Diritto e Fisco | Articoli

Scuola: un docente inabile al 100% può restare in servizio?

18 dicembre 2017


Scuola: un docente inabile al 100% può restare in servizio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 dicembre 2017



Sono un docente di scuola statale con contratto a tempo indeterminato che non ha ancora superato l’anno di prova. Ho 65 anni e più di venti anni di contributi. Sono stato riconosciuto “invalido con totale e permanente inabilità lavorativa (artt. 2 e 12, L. 118/1971): 100%”.  Posso restare ancora in servizio? Cosa deve o può fare il datore di lavoro (scuola)?

 La legge n. 118/1971 disciplina la materia delle norme in favore dei mutilati ed invalidi civili.

La medesima, all’art. 2 definisce i criteri di riconoscimento dei cittadini affetti da minorazione: “Agli effetti della presente legge, si considerano mutilati ed invalidi civili i cittadini affetti da minorazioni congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, compresi gli irregolari psichici per oligofrenie di carattere organico o dismetabolico, insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali che abbiano subito una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore a un terzo o, se minori di anni 18, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età.

Ai soli fini dell’assistenza socio-sanitaria e della concessione dell’indennità di accompagnamento, si considerano mutilati ed invalidi i soggetti ultrasessantacinquenni che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età. Sono esclusi gli invalidi per cause di guerra, di lavoro, di servizio, nonché i ciechi e i sordomuti per i quali provvedono altre leggi. I soggetti riconosciuti invalidi per servizio ai sensi dell’articolo 74 della legge 13 maggio 1961, n. 469, e successive modificazioni, possono accedere al beneficio dell’indennità di accompagnamento, qualora risultino in possesso dei requisiti sanitari previsti per la relativa concessione e non abbiano beneficiato, per il medesimo evento invalidante, di altri trattamenti pensionistici per invalidità di servizio odi altra indennità di accompagnamento”.

All’art. 12, la legge n. 118/1971, definisce inoltre le modalità di corresponsione della pensione di inabilità: “Ai mutilati ed invalidi civili di età superiore agli anni 18, nei cui confronti, in sede di visita medico-sanitaria, sia accertata una totale inabilità lavorativa, è concessa a carico dello Stato e a cura del Ministero dell’interno, una pensione di inabilità di lire 234.000 annue da ripartire in tredici mensilità con decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello della presentazione della domanda per l’accertamento dell’inabilità.

Le condizioni economiche richieste per la concessione della pensione sono quelle stabilite dall’art. 26 della legge 30 aprile 1969, n. 153 , sulla revisione degli ordinamenti pensionistici.

La pensione è corrisposta nella misura del 50 per cento a coloro che versino in stato di indigenza e siano ricoverati permanentemente in istituti a carattere pubblico che provvedono alla loro assistenza. A coloro che fruiscono di pensioni o rendite di qualsiasi natura o provenienza di importo inferiore alle lire 18.000 mensili, la pensione è ridotta in misura corrispondente all’importo delle rendite, prestazioni e redditi percepiti. Con la mensilità relativa al mese di dicembre è concessa una tredicesima mensilità di lire 18.000, che è frazionabile in relazione alle mensilità corrisposte nell’anno.

In caso di decesso dell’interessato, successivo al riconoscimento dell’inabilità, la pensione non può essere corrisposta agli eredi, salvo il diritto di questi a percepire le quote già maturate alla data della morte

Le persone che presentano una forma di invalidità riconosciuta in maniera oggettiva medico-sanitaria, hanno diritto a percepire degli emolumenti economici a sostegno della propria condizione, le indennità.

Le indennità non sono automaticamente incompatibili con lo svolgimento di una attività lavorativa, infatti, come accade nella maggioranza delle ipotesi, questa può essere effettuata con le dovute prescrizioni e limitazioni. Infatti, il riconoscimento della “totale e permanente inabilità lavorativa al 100% ai sensi dell’art 2 e 12 L 118/71”, se il soggetto considerato è in attualità di lavoro, non ha conseguenze (è soltanto un riconoscimento di inabilità totale teorico, e non concreto) e consente di mantenere il posto di lavoro, a meno che non siano presenti clinicamente disturbi che comportano, a giudizio del medico competente, la permanente non idoneità alla mansione specifica.

