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Lo sai che? Morte del socio accomandatario: quali conseguenze per gli eredi?

Lo sai che? Pubblicato il 24 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 dicembre 2017

In una società in accomandita semplice, la morte del socio accomandatario quali effetti ha nei confronti degli eredi? Nel contratto sociale non vi sono clausole di continuazione del rapporto con loro in questi casi. 

Per rispondere al quesito occorre innanzitutto dire che in tema di società in accomandita semplice, ed in caso di morte del socio, trova sicura applicazione l’articolo 2284 del codice civile (sia per il rinvio contenuto nell’articolo 2315 del codice civile, sia per quello che hanno riconosciuto diverse sentenze della Corte di Cassazione fra le quali, solo per citarne una, si può fare riferimento alla sentenza n. 15.395 del 19 giugno 2013).

La norma citata, cioè l’articolo 2284 del codice civile, chiaramente stabilisce che in caso di morte di uno dei soci, e salva contraria disposizione del contratto sociale, gli altri devono liquidare la quota agli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società, ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano. Pertanto alla morte di un socio accomandatario, i rispettivi eredi non subentrano automaticamente al loro parente nella società, ma vi subentrano solo se:

  • – tutti gli altri soci vi acconsentano
  • – e gli eredi stessi intendano subentrare al loro parente.

Come ha chiarito la Corte di Cassazione, sez. lavoro, con sentenza n. 24.476 del 21 nov. 2001: “… soltanto la quota di partecipazione del socio accomandante è trasmissibile per causa di morte [… ] mentre in caso di morte del socio accomandatario trova applicazione l’art. 2284 c.c., in virtù del quale gli eredi non subentrano nella posizione del defunto nell’ambito della società, e non assumono quindi la qualità di soci accomandatari a titolo di successione mortis causa, ma hanno diritto soltanto alla liquidazione della quota del loro dante causa, salvo diverso accordo con gli altri soci in ordine alla continuazione della società, e fermo restando che l’acquisto della qualità di socio accomandatario non deriva dalla posizione di erede del socio accomandatario defunto, ma dal contenuto del predetto accordo”.

Pertanto, se nel caso in esame:

  • – nel contratto sociale (cioè nell’atto costitutivo) non siano presenti clausole di continuazione (facoltativa, obbligatoria o automatica), come il lettore stesso precisa nel quesito
  • – e non vi sia il consenso unanime dei soci superstiti per il subentro nella compagine sociale degli eredi del socio accomandatario defunto,

se così è, agli eredi del socio accomandatario defunto spetta solo la liquidazione della quota.

Si tenga conto che l’eventuale subentro nella società degli eredi del socio accomandatario costituirebbe una modifica dei patti sociali che, perciò, richiederebbe il consenso di tutti, nessuno escluso, dei soci superstiti ed il consenso degli eredi subentranti (anche di uno solo di essi).

Si può conclusivamente dire che se è già oggi chiaro che non esiste il consenso di tutti i soci superstiti al subentro degli eredi del socio accomandatario (nella stessa posizione del loro parente defunto), agli eredi altro non può spettare che la liquidazione della quota ai sensi e per gli effetti dell’articolo 2289 del codice civile.

Quest’ultima norma stabilisce che nel caso di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio (come è nel caso di morte previsto dal precedente articolo 2284) gli eredi abbiano diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota il cui pagamento deve avvenire entro sei mesi dalla data in cui si verifica lo scioglimento del rapporto.

Questo significa che, in assenza di consenso tra i soci superstiti al subentro degli eredi del socio defunto nella società e, di conseguenza, di accordo con gli stessi eredi circa la modifica del patto sociale, gli eredi hanno:

  • – diritto ad ottenere la liquidazione della quota del loro parente defunto;
  • – diritto ad ottenere dalla società (e non dai singoli soci) il pagamento della somma di danaro che rappresenti il valore della quota entro il termine di sei mesi dal verificarsi della causa di scioglimento del rapporto sociale (cioè, nel caso specifico, dalla morte del loro parente);

All’opposto, la società ha:

  • – l’obbligo di procedere alla liquidazione della quota in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento;
  • – l’obbligo di procedere al pagamento della somma entro sei mesi dalla data in cui lo scioglimento si è verificato (cioè dalla morte del socio nel caso che La riguarda), essendo in mancanza costituita automaticamente in mora.

Fatte queste necessarie premesse, il consiglio pratico che si offre al lettore è il seguente:

  • – la società deve sollecitamente provvedere alla liquidazione della quota cioè alla quantificazione della somma di danaro spettante agli eredi del socio defunto (gli amministratori, poi, devono altrettanto sollecitamente provvedere al rendiconto per assolvere all’onere che incombe della società di provare il valore della quota);
  • – gli amministratori della società dovranno poi comunicare, con sufficiente anticipo rispetto alla scadenza dei sei mesi prevista dall’articolo 2289 del codice civile, con raccomandata a.r. agli eredi del socio accomandatario defunto che, non essendovi consenso unanime dei soci superstiti circa il subentro degli eredi nella compagine sociale, è disponibile la quota a loro spettante ai sensi di legge (allegando, se possibile, la documentazione attestante le modalità attraverso cui si è pervenuti alla determinazione della stessa) invitandoli, a stretto giro di posta, a comunicare le modalità che loro preferiscono per ottenerne il pagamento e avvertendo che, in mancanza di risposta, si provvederà, ai sensi degli articoli 1206 e seguenti del codice civile e degli articoli 73 e seguenti delle disposizioni di attuazione del codice civile, e prima della scadenza del termine di sei mesi previsto dall’articolo 2289 del codice civile, all’offerta reale della somma dovuta.

Specifico, infine, che l’offerta reale è:

  • – la procedura che consente al debitore, anche di una somma di danaro, di reagire al mancato ingiustificato ricevimento del pagamento da parte del creditore (nel caso specifico i creditori sono chiaramente gli eredi nei confronti della società che è debitrice nei loro confronti della quota da liquidarsi);
  • – la procedura che costituisce in mora il creditore;
  • – la procedura che, una volta eseguita, evita al debitore di dover corrispondere gli interessi sulla somma corrisposta con ritardo rispetto alla scadenza (questo effetto della mora del creditore, si verificano a partire dal giorno in cui l’offerta reale è successivamente dichiarata valida con sentenza passata in giudicato o se è accettata dal creditore).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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