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La moglie può opporsi al trasferimento della propria famiglia?

12 Dicembre 2017


La moglie può opporsi al trasferimento della propria famiglia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Dicembre 2017



Il marito vuole trasferirsi in un altro Paese o in un’altra città per trovare lavoro: la moglie e figli possono opporsi?

Chi decide la residenza della famiglia? Quando una coppia si sposa ha, di solito, già stabilito dove andrà a vivere e, se non è definita ancora quale sarà la casa della coppia, è quantomeno chiara la città. Nessuno sale sull’altare senza un minimo di programmi per il futuro. Ma le cose possono cambiare e, visto l’attuale mercato del lavoro, non è da escludere che uno dei due coniugi trovi impiego in un’altra città (o addirittura in un’altra nazione) dove però l’altro non intende trasferirsi. Allo stesso modo è ben possibile che, nel momento in cui scade il contratto di affitto e si è costretti a cambiare appartamento, non ci sia più l’intesa che c’era al momento delle nozze e moglie e marito litighino sulla nuova residenza. Vediamo, dunque, cosa prevede la legge in questi casi. La moglie può opporsi al trasferimento della propria famiglia? Che succede in caso di disaccordo sul luogo ove andare a vivere? Se il marito vuole trasferirsi in un altro Paese per trovare lavoro, la moglie e figli possono contestare questa scelta e, magari, restare in Italia? Ecco cosa stabilisce in proposito la legge.

Tutta la materia sulla fissazione della residenza della coppia di coniugi è regolata dal codice civile: in tre norme sono indicate tutte le regole nel caso di trasferimento di moglie e marito. Cominciamo proprio dal testo di tali disposizioni per comprendere se la moglie può opporsi al trasferimento della propria famiglia. 

Chi decide quale residenza deve avere la famiglia?

La prima norma [1] regola l’indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia. Si stabilisce che i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. La regola è molto generica nella sua formulazione e lascia intendere una cosa molto chiara: il legislatore non ha voluto imporre la volontà dell’uno come preminente rispetto a quella dell’altro. Tutto è quindi rimesso all’accordo di moglie e marito.

Che succede se marito e moglie non si mettono d’accordo sulla residenza?

Ma che succede se questo accordo non dovesse esserci? Qui entra in gioco la seconda norma del codice civile [2] secondo cui, in caso di disaccordo, ciascuno dei coniugi può chiedere (senza bisogno di una causa) l’intervento del giudice. Il Tribunale del luogo di residenza dei coniugi, dopo aver sentito le opinioni espresse da moglie e marito e, se necessario, dai figli conviventi che abbiano almeno 16 anni, tenta di raggiungere una soluzione concordata. Si tratta cioè di un tentativo di conciliazione volto a mediare le contrapposte posizioni. Se neanche questo tentativo sortisce effetti, il giudice, se entrambi i coniugi gliene fanno espressa richiesta, «adotta, con provvedimento non impugnabile, la soluzione che ritiene più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita della famiglia». Questo significa che il magistrato non può imporre una terza soluzione rispetto a quelle dei coniugi ma stabilisce quale delle due posizioni in contrasto è più confacente agli interessi della famiglia (all’interno della quale prevalgono gli interessi dei figli su quelli dei genitori).

Il giudice, nel valutare i motivi del disaccordo, tutela le preminenti esigenze della serenità della famiglia e quelle economiche e professionali di entrambi i coniugi. Egli, ad esempio, non può omettere nella sua valutazione le esigenze della moglie relative al suo stato di gravidanza e all’imminente maternità [3].

Chiude il cerchio la terza norma del codice civile [4] che vieta ai coniugi di allontanarsi dalla residenza familiare senza giustificato motivo e non voglia più tornarvi. Quindi, una volta che il giudice abbia stabilito quale delle soluzioni prospettate dai coniugi sia preferibile, l’altro non può poi “fare di testa propria” e allontanarsi; se lo fa, diventa responsabile e, in caso di separazione, subisce il cosiddetto «addebito» (con perdita del diritto all’assegno di mantenimento).  Uno dei doveri dei coniugi previsti dalla legge è quello di coabitare. Può essere chiesta la separazione con addebito in caso di:

  • mancato accordo tra i coniugi sulla fissazione della residenza familiare;
  • allontanamento del coniuge dalla residenza familiare senza una giusta causa.

Il giudice può, secondo le circostanze, ordinare il sequestro dei beni del coniuge allontanatosi, nella misura atta a garantire l’adempimento degli obblighi alimentari previsti nei confronti dell’altro coniuge e dei figli.

Allontanamento da casa: rischi di chi si trasferisce senza il consenso del coniuge

Come abbiamo detto, uno dei due coniugi non può trasferirsi nonostante il dissenso dell’altro. Il suo comportamento viene considerato dalla legge come «allontanamento dalla residenza familiare» che è un illecito civile e, in alcuni casi penale (se da tale allontanamento ne deriva una situazione di difficoltà economica per gli altri familiari). Solo una giusta causa consente l’allontanamento dalla casa coniugale (ad esempio avvenimenti o comportamenti di altri incompatibili con il protrarsi della convivenza, oppure quando l’abbandono consegue a una situazione già intollerabile o compromessa quando cioè c’è una crisi matrimoniale in atto). Non è possibile, infatti, obbligare i coniugi a mantenere una convivenza non più gradita: il disimpegno da una convivenza intollerabile costituisce un diritto garantito dalla Costituzione [5].

Spetta al coniuge che si è allontanato dalla residenza familiare provare che sussiste una giusta causa come, ad esempio, i frequenti litigi domestici.

note

[1] Art. 144 cod. civ.

[2] Art. 145 cod. civ.

[3] Art. 146 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 24574/2008.

[5] Cass. sent. n. 21099/2007.

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