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Lo sai che? Prelievi non autorizzati: quanti soldi vengono restituiti?

Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2017

Il correntista ottiene dalla banca il rimborso delle somme illegittimamente prelevate da estranei detratta però una franchigia. Ecco a quanto ammonta.

Se qualcuno preleva soldi dal tuo conto corrente online oppure utilizzando la tua carta bancomat è molto probabile che la banca ti risarcisca la somma sottratta fraudolentemente. Potrebbe negarti il rimborso solo se dimostra che il prelievo non autorizzato è avvenuto per tua colpa, perché non hai saputo custodire bene la carta bancomat (ad esempio hai lasciato distrattamente il portafogli in auto mentre eri a passeggio) o non hai saputo preservare il pin del bancomat dagli usi indebiti (ad esempio avevi appuntato il codice segreto in un foglietto riposto nel portafogli che è stato smarrito o rubato). Secondo la giurisprudenza, chi perde il bancomat e fa la denuncia solo dopo qualche giorno, perché solo allora si accorge di ciò, non può essere pregiudicato e ha diritto ugualmente alla restituzione del contante. La banca deve infatti predisporre strumenti tali da garantire al proprio cliente di sapere, in qualsiasi momento, se qualcuno sta utilizzando il suo conto corrente online oppure la carta bancomat.

Di solito i contratti stipulati tra il cliente e la banca prevedono la restituzione delle somme prelevate da estranei detratta una franchigia a carico degli utenti. Tale franchigia è stata, fino a ieri, di 150 euro. Ora un decreto legislativo appena approvato dal Governo [1] ha abbassato la franchigia a 50 euro. In forza di questa modifica chi ad esempio ha subito il furto di 500 euro dal bancomat avrà diritto a ricevere la restituzione di 450 euro (al netto della franchigia). La nuova norma è stata varata per incentivare i pagamenti elettronici e tutelare maggiormente i clienti delle banche.

In sostanza, in caso di prelievi sul bancomat effettuati da un’altra persona (a seguito di una truffa) o di truffe sulle carte di credito o sul conto corrente online (cosiddetta e-banking o home-banking) gli utenti verranno rimborsati per l’intero dell’ammanco subito come accade tutt’ora (grazie a polizze assicurative stipulate dagli emittenti delle carte di pagamento). Ma se prima al titolare della carta era comunque chiesto un esborso fisso di 150 euro, adesso questo esborso (franchigia) è ridotto di un terzo.

Come ottenere la restituzione dei soldi prelevati da sconosciuti

Per ottenere il rimborso della somma prelevata senza autorizzazione è però necessario preoccuparsi di due adempimenti nel più breve tempo possibile:

  • bisogna denunciare il fatto alla polizia postale o ai carabinieri;
  • bisogna bloccare la carta (se il furto è avvenuto con bancomat o carta di credito);
  • bisogna comunicare alla banca il fatto con la copia della denuncia presentata alle autorità.

Se la banca non restituisce le somme illegittimamente prelevate deve dare prova della colpa del correntista nell’episodio ossia dimostrare che il furto è avvenuto per incuria o negligenza del proprio cliente. Solo se viene fornita questa prova si può negare il rimborso, cosa non sempre facile per l’istituto di credito. Ecco perché gran parte della giurisprudenza e lo stesso Arbitro bancario hanno dato ragione ai correntisti truffati.

Per cui, se non viene disposta spontaneamente la restituzione, l’utente può alternativamente rivolgersi:

Cosa dicono i giudici

La giurisprudenza, a riguardo, ha ormai sposato una linea interpretativa di tutela del correntista, consentendo a quest’ultimo di chiedere, alla banca, la restituzione dei soldi illegittimamente prelevati dagli estranei. La responsabilità dell’istituto di credito si fonda sul presupposto secondo cui spetta a quest’ultimo – e non al cliente – adottare tutte le misure tecniche per evitare il rischio di illegittime intrusioni o, quantomeno, attivare gli strumenti di allarme per evitare il ripetersi delle truffe. Questo, da un punto di vista processuale, si sostanzia in ciò che comunemente si chiama «inversione dell’onere della prova»: in termini pratici significa che al cliente basta dimostrare di aver subito un prelievo dal conto online non autorizzato, mentre spetta alla banca il compito – improbo – di provare di aver fatto di tutto per evitare il crimine.

