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Sas: come ripartire i debiti dopo la morte di un accomandatario

17 Dicembre 2017
Sas: come ripartire i debiti dopo la morte di un accomandatario

Pochi mesi fa un socio accomandatario della nostra s.a.s è deceduto.

Gli eredi a breve saranno liquidati.

Tre mesi dopo il decesso abbiamo avuto un accertamento dell’ufficio entrate relativo al 2015.

Come va suddiviso ciò che ci sarà da pagare? Secondo le quote societarie attuali o secondo quelle antecedenti al decesso?

Preliminarmente va osservato che la disciplina della società in accomandita semplice si ricava da quella della società in nome collettivo – a sua volta derivante dalla normativa in materia di società semplice – per quanto non previsto dalle norme che specificamente regolamentano la s.a.s. e in quanto compatibili con queste ultime (art. 2315 c.c.).

Orbene, mentre la quota del socio accomandante può essere trasmessa per causa di morte, ai sensi dell’art. 2322 c.c., in caso di decesso del socio accomandatario trova applicazione il principio generale sancito dall’art. 2284 c.c. in tema di morte del socio di una s.n.c., in forza del quale i soci superstiti possono soltanto:

  1. a) liquidare la quota agli eredi del socio deceduto
  2. b) o sciogliere la società

c)o continuarla con i medesimi eredi se questi vi acconsentano.

Tutto ciò a condizione che il contratto sociale non disponga diversamente.

Pertanto, l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi del socio defunto non comporta automaticamente la successione degli stessi al loro dante causa all’interno della compagine societaria.

Questa conclusione trova conferma soprattutto nel caso di liquidazione della quota del socio deceduto, la quale, in qualche modo, sancisce proprio l’estraneità degli eredi rispetto alle vicende societarie successive alla morte dell’accomandatario.

Quanto si è appena visto vale anche per i debiti sociali e, in particolare, per quelli maturati prima del decesso del socio?

La risposta a questa domanda viene dagli articoli 5 e 8 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, noto anche come “Testo unico delle imposte sui redditi – Tuir”, nonché dall’art. 2290 c.c..

Infatti, dalle citate norme del Tuir si ricava il principio per il quale sia i redditi e sia le perdite di una società di persone vanno imputati a coloro che rivestono la qualità di soci al momento della chiusura del periodo di imposta, mentre l’art. 2290 c.c. – dettato in tema di s.n.c. ma sicuramente applicabile anche alla s.a.s. in virtù del rinvio operato dall’art. 2315 c.c. – dispone che in caso di scioglimento del rapporto

sociale limitatamente al singolo socio, questi o i suoi eredi rispondono per le obbligazioni sociali sorte fino al giorno dello scioglimento.

Va aggiunto che, per consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il principio enunciato dall’art. 2290 c.c. è di portata generale, ossia riferibile non soltanto alle obbligazioni di natura negoziale ma anche – come quelle tributarie – alle obbligazioni che trovano la propria fonte nella legge (vedi, tra le altre, Cass. 8649/2010).

Dunque – anche in considerazione del fatto che il socio accomandatario risponde personalmente e illimitatamente dei debiti sociali – delle poste debitorie maturate prima ma liquidate dopo la morte dell’accomandatario (come nel caso oggetto del quesito) risponderanno anche i suoi eredi, sempre che gli stessi abbiano accettato l’eredità in maniera pura e semplice. Di conseguenza la ripartizione del debito andrà fatta secondo le quote vigenti prima del decesso del socio.

La responsabilità degli eredi non sussiste, invece, nel caso in cui essi accettino l’eredità con beneficio di inventario – e comunque non prima che abbiano accettato in maniera pura e semplice, ossia incondizionata – in considerazione della circostanza che l’accettazione beneficiata determina la separazione del patrimonio dell’erede da quello del de cuius. Pertanto, in questa seconda ipotesi, il riparto del debito dovrà avvenire secondo le quote determinatesi successivamente alla morte dell’accomandatario.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Massimo Coppin



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