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Lo sai che? Auto in prestito: chi è responsabile per la multa?

Lo sai che? Pubblicato il 12 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 12 dicembre 2017

Responsabilità solidale tra titolare dell’auto ed effettivo conducente: impossibile dimenticare a chi si è prestata la macchina.

La tua auto viene usata un po’ da tutta la famiglia. Di tanto in tanto la prende anche tuo fratello che, al momento, non ha i soldi per comprare una sua macchina. Un giorno però ti arriva una multa per una violazione del codice della strada commessa un paio di mesi prima. Col verbale, la polizia ti ordina anche di comunicarle i dati di chi era alla guida del mezzo in quel preciso momento. Tanto al fine di decurtargli i punti dalla patente. Ma chi guidava in quel momento? Impossibile dirlo. Anche tu, che hai una memoria di ferro, non riesci a ricordare se, in quell’occasione, al volante c’eri tu o un tuo familiare. Anche il luogo di rilevamento dell’infrazione – una strada statale vicino casa – è poco indicativo, trattandosi di un percorso obbligato per poter arrivare in centro città. Cosa prevede la legge in un’ipotesi del genere? In caso di auto in prestito, chi è responsabile per la multa? La risposta a questo interrogativo più che legittimo è stata data dalla Cassazione con una ordinanza pubblicata solo ieri [1].

Vietato dimenticare a chi si presta l’automobile

Il primo punto da cui partire è: a chi arriva la multa nel caso in cui il conducente non venga fermato immediatamente? Quando la contestazione della multa non è immediata, e quindi la volante non stoppa il conducente al momento stesso dell’infrazione per identificarlo e notificargli il verbale, la contravvenzione viene spedita al proprietario dell’auto identificato in base al numero della targa.

In questo stesso istante, se oltre alla sanzione economica è prevista anche la decurtazione dei punti dalla patente, al proprietario dell’auto viene fatto ordine di indicare il nome e gli estremi della patente dell’effettivo conducente. Qui possono profilarsi quattro diverse situazioni:

  • il proprietario dell’auto era alla guida al momento dell’infrazione: egli è comunque tenuto a fornire la comunicazione alla polizia indicando i propri dati e “autodenunciandosi”. L’autorità provvede a sottrargli i punti dalla patente. Tale comunicazione va data anche se si intende pagare subito la multa (infatti, il pagamento non è una tacita ammissione di essere l’effettivo conducente) o se si vuol fare ricorso;
  • l’auto era stata prestata a un’altra persona ed il proprietario dell’auto comunica alla polizia le generalità di quest’ultima. In tal caso, vengono sottratti i punti solo all’effettivo conducente;
  • l’auto era stata prestata a un’altra persona e il proprietario dell’auto comunica alla polizia di non essere in grado di ricordare chi fosse quest’ultima: in tal caso, non scatta la sottrazione dei punti ma una seconda multa che va da 286 euro a 1.142 euro;
  • l’auto era stata prestata a un’altra persona e il proprietario non invia alla polizia, entro 60 giorni dal ricevimento della multa, la comunicazione con l’indicazione dell’effettivo conducente: anche in questo caso non scatta la sottrazione dei punti ma una seconda multa che va da 286 euro a 1.142 euro.

Nell’ipotesi in cui l’effettivo conducente è una persona diversa dal proprietario si crea una «responsabilità in solido» al pagamento della multa (leggi Chi pagai la multa: il conducente o il proprietario?). In pratica, lo stesso verbale viene inviato ad entrambi e tutti e due sono tenuti a pagarlo ovviamente, chi paga per primo libera dall’obbligo anche l’altro, ma se nessuno dei due paga, allora entrambi sono parimenti responsabili e possibili destinatari di una cartella esattoriale. Quindi per rispondere al quesito di partenza, ossia in caso di auto in prestito, chi è responsabile per la multa, la risposta corretta è: sia il titolare della macchina che l’effettivo conducente qualora individuato dal primo ed i cui dati siano stati forniti alla polizia.

