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Assegno di divorzio negato all’ex con tenore di vita dignitoso

17 dicembre 2017


Assegno di divorzio negato all’ex con tenore di vita dignitoso

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 dicembre 2017



Non ha diritto al mantenimento il coniuge che ha la possibilità di mantenersi da solo, anche se il suo reddito è molto più basso dell’ex.

L’assegno di divorzio non serve più per bilanciare i redditi dei due coniugi e far sì che chi dei due guadagna di più garantisca all’ex una vita altrettanto agiata. Dal 10 maggio 2017, l’assegno di divorzio serve solo a garantire l’autosufficienza economica al coniuge che non ha propri redditi o non è in grado di procurarseli (per questioni, ad esempio, di età o di salute). Dunque, se già entrambi i coniugi godono di un tenore di vita dignitoso non c’è ragione di prevedere il mantenimento a carico di quello con un reddito più basso. A dirlo è  la Cassazione che, con una ordinanza di venerdì scorso [1], ha ribadito ancora una volta il cambio di rotta sul mantenimento post-divorzio, cambio inaugurato nella scorsa primavera [2].

Il punto è che, in base al nuovo orientamento, il divorzio taglia ogni legame tra i due coniugi e quindi anche l’obbligo di garantire l’assistenza economica. Il mantenimento è solo una misura assistenziale per chi non ha le capacità – di solito fisiche – di provvedere a sé stesso e di procurarsi uno stipendio. Ciò succede ad esempio nel caso della donna che, superati i 50 anni, dopo una vita da casalinga, ha perso ogni contatto con il mondo del lavoro e difficilmente potrebbe trovare lavoro. Diversa è la condizione della giovane disoccupata, che nel proprio arco ha ancora l’età e l’energia per mettersi all’opera e badare a sé stessa.

Se poi la donna è autosufficiente, allora nulla può recriminare. Questo perché non c’è più ragione di garantirle quella misura assistenziale che è appunto l’assegno di divorzio. Ma quando una donna può dirsi «autosufficiente»? Su questo aspetto si dovranno confrontare in futuro i giudici e chiarire quando si può vivere anche da soli e quando invece c’è bisogno del “bastone” dell’ex coniuge. Il tribunale di Milano ha provato a fornire la propria interpretazione stabilendo che il reddito minimo, necessario per essere autosufficienti è mille euro al mese; sotto questo importo si è nella soglia di povertà, tanto è vero che lo Stato garantisce il gratuito patrocinio. Una persona che può contare su uno stipendio di circa 12 o 13 mila euro annui, se anche non è ricca, può sopravvivere anche senza l’aiuto dell’ex.

Con l’ordinanza in commento i Giudici supremi confermano quindi questo indirizzo. Non ha diritto a percepire l’assegno divorzile – si legge nel provvedimento – l’ex che da separata conduce una vita dignitosa. Nel caso di specie la donna aveva «mezzi adeguati per condurre un tenore di vita dignitoso» essendo titolare di una casa e avendo continuato a svolgere l’attività lavorativa. Non può, dunque, avere rilievo il semplice divario economico esistente tra le parti. Va quindi negato l’assegno quando l’ex coniuge ha la possibilità concreta di raggiungere «l’autosufficienza economica». Questa visione comporta anche, spiegano i magistrati, che «non è configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale». Ciò perché «l’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica». Ulteriore conseguenza è che sono inutili anche «valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi invece avere riguardo, successivamente al divorzio, esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l’assegno».

note

[1] Cass. ord. n. 30257/17 del 15.12.2017.

[2] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 aprile – 15 dicembre2017, n. 30257
Presidente/Relatore Campanile

