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Legge 104: chi gode dei permessi retribuiti?

23 Dicembre 2017


Legge 104: chi gode dei permessi retribuiti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Dicembre 2017



Mia madre ha 85 anni e da 20 anni convive (sposata solo in chiesa) con il suo compagno a cui l’Inps ha riconosciuto lo stato di gravità (legge 104 con art 3, comma 3).  Io lavoro come dipendente pubblico. Ho diritto ai tre giorni di permesso?

 Ai fini della legge italiana il rapporto tra la madre del lettore ed il marito (religioso) è considerato una mera convivenza di fatto.

Tanto detto, come dal lettore stesso anticipato, in punto di diritto si ribadisce che l’art. 33 della Legge 104/1992 prevede che alcune categorie di soggetti – chiamati ad assistere una persona con handicap grave – possono godere di tre giorni di permesso mensile retribuiti e coperti da contributi.

Tali soggetti sono

  1. il genitore;
  2. il coniuge;
  3. il parente o l’affine entro il secondo grado. Mentre per quanto riguarda i parenti ed affini di terzo grado possono fruire dei permessi lavorativi solo quando i genitori o il coniuge della persona con handicap siano deceduti o mancanti o quando i genitori o il coniuge della persona con handicap abbiano compiuto i 65 anni oppure siano affetti da patologie invalidanti.

La platea dei soggetti beneficiari delle previsioni della legge 104 è abbastanza ampia e si estende al di fuori del ristretto nucleo familiare della persona bisognosa di assistenza.

Sul punto è intervenuta anche la Corte Costituzionale che, con la sentenza n. 213 del 23 settembre 2016, ha stabilito che possono usufruire dei 3 giorni di permesso mensile retribuito anche i conviventi dei cittadini disabili.

La predetta sentenza della Corte Costituzionale, infatti, afferma che “è irragionevole che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile” previsto dalla Legge 104 non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità”.

Sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale, dunque, si può affermare che le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto possono usufruire di questi permessi per assistere il proprio partner.

Ciò che va sottolineato, però, è che tale possibilità non si estende ad eventuali parenti, in quanto l’unione civile e la convivenza di fatto non costituiscono rapporti di affinità [1] (Si precisa in proposito che per affini si intendono i parenti dell’altro coniuge).

Questo significa che il riconoscimento giuridico dell’unione civile o della convivenza di fatto si compie e si esaurisce all’interno della coppia stessa, senza che sorgano rapporti giuridicamente rilevanti tra un partner e i parenti dell’altro.

Nel caso specifico, dunque, stante la sussistenza di una convivenza di fatto tra la madre del lettore e la persona affetta da handicap grave, l’unico soggetto legittimato a godere del beneficio ex art. 33 l. n. 104/1992 sarebbe in teoria solo la madre.

Non essendo estendibile il beneficio ai parenti del convivente, ne consegue che il lettore non potrà godere dei tre giorni di permesso retribuiti.

Ci si auspica che in proposito la legge – e/o la giurisprudenza – possano colmare tali differenze di trattamento che, nel corso del tempo e dell’evoluzione dei rapporti sociali, stanno perdendo significato.

 

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Chiara Samperisi

note

 [1] Circolare Inps n. 38 del 27 febbraio 2017.


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