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Chi giudica i reati di particolare gravità

15 dicembre 2017 | Autore:


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La giustizia penale è organizzata in modo da attribuire i reati più gravi alla corte di assise.

Il diritto penale, si sa, punisce le condotte gravi, quelle per le quali una normale sanzione amministrativa (ad esempio, una multa) oppure civile non sarebbe sufficiente. Ad esempio, un inganno contrattuale, a seconda dei modi in cui è realizzato, può costituire una semplice astuzia punibile solo con l’annullamento dell’accordo, oppure integrare gli estremi di una vera e propria truffa, penalmente perseguibile.

All’interno dei fatti già costituenti reato, poi, ve ne sono alcuni più gravi degli altri: ad esempio, la rapina è più grave del furto, perché può mettere a repentaglio l’incolumità fisica della vittima; l’omicidio, poi, è sicuramente più grave di qualsiasi reato contro il patrimonio, mentre il delitto di strage è ancora più serio dell’omicidio, in quanto attenta alla vita di più persone. In base alla gravità dei reati la legge prevede un diverso organo giudicante. Vediamo allora chi giudica i reati di particolare gravità.

Quali sono i reati di particolare gravità?

Innanzitutto, bisogna spiegare bene cosa si intende per reati di particolare gravità e, soprattutto, quando un reato può essere definito più grave di un altro.

Il criterio principale per stabilire la gravità di un reato è quello della pena: più è alta la sanzione prevista per un reato, più grave sarà lo stesso. Poiché la legge, per ogni tipo di reato, prevede una pena minima e una massima (cosiddetta pena edittale; ad esempio, il furto [1] è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni), bisognerà innanzitutto guardare alla pena massima: sarà considerato più grave, quindi, il reato punito con la pena più elevata. Ad esempio, il furto semplice (cioè senza aggravanti) è punito con pena massima di tre anni; la rapina [2], invece, con la reclusione fino a dieci anni! È chiaro, quindi, che la rapina è reato più grave del furto.

Cosa succede se la pena massima è identica? In questo caso, bisognerà prendere in considerazione la pena minima. Riprendendo l’esempio di prima, abbiamo detto che la rapina è punita nel massimo con dieci anni di reclusione; anche il delitto di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio [3], però, è punito alla stessa maniera (dieci anni). In questo caso, occorrerà fare il paragone con l’altro “estremo” della pena, quello inferiore: la rapina è punita, nel minimo, con quattro anni di reclusione, mentre la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio con ben sei anni di reclusione. Quest’ultimo reato, pertanto, è più grave della rapina.

Chi giudica i reati di particolare gravità?

La giustizia penale è organizzata in modo tale da affidare alla competenza di giudici diversi le molteplici tipologie di reato previste dalla legge. Fermo il principio secondo cui non esistono giudici superiori ma solo competenze diverse, ecco brevemente la “piramide” processuale disegnata dall’ordinamento italiano:

  • Alla base c’è il giudice di pace, il quale conosce dei reati minori, quelli che si definirebbero bagatellari (minacce, lesioni lievi, invasione di terreni, ecc.);
  • un gradino più su c’è il tribunale in composizione monocratica, cioè costituito da un solo giudice;
  • ancora, c’è il tribunale in composizione collegiale, composto da tre giudici (un presidente e due giudici cosiddetti a latere) il quale è chiamato a decidere su reati molto seri, quale narcotraffico, rapina, abuso d’ufficio, concussione, ecc.;
  • infine, c’è la corte d’assise, composta da otto membri: due giudici togati (uno è il presidente, l’altro il giudice a latere) e sei giudici laici (i giudici popolari). Questi ultimi sono estratti a sorte tra cittadini italiani iscritti in un apposito albo di età compresa tra i trenta e i sessantacinque anni.

La corte d’assise e i reati di particolare gravità

La corte d’assise è il giudice competente a giudicare dei reati in assoluto più gravi. Secondo il codice di procedura penale, la corte d’assise è competente:

  1. per i delitti per i quali la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a ventiquattro anni, esclusi i delitti di tentato omicidio, di rapina, di estorsione e di associazioni di tipo mafioso anche straniere, e i delitti previsti in materia di stupefacenti (che competono al tribunale, in composizione monocratica e collegiale);
  2. per i delitti di omicidio del consenziente, di istigazione o aiuto al suicidio e di omicidio preterintenzionale;
  3. per ogni delitto doloso se dal fatto è derivata la morte di una o più persone, esclusi i casi in cui la morte è derivata da colpa, da rissa o da omissione di soccorso;
  4. per i delitti previsti dalle leggi di attuazione del divieto costituzionale di riorganizzazione del partito fascista, dalla legge sulla prevenzione e repressione del delitto di genocidio e per i delitti contro la personalità dello Stato, sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni;
  5. per i delitti consumati o tentati di associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di reati particolarmente gravi, per i delitti di riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, tratta di persone e acquisto o alienazione di schiavi, nonché per i delitti con finalità di terrorismo, sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni [4].

Il codice, al contrario, non elenca i reati che sono attribuiti al tribunale, affermando semplicemente che esso è competente per i reati che non appartengono alla competenza della corte di assise o del giudice di pace [5].

note

[1] Art. 624 cod. pen.

[2] Art. 628 cod. pen.

[3] Art. 319 cod. pen.

[4] Art. 5 cod. proc. pen.

[5] Art. 6 cod. proc. pen.

Autore immagine: Pixabay.com

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