Vediamo meglio che succede se il conducente non è in grado di ricordare a chi aveva prestato l’auto. Per quanto la norma stabilisce che è soggetto alla seconda multa (quella da 286 a 1.142 euro) solo chi «senza giustificato motivo» non fornisce la dichiarazione coi dati dell’effettivo conducente, secondo la Cassazione non è una valida scusa il fatto di avere una memoria corta. Il proprietario dell’auto deve essere sempre in grado di ricostruire chi ha preso la sua auto e chi la guidava al momento dell’infrazione. In tema di violazioni di norme del codice della strada – sostiene la Corte – il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti della pubblica amministrazione o dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la guida e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa. In caso contrario, «risponde a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento (del veicolo)» ossia subisce la seconda multa di cui abbiamo appena parlato.

note

[1] Cass. ord. n. 29593/17 dell’11.12.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 30 novembre – 11 dicembre 2017, n. 29593
Presidente D’Ascola – Relatore Giusti

Fatto e diritto

Ritenuto che G.E. ha proposto opposizione avverso il verbale in data 11 ottobre 2010 con cui il Ministero dell’interno gli aveva contestato la violazione dell’art. 126-bis, comma 2, del codice della strada perché “in data 20 maggio 2010 è stato notificato il verbale n. (omissis) , redatto il 16 marzo 2010, per la violazione dell’art. 142, comma 8, del codice della strada commessa l’(omissis) con veicolo targato (…), con cui veniva intimato di comunicare, entro 60 gg. dalla notifica, i dati personali e della patente di guida del conducente. Essendo decorsi inutilmente i termini imposti senza alcuna comunicazione relativa alle informazioni richieste, la S.V. non ha ottemperato alla intimazione ricevuta”;
che a sostegno dell’opposizione il G. ha dedotto che la comunicazione dei dati del conducente e la relativa copia autenticata della patente di guida erano state regolarmente e tempestivamente inviate a mezzo di raccomandata A.R.;
che l’adito Giudice di pace di Roma, con sentenza in data 2 gennaio 2015, ha rigettato l’opposizione;
che il Tribunale di Roma, con sentenza pubblicata l’8 giugno 2016, ha respinto l’appello;
che per la cassazione della sentenza del Tribunale il G. ha proposto ricorso, con notificato a mezzo del servizio postale il 4 gennaio 2017, sulla base di un motivo;
che gli intimati Ministero dell’interno e Prefettura di Roma non hanno svolto attività difensiva in questa sede;
che l’intimata non ha resistito con controricorso;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., è stata comunicata alla parte ricorrente, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio;
che il ricorrente ha depositato una memoria illustrativa.
Considerato che con l’unico mezzo il ricorrente deduce erronea applicazione di norme di diritto (artt. 126-bis e 180 del codice della strada e dei principi della Suprema Corte), sostenendo di avere, in applicazione dell’art. 126-bis del codice, compilato e inviato tempestivamente a mezzo raccomandata la comunicazione dei dati del conducente, indicando i propri dati anagrafici e gli estremi della propria patente, unitamente alla copia autenticata della patente stessa;
che il motivo è manifestamente infondato;
che il Tribunale ha accertato che nella comunicazione ex art. 126-bis del codice della strada inviata a mezzo lettera raccomandata A.R. non è identificabile l’autore della violazione contestata, avendo il G. dichiarato che “non è stato in grado di risalire all’effettivo conducente al momento della presunta infrazione”;
che tale essendo l’accertamento di fatto compiuto dal giudice del merito circa la portata della comunicazione effettuata, correttamente il Tribunale ha fatto applicazione del principio – più volte ribadito da questa Corte regolatrice (Cass., Sez. II, 3 giugno 2009, n. 12842; Cass., Sez. II, 16 ottobre 2014, n. 21957) – secondo cui, in tema di violazioni alle norme del codice della strada, il proprietario di un veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti della P.A. o dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa, l’inosservanza di tale dovere di collaborazione essendo sanzionata, in base al combinato disposto degli art. 126-bis e 180 del codice della strada, alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 27 del 2005;
che in particolare, si è statuito che, con riferimento alla sanzione pecuniaria inflitta per l’illecito amministrativo previsto dal combinato disposto degli articoli 126-bis, comma 2, e 180, comma 8, del codice della strada, il proprietario del veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell’eventuale incapacità d’identificare detti soggetti necessariamente risponde a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento in guisa da essere in grado di adempiere al dovere di comunicare l’identità del conducente (Cass., Sez. II, 12 giugno 2007, n. 13748);
che il motivo di ricorso – con cui si sostiene che in realtà il G. non avrebbe invocato alcun motivo di giustificazione ma avrebbe espresso un mero rammarico, comunicando tuttavia i propri dati e facendosi carico della presunta infrazione – si risolve nella sollecitazione di una nuova lettura della detta comunicazione, diversa da quella effettuata, con logica e congrua motivazione, dal Tribunale;
che il ricorso è rigettato;
che non vi è luogo a pronuncia sulle spese, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa sede;
che ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 (inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012), applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte del ricorrente, a norma del comma bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

rigetta il ricorso;dichiara – ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del d.P.R. n. 115/02, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228/12 – la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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