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Avviso di accertamento dopo verifica fiscale: termini

29 gennaio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 gennaio 2017



L’avviso di accertamento non può essere emesso prima di un certo termine, altrimenti è illegittimo (a meno che non vi siano motivate ragioni d’urgenza).

Quando, a seguito di un controllo fiscale, si riceve un avviso di accertamento, è sempre bene verificare la data di emissione  e confrontarla con quella di consegna del verbale di accesso della Guardia di Finanza: se tra le due date intercorrono meno di 60 giorni, l’avviso è illegittimo.

L’avviso di accertamento emesso a seguito delle verifiche fiscali presso i locali del contribuente non può essere emesso prima che siano decorsi 60 giorni dalla data di rilascio della copia del processo verbale di constatazione (pvc). Se notificato prima, l’accertamento è illegittimo (cosiddetto accertamento ante tempus), a meno che non vi siano state ragioni di particolare e motivata urgenza.

È quanto ricordato da una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna [1].

Termine avviso di accertamento: cosa dice la legge

La legge stabilisce che, nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare, entro 60 giorni, osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza.

Secondo la giurisprudenza consolidata, formatasi sulla scia di una nota pronuncia della Cassazione a Sezioni unite [2], l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento, determina di per sé, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, l’illegittimità dell’atto impositivo, poiché detto termine è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione dei principi, di derivazione costituzionale, di collaborazione e buona fede tra amministrazione e contribuente ed è diretto al migliore e più efficace esercizio della potestà impositiva.

Il vizio invalidante l’accertamento non consiste nella mera omessa enunciazione nell’atto dei motivi di urgenza che ne hanno determinato l’emissione anticipata, bensì nell’effettiva assenza di tale requisito, esonerativo dall’osservanza del termine, la cui ricorrenza, nella concreta fattispecie, deve essere provata dall’Agenzia delle Entrate [3].

Il termine di 60 giorni non può, dunque, in nessun modo essere considerato ordinatorio, essendo invece il suo rispetto previsto come condizione di legittimità dell’accertamento; che spetta al giudice verificare se sussistano realmente i motivi dedotti dall’Ufficio per giustificare il mancato rispetto di tale termine.

Accertamento prima dei 60 giorni per ragioni di urgenza

Nel caso esaminato dai giudici emiliani, l’Agenzia delle Entrate aveva giustificato il mancato rispetto del termine con la contemporanea presenza di tre requisiti di urgenza: stato di abbandono dei locali aziendali adibiti a sede legale (ciò che avrebbe reso problematica la successiva notifica dell’avviso), l’entità dei rilievi contestati e l’imminenza dei termini di decadenza dall’azione accertatrice.

Tuttavia, nessuna delle tre giustificazioni è stata ritenuta idonea ad integrare i requisiti di urgenza previsti dalla norma per derogare al termine di 60 giorni.

In particolare, secondo i giudici, era radicalmente insussistente il pericolo che, a seguito dello stato di abbandono dei locali aziendali, l’attesa di ulteriori giorni avrebbe reso più difficoltosa la notifica dell’avviso, ben potendo lo stesso essere notificato presso la casa comunale.

Infondata è stata anche anche la giustificazione relativa al fatto che il mancato rispetto del termine di 60 giorni sarebbe derivato dalla necessità di rispettare i termini di decadenza dell’azione accertatrice, in via di scadenza.

Se sta per scadere il termine di decadenza dell’accertamento

L’accertamento delle imposte deve avvenire entro determinati termini di decadenza, decorsi i quali il Fisco non può più agire per ottenere il pagamento. Per le imposte sui redditi, Iva e Irap, per i periodi precedenti il 2016, gli accertamenti devono essere notificati entro il 31 dicembre del:

  • quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, nel caso di irregolarità nella dichiarazione;
  • quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, nei casi di nullità o di omessa presentazione della dichiarazione.

La giurisprudenza della Corte di cassazione si è consolidata nel ritenere che le specifiche ragioni di urgenza non possano identificarsi con l’imminente spirare del termine di decadenza per l’accertamento, dato che è dovere dell’amministrazione attivarsi tempestivamente per consentire il dispiegarsi del contraddittorio procedimentale: diversamente opinando, si dovrebbero convalidare, in via generalizzata, tutti gli atti in scadenza, in contrasto col principio secondo cui il requisito dell’urgenza deve essere riferito alla concreta fattispecie, e cioè al singolo rapporto tributario controverso, spettando in ogni caso all’Ufficio l’onere di provare in giudizio la sussistenza della situazione urgente.

Qualora poi l’amministrazione deduca, quale circostanza di “particolare e motivata urgenza”, il fatto di non aver potuto rispettare il termine dilatorio di sessanta giorni (allegando l’imminente scadenza del termini previsti per l’azione di accertamento), l’oggetto della prova va individuato nell’oggettiva impossibilità di adempimento dell’obbligo. In altri termini, l’Ufficio dovrebbe dimostrare che l’imminente scadenza del termine di decadenza che non ha consentito di adempiere l’obbligo di legge, sia dipesa da fatti o condotte non imputabili ad incuria, negligenza o inefficienza.

note

[1] CTR Emila Romagna, sent. n. 3003 del 02.11.2017.

[2] Cass. Sez. Unite, sent. n. 18184/2013.

[3] Cass. n. 10989/2017, Cass. n. 25962/2016, Cass. n. 13294/2016, Cass. n. 5149/2016, Cass. n. 23547/20015, Cass. n. 22786/2015, Cass. n. 25759/2014, Cass. Sez. Un. n. 19667/2014, Cass. n. 15634/2014, Cass. n. 14287/2014, Cass. n. 2587/2014, Cass. n. 1264/2014, Cass. Sez. Un. n. 18184/2013.


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