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Lo sai che? Trasferimento e dimissioni per giusta causa: spetta la Naspi

Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2017

L’azienda presso la quale lavoro da circa 20 anni, richiede il mio trasferimento ad oltre 50 km da casa mia per “imprescindibili esigenze organizzative”.

Non posso accettare il trasferimento per motivi familiari e obiettive difficoltà.

Posso presentare “dimissioni per giusta causa” e quindi chiedere attraverso un patronato l’indennità NASPI ?

 

Con il recente decreto legislativo n. 22 del 4 marzo 2015 sono state dettate nuove norme in materia di ammortizzatori sociali.

In particolare, l’articolo 1 del decreto citato ha introdotto a partire dal 1° maggio 2015 una indennità mensile di disoccupazione denominata Nuova prestazione di Assicurazione sociale per l’Impiego (Naspi).

Le nuove norme prevedono che i requisiti per richiedere ed ottenere la Naspi siano i seguenti:

  1. stato di disoccupazione ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera c), del decreto legislativo n. 181 del 2000 e successive modifiche;
  2. almeno tredici settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti all’inizio del periodo di disoccupazione;
  3. almeno trenta giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimo contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Dato per scontato che il lettore possieda (come sembra) i requisiti ai punti 1 e 2, occorre verificare se questi possa vantare anche uno stato di disoccupazione ai sensi della normativa Naspi (ai sensi cioè dell’articolo 1, comma 2, lettera c), del decreto legislativo n. 181 del 2000 e successive modifiche).

In effetti, come ha precisato anche la circolare Inps n. 94 del 12 maggio 2015, lo stato di disoccupazione che consente di ottenere la Naspi deve essere involontario per cui (fatte salve le eccezioni di cui dirò tra poco) la Naspi non spetta in caso di dimissioni del lavoratore o di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

La Naspi è invece riconosciuta al lavoratore in caso di dimissioni per giusta causa.

I casi di dimissioni del lavoratore per giusta causa (individuati dalla circolare Inps n. 163 del 20 ottobre 2003 e confermati dalla circolare Inps n. 94 del 2015) che consentono di ottenere la Naspi sono quelli in cui le dimissioni sono motivate:

  1. dal mancato pagamento della retribuzione;
  2. dall’aver subìto molestie sessuali sul luogo di lavoro;
  3. dalla modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative;
  4. dal cosiddetto mobbing;
  5. dalle notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione dell’azienda ad altre persone fisiche o giuridiche (articolo 2112, comma4, del codice civile);
  6. dallo spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dall’articolo 2103 del codice civile;
  7. dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

Sulla base della descrizione fatta nel quesito dal lettore, il suo caso di dimissioni potrebbe rientrare:

1) nel caso 5 ma soltanto se il trasferimento di sede che è stato disposto nei suoi confronti fosse conseguenza di una cessione dell’azienda ad un altro soggetto;

2) oppure nel caso 6 ma solo se il lettore fosse in grado di dimostrare, impugnando dinanzi al giudice il provvedimento di trasferimento, che le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dall’articolo 2103 del codice civile.

Occorre aggiungere che nel caso 6, cioè nel caso di dimissioni del lavoratore a causa di trasferimento ad altra sede in mancanza di ragioni tecniche, organizzative e produttive, la circolare Inps n. 163 del 20 ottobre 2003 impone al lavoratore, per poter ottenere la Naspi, di allegare alla domanda per la Naspi:

– la documentazione che dimostri la sua volontà di difendersi in giudizio nei confronti del comportamento illecito del datore di lavoro (cioè del trasferimento disposto in assenza delle ragioni tecniche, organizzative e produttive): il lavoratore dovrà cioè allegare alla domanda Naspi le diffide, gli esposti, le denunce, le citazioni in giudizio, i ricorsi d’urgenza, le sentenze ecc. proposte contro il datore di lavoro ed impegnarsi a comunicare l’esito della controversia giudiziale o extragiudiziale avviata contro il datore di lavoro (infatti se poi il lavoratore dovesse perdere la causa contro il datore di lavoro, egli sarà tenuto a restituire la Naspi fino a quel momento percepita; è utile aggiungere che il provvedimento che dispone il trasferimento può essere impugnato entro e non oltre il termine di sessanta giorni dalla sua comunicazione al lavoratore).

Concludendo, e con riferimento ai casi che più si avvicinano a quello in esame, il lavoratore che si dimetta ha diritto ad ottenere la Naspi:

– in caso di trasferimento ad altra sede se il trasferimento comporta una notevole variazione delle condizioni di lavoro (ad esempio trasferimento a più di 50 km di distanza dalla precedente sede di lavoro come prevede la circolare Inps n. 108 del 2006), ma soltanto se questo trasferimento è conseguenza di una precedente cessione della azienda ad altro soggetto (come chiariscono le stesse circolari n. 108 del 2006 e n. 163 del 2003);

– in caso di spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra senza che sussistano le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dall’articolo 2103 del codice civile (ma in tal caso occorre che il lavoratore abbia impugnato il provvedimento di trasferimento dinanzi all’Autorità giudiziaria poiché è necessario allegare alla domanda Naspi la documentazione che dimostri l’avvenuta impugnazione o contestazione).

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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