove vive ossia dove ha il domicilio al momento della diffusione della notizia diffamatoria in quanto è proprio lì che si verifica il maggior danno.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Art. 15 del Dlgs. n. 196/2003 (Danni cagionati per effetto del trattamento di dati personali): «1. Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 del codice civile».

[3] Cass. sent. n. 50058/2016 e n. 25458/2011.

Autore immagine: 123rf com


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