Fatto e diritto

Rilevato che:
con sentenza depositata in data 13 giugno 2013 il Tribunale di Roma, avendo in data 2 dicembre 2010 pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio fra i coniugi S.M. e M.M.L. , poneva a carico del primo un assegno pari ad Euro 700,00 mensili, da rivalutarsi annualmente secondo gli indici Istat; con la decisione indicata in epigrafe la Corte di appello capitolina ha accolto il gravame del S. circa l’insussistenza del diritto della M. all’assegno divorzile, in quanto, essendosi i coniugi separati di fatto, nell’anno 1983, dopo venti anni di convivenza coniugale, a seguito dell’allontanamento della moglie, la stessa aveva svolto un’esistenza libera e dignitosa, acquistando anche un appartamento e nulla ottenendo dal S. , anche a seguito della separazione giudiziale;
il mero divario attualmente esistente fra le posizioni reddituali, eventualmente rilevante come criterio di quantificazione, non è stato considerato sufficiente ai fini della prova del diritto all’assegno, essendosi ritenuto che la M. non avesse fornito la prova relativa all’insussistenza di una situazione patrimoniale adeguata per un’esistenza dignitosa, anche alla base del tenore di vita goduto durante il periodo di convivenza;
è stata pertanto disposta la revoca dell’assegno, con decorrenza dal mese di agosto del 2013;
per la cassazione di tale decisione la sig.ra M. propone ricorso, affidato a quattro motivi, illustrati da memoria, cui il S. resiste con controricorso, interponendo ricorso incidentale, con unica censura.
Considerato che:
il Collegio ha disposto, in conformità al decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma semplificata;
con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 5 della L. n. 898 del 1970 e dell’art. 2727 cod. civ., per non aver valutato le risultanze attinenti allo squilibro reddituale delle parti e non aver considerato che la prevalenza dei cespiti e dei redditi del S. potessero operare come criterio di attribuzione dell’assegno di divorzio;
con il secondo mezzo si deduce la nullità della sentenza impugnata per non essere state valutate le risorse economiche del proprio ex coniuge;
con la terza censura la ricorrente si duole, sia come vizio motivazionale, sia come violazione degli artt. 2697, 2727 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ., dell’omessa considerazione del tenore di vita mantenuto durante la convivenza matrimoniale;
con l’ultimo mezzo si deduce violazione degli artt. 447 e 545 cod. proc. civ., sostenendosi che la revoca dell’assegno avrebbe dovuto, eventualmente, essere disposta dalla data di pubblicazione della sentenza di secondo grado (19 novembre 2015), e non dal mese di agosto del 2013, aggiungendo che si tratterebbe di somme non ripetibili;
con il ricorso incidentale il S. si duole della decorrenza della revoca dell’assegno, che, avrebbe dovuto iniziare dal mese successivo al passaggio in giudicato della sentenza sullo stato, verificatosi nel luglio del 2011;
i primi tre motivi del ricorso principale, da esaminarsi congiuntamente, sono infondati;
la corte di appello ha correttamente rilevato la natura assistenziale dell’assegno post divorzile, costantemente ribadita da questa Corte, ed ha quindi ritenuto, con riferimento agli aspetti di natura fattuale inerenti al diritto all’assegno, che la M. non avesse fornito la relativa prova, essendo emerso che aveva mezzi adeguati per condurre un tenore di vita dignitoso, anche rapportato a quello goduto in costanza di matrimonio, sia in virtù dell’assenza di idonei supporti probatori, sia in considerazione del fatto che, avendo la stessa abbandonato la casa coniugale nel settembre del 1983, aveva per ben quattordici anni, prima che fosse proposta la domanda di separazione giudiziale, continuato a svolgere la propria attività lavorativa, anche acquistando un appartamento da destinare ad abitazione (essendo proprietaria di altro bene immobile dato in locazione), senza nulla chiedere per il proprio mantenimento, e senza nulla ottenere in sede di separazione, essendosi accertato che godeva di indipendenza economica, “idonea a garantirle il tenore di vita goduto in costanza della convivenza matrimoniale”;
in tale situazione, che implica valutazioni di merito insindacabili in questa sede, non può assumere rilievo il mero divario economico attualmente esistente fra le parti, al pari degli ulteriori criteri da utilizzarsi, ai fini della quantificazione, solo quando risultino soddisfatte le ragioni poste alla base del diritto all’attribuzione;
il quarto motivo del ricorso principale è infondato, a differenza del ricorso incidentale: l’accertamento dell’insussistenza del diritto all’assegno comporta che lo stesso non sia dovuto dal momento giuridicamente rilevante in cui – salva la possibilità della fissazione di un diverso termine, nella specie non risultante – la sua iniziale attribuzione, avente natura costitutiva, decorre; momento coincidente con il passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale (Cass., 15 novembre 2016, n. 23263);
la questione della irrepetibilità o meno delle somme versate non risulta in alcun modo affrontata nella decisione impugnata, e pertanto è inammissibile, costituendo per altro un posterius rispetto alla revoca dell’assegno, eventualmente rilevante in presenza di una concreta richiesta di restituzione;
la sentenza impugnata, pertanto, va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte di appello di Roma che, in diversa composizione, applicherà il principio sopra indicato, provvedendo altresì in merito alla spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale, accoglie l’incidentale. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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