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Se arriva la Finanza dove posso nascondere la contabilità?

14 Dicembre 2017


Se arriva la Finanza dove posso nascondere la contabilità?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Dicembre 2017



Commette reato il professionista che non conserva tutta la contabilità in studio o dal commercialista compromettendo l’ispezione della Guardia di finanza.

Ha bussato la Guardia di Finanza al citofono del tuo ufficio. Ci sono cinque piani da fare con l’ascensore. Giusto il tempo – pensi tu, che non hai tutti “i conti in regola” – di nascondere un paio di hard disk in cui tieni una contabilità “separata” per attività in nero e alcuni fascicoli di pratiche aperte ma non dichiarate al fisco. C’è però un problema più grosso che non può essere occultato: nella contabilità ufficiale risultano dei costi per delle spese che non riusciresti a dimostrare e per sistemarla hai bisogno di tempo. A questo punto – continui a riflettere tra te e te in quei pochi attimi che ti separano dall’avvio dell’ispezione – non ti resta che dire di non avere, in quel particolare giorno, libri e registri contabili e chiedere di rinviare la verifica a un altro momento. Che rischieresti in un’ipotesi del genere? Se arriva la Finanza, dove si può nascondere la contabilità senza subire il rischio di una sanzione per l’indisponibilità dei documenti fiscali? La risposta a questo interrogativo è stata data da una sentenza della Cassazione pubblicata proprio ieri [1].

Nella sentenza in commento, i giudici supremi hanno fornito un utile vademecum a imprese e professionisti che si trovino a fare i conti con le fiamme gialle, spiegando loro cosa è lecito dire e cosa è meglio non fare. Il rischio di aggravare la situazione, aggiungendo all’illecito fiscale quello penale, è sempre dietro l’angolo. Non sono rari i casi di contribuenti che, per frapporsi alle indagini o semplicemente per ritardarle, hanno commesso reati dai quali è stato impossibile difendersi. È così proprio quando si cerca di nascondere la contabilità e magari si sostiene che, in quello specifico momento, la documentazione è “in un archivio” situato lontano dallo studio o dall’ufficio. Occhio quindi a considerare con attenzione quello che stiamo per dire.

Secondo la Suprema Corte commette il reato di «occultamento delle scritture contabili» il contribuente che non conserva nel suo studio o, in alternativa, in quello del commercialista la contabilità e i documenti fiscali impedendo così alla Guardia di finanza, in sede di accesso, di verificare e ricostruire il volume d’affari. La punibilità non viene meno neppure se il plico viene consegnato in un secondo momento all’Agenzia delle entrate. In questo caso la condanna è definitiva. Libri e registri devono essere sempre disponibili per essere esibiti in caso di controllo. Non possono quindi essere nascosti o tenuti in un archivio lontano: la conservazione di tali documenti deve avvenire o nel luogo ove si trova una delle sedi dell’attività dell’interessato o presso lo studio del commercialista.

La Guardia di finanza, in sede di accesso, deve avere tutti gli elementi per ricostruire il volume d’affari generato dal contribuente. Il contribuente che non ha con sé tutta la contabilità, si salva solo se la stessa è depositata presso il proprio commercialista.

In questi casi, il capo di imputazione è quello di occultamento o distruzione di documenti contabili in vigore dal 22 ottobre 2015 [2]. La normativa stabilisce infatti che, salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.

Affinché scatti tale reato non è per forza necessario distruggere la propria contabilità o nasconderla in un luogo segreto; basterebbe semplicemente dire alla Guardia di Finanza di non avere temporaneamente la documentazione, mentendo solo allo scopo di ritardare l’accertamento [3]. Per cui, a salvare il contribuente dal procedimento penale non potrà essere la sua successiva condotta che, dopo la verifica, abbia recuperato la contabilità presentandola all’Agenzia delle entrate. Tale circostanza «non può certamente valere a escludere il perfezionamento del reato, essendo questo già perfezionato sin dal momento in cui l’occultamento o, a seconda dei casi, al distruzione si sono realizzati».

Quindi, se dopo aver letto questo articolo ti stai ancora chiedendo: se arriva la finanza dove posso nascondere la contabilità, la risposta è facilmente intuibile: meglio non nasconderla affatto o, tutt’al più, dire che è dal commercialista. In caso contrario si può essere sottoposti alla reclusione da un anno e mezzo fino a 6 anni.

note

[1] Cass. sent. n. 55476/17 del 13.12.2017.

[2] Art. 10 del d.lgs. n. 74 del 2000.

[3] La condotta del reato previsto dall’art. 10 del d.lgs. n. 74 del 2000, può consistere sia nella distruzione che nell’occultamento delle scritture contabili o dei documenti fiscali di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari, siffatta diversità riferita alla oggettività del reato si ripercuote in maniera determinante sul momento consumativo della flagranza dello stesso: infattii mentre la distruzione della documentazione in questione realizza un’ipotesi di reato istantaneo, che si consuma con la soppressione di essa, l’occultamento – consistente nella temporanea o definitiva indisponibilità per fatto del contribuente della documentazione da parte degli organi verificatori – costituisce un reato permanente, la cui flagranza si protrae sino al momento dell’accertamento fiscale, momento dal quale soltanto inizia a decorre il termine di prescrizione.

 


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