Con riferimento alla totale e permanente inabilità lavorativa al 100%” e allo svolgimento di un’eventuale attività lavorativa, la Circolare del Ministero della Sanità dell’11 febbraio 1987 N° 3, evidenzia che:

“I mutilati ed invalidi civili “totalmente inabili” di cui all’art. 1 della L. 11 febbraio 1980, n. 18, quindi, sono da individuare nei portatori delle più gravi minorazioni, ma non necessariamente in coloro cui è del tutto precluso lo svolgimento di una attività lavorativa.

I nuovi orientamenti espressi dalla L. 30 marzo 1971 n. 118 a favore degli invalidi civili, ripresi ed ampliati in norme successive, tendono all’affermazione di una pratica di riabilitazione socio-sanitaria che agevoli l’inserimento in ogni settore senza esclusioni predeterminate.

Lo stesso Ministero del Lavoro ha reso noto in una sua circolare (prot. n. 6/13966/A del 28 ottobre 1969) che: “anche i minorati ad altissima percentuale di invalidità (talora anche del 100%) possono (se oculatamente utilizzati) svolgere, sia pure eccezionalmente, determinate attività lavorative e quindi essere dichiarati collocabili”.

Grazie alla progressiva espansione e diversificazione delle tipologie professionali, alcune attività che si svolgono mediante l’impiego delle capacità intellettuali e non fisiche consentono lo svolgimento di un lavoro.

Pertanto, a parere dello scrivente, in base alle condizioni effettive evidenziate dalla cartella clinica del lavoratore, questi potrà rimanere in servizio qualora lo stato di salute lo consenta svolgendo le medesime mansioni, oppure, in caso contrario, con mansioni inferiori più confacenti all’attuale situazione, o ancora, in ultima analisi, licenziato per impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa.

La giurisprudenza conferma quanto detto.

L’impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa deve essere fatta valere mediante il licenziamento e le sue regole, anche causali a garanzie degli interessi coinvolti e tutelati dall’ordinamento particolarmente evidenti in occasione di eventi impeditivi non necessariamente incompatibili con la permanenza del rapporto di lavoro.

Qualora il licenziamento sia intimato a cagione di un’inabilità al lavoro, oltre ad accertare anche con una consulenza d’ufficio l’esistenza delle condizioni di inabilità (a prescindere dalla valutazione espressa, in quel caso dalla Commissione medica ospedaliera, di cui all’art. 5 della legge n. 300 del 1970 – Statuto dei Lavoratori – priva di valore vincolante anche per il datore di lavoro), si deve verificare ai fini della risoluzione del rapporto per impossibilità sopravvenuta della prestazione, e l’onere probatorio grava sul datore di lavoro, che non sia possibile in alcun modo destinare il lavoratore ad altre mansioni (anche inferiori) compatibili con lo stato di salute ed attribuibili senza alterare l’organizzazione produttiva, sempre che il dipendente non abbia già manifestato a monte il rifiuto di qualsiasi diversa assegnazione.” Cass. civ. Sez. lavoro, 21/07/2017, n. 18020.

Il consiglio pratico che si offre al lettore è che in qualità di docente, nonostante l’invalidità, qualora le condizioni di salute lo consentano, potrà rimanere in servizio e svolgere le medesime mansioni.

Al contrario, se le condizioni di salute non permettono l’esplicazione delle attività precedentemente svolte, ad esempio l’insegnamento in aula, lo stesso potrà essere adibito ad altre mansioni, come ad esempio attività di bibliotecario o tenutario dei registri.

Il datore di lavoro (scuola) avrà il compito di verificare, attraverso il riscontro oggettivo medico e la propensione del lavoratore, l’opportunità di impiego più consona allo stato di salute presentato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI