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Mobilità e riassunzione: che succede in caso di dimissioni?

25 dicembre 2017


Mobilità e riassunzione: che succede in caso di dimissioni?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 dicembre 2017



Lo scorso anno sono stato licenziato dalla ditta dove lavoravo, sono stato iscritto nelle liste di mobilità, ma dopo qualche mese sono stato riassunto con contratto a tempo determinato, con scadenza dicembre 2017. Ho accettato il trasferimento in una sede molto lontana da casa ma non riesco più a vivere lontano da mia moglie e dai miei figli piccoli. Cosa posso fare? Se mi dimetto posso riprendere la mobilità?

Con riferimento ai quesiti posti, occorre sottolineare quanto segue.

L’istituto della mobilità è stato introdotto con la legge 23 luglio 1991 n. 223, che statuisce specifiche disposizioni per quanto concerne i requisiti soggettivi ed oggettivi che i lavoratori devono far valere per accedere a tale prestazione e una procedura particolare che l’azienda deve eseguire prima di procedere ai licenziamenti di tutti o parte dei propri dipendenti.

È previsto il diritto di prelazione, della durata di 6 mesi, all’assunzione dei lavoratori in mobilità da parte dello stesso datore di lavoro che, superato il periodo di crisi, si ritrovi nella necessità di assumere nuovi lavoratori. In altre parole, l’azienda deve dare la precedenza ai propri ex dipendenti ancora iscritti alle liste di mobilità e che nel frattempo non abbiano trovato altro lavoro. La mobilità ha una durata più lunga delle altre prestazioni di disoccupazione, come per esempio la cassa integrazione, e che, grazie ai particolari benefici in favore delle aziende che intendano assumere dalle liste di mobilità i lavoratori iscritti, quali libertà di assunzione a tempo determinato, sgravi contributivi e finanziamenti alle imprese, agevola la ricollocazione dei lavoratori da un’azienda a un’altra.

Il datore di lavoro, unitamente all’inoltro delle lettere di licenziamento, deve comunicare ai sindacati e all’Ufficio provinciale del lavoro e massima occupazione (UPLMO), la lista con relativi dati anagrafici dei lavoratori licenziati e il resoconto dei criteri di scelta applicati per aver licenziato quel lavoratore piuttosto che l’altro.

Tale indennità prevede:

a) per i primi 12 mesi: 100% del trattamento di cassa integrazione straordinaria percepito o che sarebbe spettato nel periodo immediatamente precedente il licenziamento, nei limiti di un importo massimo mensile.

b) Per i periodi successivi: 80% del predetto importo. L’indennità di mobilità viene erogata ogni mese dall’Inps direttamente al lavoratore ed è sospesa quando l’interessato viene assunto con contratto a tempo determinato o a tempo parziale. I periodi di mobilità sono considerati come coperti dalla contribuzione figurativa e vengono quindi considerati utili per l’accesso alle prestazioni pensionistiche.

Il trattamento si sospende quando l’interessato:

1) viene cancellato dalle liste di mobilità;

2) viene assunto con contratto a tempo indeterminato;

3) raggiunge il diritto alla pensione di vecchiaia, o diventa titolare di pensione di anzianità o anticipata, ovvero di pensione di inabilità o di assegno di invalidità senza aver optato per l’indennità di mobilità.

Ai sensi dell’art. 9 legge 23 luglio 1991 n. 223, qualora il lavoratore abbia rassegnato le proprie dimissioni e queste risultino ingiustificate, produce la decadenza dal diritto all’indennità di mobilità.

In altri termini, le dimissioni sono equiparabili al rifiuto di un’occupazione ritenuta adeguata dalla legge, con conseguente perdita del diritto all’indennità di mobilità.

La giurisprudenza conferma quanto detto.

Le dimissioni cosiddette “incentivate”, e cioè agevolate da provvidenze ed incentivi, sono caratterizzate, analogamente alla “mobilità volontaria” ed al prepensionamento, dalla volontà del lavoratore di risolvere il rapporto di lavoro, che le distingue dal licenziamento, al quale non sono equiparabili, risultando inoltre stabilito dalla disciplina in materia di licenziamenti collettivi ( legge n. 223 del 1991, modificata dal D.Lgs. n. 151 del 1997) che delle ipotesi di risoluzione del rapporto di lavoro differenti dal licenziamento, sia pure riferibili all’iniziativa del datore di lavoro, non debba tenersi conto al fine del computo minimo di cinque licenziamenti, necessario e sufficiente ad integrare la fattispecie del licenziamento collettivo”. Cass. civ. Sez. lavoro, 21-03-2003, n. 3068.

Alla luce di quanto detto, le problematiche familiari sofferte dal lettore difficilmente potrebbero essere considerate giustificative e le dimissioni volontarie comporterebbero la perdita dei benefici della mobilità.

Per questa ragione, a parere dello scrivente, poiché il contratto a tempo determinato del lettore è in scadenza a dicembre 2017, è preferibile attendere quella data per non compromettere la sua situazione, dopo tutto si tratta di pochi mesi e, probabilmente, parlando con i suoi familiari, potrà trovare una soluzione per stare tutti più vicini.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta

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