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Revoca dell’assegno di divorzio: quando si può chiedere?

15 dicembre 2017 | Autore:


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Divorzio: per non dover più versare l’assegno stabilito dal giudice non basta la prova che la moglie lavorava prima di dedicarsi alla famiglia: occorre il sopravvenire di un fatto nuovo.

Sono divorziato da circa un anno e ho un figlio maggiorenne. Ho una compagna da 5 anni e vorremmo sposarci. Visto che la mia ex-moglie lavorava prima della nascita di nostro figlio potrei chiedere la revoca dell’assegno  che le devo per il suo mantenimento? 

Come ormai noto, la storica sentenza della  Cassazione del maggio scorso [1] ha portato ad una radicale rivisitazione dei criteri per il riconoscimento ed il calcolo dell’assegno di divorzio.

Assegno di mantenimento e di divorzio: differenze

Se infatti la situazione non è mutata rispetto al passato con riferimento all’ assegno di mantenimento dovuto  dopo la separazione (e il cui scopo resta quello di consentire al coniuge più debole la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto durante la vita matrimoniale), stessa cosa non può dirsi riguardo all’assegno di divorzio.

Il divorzio, infatti, recide ogni legame tra gli ex coniugi, sicché uno di loro potrà aver diritto all’assegno solo in mancanza di autonomia economica e sempre che questa non sia determinata da propria colpa (si pensi ad esempio alle dimissioni dal lavoro oppure alla mancata ricerca di un lavoro).

Con la suddetta pronuncia, in particolare, la Suprema corte ha spiegato che scopo dell’assegno di divorzio è quello di garantire al coniuge più debole l’autosufficienza economica che è cosa ben diversa dall’agiatezza.

Donna casalinga: ha diritto all’assegno di divorzio?

Sarebbe perciò possibile avere una situazione in cui, a fronte di un elevato reddito portato dal marito benestante, la donna casalinga riceva un assegno esiguo, come pure potrebbe aversi una situazione in cui, avendo la donna un proprio reddito (se pur minimo, anche dovuto a una piccola rendita) perda, con il divorzio, il diritto al mantenimento.

Infatti, chi ha un reddito sufficiente per provvedere in autonomia ai propri bisogni (reddito che, secondo il Tribunale di Milano, va individuato nella misura di 1000 euro mensili) non potrebbe avanzare richieste di assegno divorzile.

Ciò implica -per quello che è l’attuale orientamento dei giudici (e non, è bene evidenziarlo, della legge)- che potrebbero chiedere detto assegno soltanto quelle donne che non lavorano:

o perché le precarie condizioni di salute non glielo consentono

– o perché, non avendo lavorato durante la vita matrimoniale per dedicarsi alla famiglia, hanno ormai raggiunto i 50 anni; età questa considerata “limite” dalla Cassazione per potersi reinserire nel mercato del lavoro.

Dunque, la donna che ha dedicato la vita matrimoniale alla cura della casa e dei figli, in accordo col marito, mantiene il diritto all’assegno di divorzio. Grazie al lavoro domestico dell’ex moglie, infatti, il marito ha potuto pienamente dedicarsi al lavoro (e a far carriera) e si ritiene una scelta di equità il fatto che egli provveda, anche dopo il divorzio, a portare sostegno economico all’ex coniuge.

Assegno di divorzio: cosa deve valutare il giudice per riconoscerlo?

In ogni caso, sul punto la Cassazione ha più di recente affermato [2], con ciò discostandosi da un iniziale orientamento, che spetta all’ex, nel momento in cui avanza una domanda di assegno, dar prova che il mancato reperimento di un lavoro in grado di renderlo autonomo non è dovuto a sua colpa. Situazione questa nella quale andrà debitamente valutata dal giudice anche la condizione del mercato del lavoro (dipendente o autonomo) in relazione all’età e alle competenze specifiche del soggetto che richiede l’assegno.

Il giudice dovrà inoltre valutare il possesso di redditi di qualsiasi natura, di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri e del costo della vita nel luogo di residenza di chi domanda l’assegno, nonché la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Assegno di divorzio: quando si può chiedere la revoca?

Al di là di questo, tuttavia, va considerato che, nel caso del lettore, noi abbiamo che l’assegno divorzile in questione è stato già riconosciuto alla ex moglie, sicché sarebbe da valutare la sussistenza di presupposti in grado di chiederne oggi la modifica (intesa nel senso di revoca o di riduzione) dell’ importo stabilito in sede di divorzio.

Orbene, a riguardo, né la legge né la giurisprudenza hanno subito cambiamenti di rotta; presupposto per la richiesta di modifica delle condizioni di divorzio, infatti, resta il sopravvenire di circostanze nuove rispetto a quelle già valutate in giudizio; circostanze in grado di far rivisitare (anche, ma non solo, alla luce della nuova giurisprudenza sull’assegno) le condizioni economiche stabilite in sentenza (si pensi alla perdita o alla riduzione delle ore di lavoro, alla sopravvenienza di una malattia invalidante, alla nascita di un altro figlio di chi deve versare l’assegno). Deve cioè trattarsi di un fatto nuovo in grado di modificare l’equilibrio economico fra gli ex coniugi. Solo in tal caso sarà consentita la presentazione di un’istanza di modifica.

Revoca dell’assegno divorzile: il cambio di rotta della Cassazione non basta

Non può essere invece ritenuta sufficiente a legittimare la domanda di revisione la nuova chiave di lettura della legge fornita dalla Suprema Corte nella storica sentenza richiamata in premessa; essa infatti rappresenta una pronuncia che, non essendo stata formulata dalla Cassazione “a Sezioni Unite” può tranquillamente essere disattesa da qualsiasi tribunale, non rappresentando un orientamento vincolante, bensì riferibile in via esclusiva alla specifica fattispecie per la quale è stata pronunciata.

Dunque, stanti questi presupposti, basare oggi una richiesta di revoca dell’assegno divorzile sul fatto che la ex moglie ha lavorato in passato, difficilmente potrebbe sortire l’effetto sperato e, con tutta probabilità, non varrebbe neppure ad ottenere una semplice riduzione dell’importo che il lettore è attualmente tenuto a versare.

Domanda di revoca dell’assegno di divorzio: il consiglio pratico 

Il consiglio pratico per il lettore è, pertanto, quello di attendere che si verifichino dei mutamenti significativi e documentabili dei fatti sui quali lo scorso anno ha deciso il giudice del divorzio.

Si pensi, ad esempio, al fatto che la ex moglie è comunque ancora giovane ed è verosimile ritenere che anche lei voglia rifarsi una vita. Se anche non dovesse risposarsi (circostanza che le farebbe perdere in automatico il diritto all’assegno) ben potrebbe intraprendere, invece, una nuova convivenza, e ciò  autorizzerebbe l’ex marito ad avanzare l’istanza di revoca dell’assegno con probabile successo.

In ogni caso, al di là di questa ipotesi, qualsiasi mutamento delle circostanze che sia in grado di mutare gli equilibri economici valutati con la sentenza di divorzio potrà legittimare il deposito di una istanza di revisione.

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17.

[2] Cass. ord. n. 25697/2017.


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