Detto ciò, si comprende come, per ottenere la restituzione dei soldi trafugati dal conto corrente, è spesso sufficiente presentare un’istanza di rimborso alla banca, inviata con raccomandata a.r. (o posta elettronica certificata). La banca dovrebbe rispondere in tempi brevi, ma, in caso contrario o di rifiuto, piuttosto che andare dal giudice e attendere i lunghi tempi di una causa, è altresì possibile procedere attraverso l’Abf (vedi sopra).

Secondo la Cassazione, al correntista derubato spetta soltanto dimostrare di aver subito un trafugamento delle somme, mentre la banca risponde dei danni conseguenti al fatto di non aver impedito a terzi di introdursi illecitamente nel sistema telematico mediante la captazione dei codici d’accesso del correntista: se la banca vuole evitare la condanna deve dimostrare che il furto non le sia imputabile perché discendente da trascuratezza, errore o frode del correntista o da forza maggiore. In buona sostanza deve dare prova che è stato il correntista a non conservare, in modo diligente, le credenziali di accesso al proprio sistema di home banking.

Nell’eventuale causa, il regime delle prove è a favore dell’utente. Infatti – come chiarisce la giurisprudenza – qualora il cliente neghi di aver autorizzato un’operazione di pagamento, lamentando l’intrusione fraudolenta di terzi nel proprio conto corrente online, spetta alla banca dimostrare (cosiddetta «inversione dell’onere della prova») che l’illecito è avvenuto per colpa o dolo del cliente medesimo, ossia che quest’ultimo – per esempio – non ha custodito correttamente le proprie credenziali di accesso all’home banking. In altre parole, il solo fatto che un hacker o qualsiasi altro malintenzionato sia riuscito a sottrarre somme dal vostro conto corrente, non è sufficiente per affermare la vostra responsabilità per non aver usato la dovuta diligenza nel proteggere i risparmi. È vero, infatti, che la legge impone al cliente della banca di far buon uso dei propri sistemi di pagamento e di comunicare immediatamente alla banca lo smarrimento, il furto o l’uso non autorizzato del medesimo. Dall’altro lato, però, è anche vero che l’istituto di credito ha l’obbligo di assicurare che i disposizioni di pagamento non siano accessibili a terzi malintenzionati. In presenza – si legge in numerosi provvedimenti dell’Abf – di una insolita frequenza nel prelevamento e pagamento col bancomat rispetto alla consueta movimentazione del conto fatta dal suo legittimo titolare, la banca ha l’obbligo di attivarsi e controllare che tutto sia in regola o che non vi sia, piuttosto, un accesso non autorizzato. Se non provvede immediatamente, l’istituto di credito è responsabile per colpa della sua inerzia e quindi deve provvedere al rimborso delle somme trafugate dal conto. La banca, infatti, deve attivare adeguati presidi di sicurezza in presenza di operazioni anomale e sospette chiaramente identificabili.

In sintesi, la banca credito ha una funzione di garante e, pertanto, ha una responsabilità oggettiva, che scatta cioè anche per le altrui condotte criminose, nonostante essa non abbia alcuna colpa. Dunque, al cliente spetta sempre la restituzione delle somme sottratte dal criminale informatico tramite bonifico online. La banca non può negargli tale risarcimento, salvo che dimostri che l’accesso non autorizzato al conto sia avvenuto per:

  • trascuratezza nella conservazione della password di accesso: ad esempio, conservazione sull’hard disk del computer, esposto a possibilità di intrusioni perché non tutelato da un firewall o da un antivirus;
  • errore o frode del correntista stesso;
  • forza maggiore: un caso imprevedibile e inevitabile anche usando la massima diligenza che si richiede agli operatori del settore.

note

[1]  Decreto legislativo attraverso il quali l’Italia si adegua a quanto previsto dalla direttiva europea 2015/2366 e al regolamento Ue 751/2015.


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