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Crisi di panico e di ansia: si può trasferire il dipendente?

14 dicembre 2017


Crisi di panico e di ansia: si può trasferire il dipendente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 dicembre 2017



Non può essere trasferito lontano da casa il dipendente che ha l’ansia e può andare a lavorare solo con l’autobus per tragitti brevi.

A seguito di un grave incidente stradale, avvenuto qualche anno fa, hai purtroppo maturato una patologia psichica che non ti consente di metterti al volante. L’auto ti incute paura e, tutt’al più, sei disposto a sederti sul lato passeggero, ma solo per brevi tragitti. Le cose non vanno meglio neanche quando prendi i mezzi pubblici: autobus, tram e metro ti generano crisi di panico e un senso di claustrofobia. Puoi stringere i denti tutt’al più per qualche fermata, giusto il tempo di arrivare al lavoro e tornare la sera a casa. Senonché il datore di lavoro decide bene di trasferirti in una sede più lontana. Per raggiungerla sei costretta a fare un viaggio di quasi mezz’ora: un tempo assurdo per le tue condizioni. In attesa di guarire, hai così chiesto al datore di lasciarti nella vecchia sede. Lui però sostiene di avere il potere di decidere dove devi prestare servizio. Cosa puoi fare in un caso del genere? A spiegare se, in presenza di crisi di panico e di ansia si può trasferire il dipendente è una sentenza di ieri della Cassazione [1].

In base al codice civile è dovere dell’azienda tutelare l’integrità psico-fisica dei propri dipendenti, in altri termini la salute. Garantire la salute del lavoratore significa anche fare i conti con i suoi eventuali disturbi psichici, non forzarli e non utilizzarli come leva per illegittime pressioni. Così, se il lavoratore soffre di panico e di crisi di ansia non appena deve prendere l’auto o fare viaggi lunghi, l’azienda non può trasferirlo in un luogo lontano. Il provvedimento sarebbe infatti discriminatorio e quindi illegittimo.

L’obbligo per il datore di garantire la compatibilità dello stato di salute del dipendente non riguarda solo le mansioni cui questi è addetto (ad esempio non si può far stare in piedi una persona che ha problemi alle gambe), ma anche la sede di lavoro. Più volte la Cassazione ha sostenuto che il trasferimento del dipendente può avvenire solo se l’azienda dimostra che, alla base del provvedimento, vi sono «comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive». Tale presupposto non è invece necessario nel caso di trasferimento nell’ambito della stessa unità produttiva [2].

È dunque nullo il trasferimento deciso dall’azienda se il dipendente è affetto da un disturbo d’ansia e può recarsi al lavoro soltanto con i mezzi pubblici e per tragitti brevi. L’azienda deve dunque assicurare al dipendente una collocazione che gli consenta di utilizzare l’autobus diretto senza andare soggetto allo stress di dover prendere una coincidenza.

Al dipendente che impugna il trasferimento spetta dimostrare, con una perizia medica e (meglio ancora) i certificati di una struttura pubblica, la propria patologia psichica. All’azienda invece le indifferibili ragioni tecniche, produttive o organizzative che hanno reso necessario il cambio di sede.

È pur vero, però, che se non dovessero esservi alternative al trasferimento il datore è legittimato a disporre il licenziamento. Si pensi al caso dell’azienda che sta cambiando sede o ha spostato il ramo cui era adibito il lavoratore.

Prima però del licenziamento il datore deve dimostrare di aver tentato di ricollocare il dipendente ad altre mansioni, se esistenti e disponibili (cioè non occupate già da altri colleghi). È il cosiddetto ripescaggio (o repechage).

E se un altro dipendente si dovesse dimostrare disponibile a uno scambio di posto con il collega trasferito? Secondo la Corte il datore non è tenuto ad accettare questa decisione poiché è solo lui che ha il potere di organizzare la propria attività.

note

[1] Cass. sent. n. 29954/17 del 13.12.2017.

[2]  Ai fini del trasferimento, per unità produttiva si intende l’entità aziendale che – eventualmente articolata in organismi minori, anche non ubicati nel territorio del medesimo comune (Cass. 22 marzo 2005 n. 6117) – si caratterizza per condizioni imprenditoriali di indipendenza tecnica e amministrativa tali che in essa si esaurisce per intero il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività produttiva aziendale (Cass. 22 aprile 2010 n. 9558). Pertanto, non costituisce unità produttiva l’articolazione aziendale (stabilimento, ufficio o reparto) che, sebbene dotata di una certa autonomia amministrativa, è destinata a scopi interamente strumentali o a funzioni ausiliarie rispetto sia ai fini generali dell’impresa, sia ad una frazione dell’attività produttiva della stessa.

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