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Il precario non paga tasse sul risarcimento

18 dicembre 2017


Il precario non paga tasse sul risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 dicembre 2017



L’abusiva reiterazione di contratti a tempo determinato danno diritto al precario a un risarcimento per la perdita di chance di carriera, che non va tassato.

Sulle somme percepite a titolo di risarcimento del danno non si pagano, di norma, le tasse, salvo che queste vengano corrisposte in sostituzione di un reddito di lavoro (ad esempio, il risarcimento all’agente di commercio per un infortunio che lo ha costretto a letto, impedendogli di lavorare). Solo in quest’ultimo caso l’indennizzo è sostitutivo del normale reddito e, in quanto tale, va dichiarato al fisco. In tutti gli altri casi il risarcimento è esentasse. La stessa regola vale anche per il precario ossia per colui che non ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato ed è costretto ad accettare contratti «a termine», ossia con scadenza annuale o per frazioni di tempo inferiori. A stabilire che il precario non paga tasse sul risarcimento è stata una recente e interessante sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio [1]. Per comprendere il principio facciamo un esempio pratico.

Quali tutele per il precario?

Da numerosi anni lavori per una azienda che ha però deciso di assumerti con contratti di lavoro a tempo determinato. Ogni anno il contratto viene puntualmente rinnovato. Questa situazione – per quanto ormai stabilizzatasi – ti tiene con il fiato sospeso, non consentendoti di accedere a un mutuo, a un finanziamento o di programmare i futuri investimenti della tua famiglia. Hai provato più volte a chiedere che ti venisse concesso un contratto di lavoro a tempo indeterminato ma, a fronte del rifiuto, non hai voluto insistere per il timore di perdere ciò che già hai. Ma non per questo ti sei rassegnato a vivere da precario. Tant’è che un giorno, all’ennesimo rinnovo del contratto a tempo determinato, decidi di ricorrere al giudice per chiedere la stabilizzazione. Sai bene, infatti, che anche la Comunità Europea ha imposto al nostro Stato di tutelare i lavoratori dalle abusive reiterazioni dei contratti a termine. Il tribunale ti dà ragione e condanna il datore di lavoro all’assunzione definitiva e a pagarti un risarcimento per i danni che ti ha procurato in tutti questi anni.

A questo punto arriva l’Agenzia delle Entrate che, saputo della somma che hai ricevuto, vuole la sua parte e ti chiede di pagarvi le imposte. Tu provi ad opporti sostenendo che, se lo scopo dell’indennizzo è ricompensarti per un reddito mai percepito, non puoi essere tassato. Chi dei due ha ragione?

Il danno da eccessiva precarizzazione non è tassabile

Secondo i giudici tributari, tutte le volte in cui un dipendente subisce un reiterato – e pertanto abusivo – rinnovo del contratto di lavoro a tempo determinato viene di fatto costretto al precariato perdendo così possibilità di carriera. Ciò gli dà diritto a ricorrere al tribunale ordinario (giudice del lavoro) perché condanni il datore di lavoro (sia questo un’azienda privata o una pubblica amministrazione) a corrispondergli un indennizzo in quanto colpevole della reiterazione dei contratti di lavoro. Ebbene, tali somme non sono imponibili in quanto costituiscono un risarcimento del danno da perdita di chance, consistente nella privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa.

Il risarcimento del danno percepito dal lavoratore precario non è sostitutivo di una retribuzione (se così fosse stato, l’indennizzo andrebbe tassato) bensì di una misura di reintegrazione di un pregiudizio patrimoniale che non deve essere dichiarato all’Agenzia delle Entrate e, di conseguenza, non sconta alcuna tassazione.

Le ritenute operate e versate dal datore di lavoro, dunque, devono essere rimborsate al contribuente, con aggiunta degli interessi decorrenti dal momento della corresponsione.

Non va tassato il risarcimento che, su ordine del giudice, il datore di lavoro deve versare al dipendente assunto sempre con contratti a tempo determinato. Il lavoratore, costretto a una vita da precario, riceve quindi l’indennizzo senza doverlo dichiarare al fisco in quanto non si tratta di una somma che sostituisce il reddito ma che lo ripaga per la perdita di chance si carriera.

note

[1] Ctr Lazio, sent. n. 3129/05/2017.

[omissis] Il punto è che, come ritenuto dalla sentenza del tribunale di Viterbo e come poi ampiamente chiarito dalla richiamata giurisprudenza di legittimità, in un caso quale quello in esame non si versa in un’ipotesi di danno consistente in una perdita di reddito. La lavoratrice qui appellante non poteva ambire a un prolungamento del rapporto di lavoro (stante il divieto di conversione del contratto a termine nel settore pubblico, a presidio del principio dell’accesso tramite concorso al lavoro nelle pubbliche amministrazioni, come rilevato nella sentenza di condanna e ribadito dalla Suprema Corte) e il danno sofferto è consistito non nella perdita di retribuzioni a lei plausibilmente spettanti, ma, appunto, nello stato di precarietà occupazionale in cui ella è venuta a trovarsi per effetto della plurima e tuttavia effimera reiterazione di contratti a termine. Conseguentemente non può esservi imposizione fiscale, ex articolo 6, secondo comma, Tuir, a mente del quale ( ). Può altresì osservarsi che la Cassazione ha già avuto modo di affermare, specificamente, la non imponibilità, per mancanza di natura reddituale, della somma ottenuta quale risarcimento di un danno da perdita di chance, da intendere come danno emergente (non quale lucro cessante), in un caso in cui quest’ultima consisteva nella privazione della possibilità di sviluppi o progressioni nell’attività lavorativa (cfr. Cass. n. 29579/2011). E si è visto che la conseguenza dannosa della precarizzazione (illegittima) del rapporto di lavoro è stata prioritariamente identificata dalla recente giurisprudenza di legittimità proprio quale perdita di chance (di un’occupazione migliore: Cass. S.U. n. 5072/2016).

In conclusione, occorre riformare la sentenza impugnata, che ha ravvisato l’imponibilità fiscale del risarcimento in questione e ha ritenuto legittimo il diniego di rimborso opposto dall’Agenzia delle entrate in ordine alla somma trattenuta tramite il Ministero dell’istruzione quale prelievo Irpef sull’importo corrisposto a titolo risarcitorio alla contribuente qui appellante – e conseguentemente disporre il pagamento della somma oggetto dell’istanza di rimborso.

L’accoglimento dell’appello comporta l’attribuzione a carico dell’amministrazione finanziaria delle spese processuali di controparte per entrambi i gradi di giudizio.

PQM

a) In riforma della sentenza impugnata condanna l’A.F. al pagamento in favore dell’appellante della somma di 3.978,47 oltre interessi legali tributari a decorrere dal 6 marzo 2014;

b) condanna l’A.F. al rimborso, in favore dell’appellante, delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio, che si liquidano, con riferimento a ciascuno dei due gradi, in 500,00 oltre accessori.

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