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Lo sai che? Permesso di soggiorno scaduto da convertire in permesso per lavoro

Lo sai che? Pubblicato il 24 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 dicembre 2017

Sono un cittadino extra comunitario. Il mio permesso di soggiorno è scaduto il giorno in cui si è concluso il tirocinio per il quale mi era stato rilasciato. Il giorno dopo ho chiesto la conversione in permesso per lavoro subordinato, ma la questura ha rigettato la domanda affermando che doveva essere presentata il giorno stesso della conclusione del tirocinio. È giusto? In questi casi  il termine non è di 60 giorni dalla scadenza?

Per quanto la normativa, nella specie l’articolo 6 del Testo Unico Immigrazione, disponga che il permesso di soggiorno per motivi di studio e formazione possa essere convertito “prima della sua scadenza”, è intervenuta la giurisprudenza amministrativa del T.A.R., con una recente sentenza, a derogare questa disposizione legislativa: “In tema di conversione del permesso di soggiorno per motivi di studio di cui all’art. 6, c. 1, del d.lg. n. 286 del 1998, a fronte della concreta volontà del cittadino straniero di soggiornare legalmente nel territorio dello Stato per svolgere una regolare attività lavorativa, non può opporsi la già intervenuta scadenza del permesso di soggiorno per motivi di studio, anche perché, in termini più ampi, in tema di conversione di permesso da studio a lavoro, mentre il rinnovo è in via generale condizionato alla disponibilità reddituale, quando si tratti di rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro esso è subordinato all’esistenza di un elemento — il contratto di lavoro — idoneo a dimostrare non tanto la disponibilità, quanto la capacità reddituale, privilegiandosi un profilo rivolto al futuro, piuttosto che un elemento riguardante il periodo già decorso, sicché dovrà dunque ritenersi che la conversione di un permesso di soggiorno da studio a lavoro consegua ad una valutazione prognostica favorevole circa l’inserimento della persona nel mondo del lavoro e la conseguente titolarità di un reddito sufficiente per il proprio sostentamento, dimostrazione che sarà possibile soltanto al momento della dichiarazione dei redditi relativa all’anno di attività, oltre che ad una valutazione dell’assenza di elementi ostativi nel pregresso periodo di studio, senza che possa attribuirsi rilievo unico formale e dirimente alla sopravvenuta scadenza” (sentenza T.A.R. Emilia-Romagna Parma, sez. I, 09/05/2016, n. 154).

Pertanto, secondo tale orientamento, già avallato da altre sentenze meno recenti (sentenza T.A.R. Emilia-Romagna Bologna, n. 864/2009 e T.A.R. Marche n. 183/2012) mentre il rinnovo è in via generale condizionato alla disponibilità reddituale, quando si tratti di rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro esso è subordinato all’esistenza di un elemento (il contratto) idoneo a dimostrare non tanto la disponibilità, quanto la capacità reddituale, privilegiandosi un profilo rivolto al futuro, piuttosto che un elemento riguardante il periodo già decorso.

Dunque, deve ritenersi che la conversione di un permesso di soggiorno da studio a lavoro consegua ad una valutazione prognostica favorevole circa l’inserimento della persona nel mondo del lavoro e la conseguente titolarità di un reddito sufficiente per il proprio sostentamento, dimostrazione che sarà possibile soltanto al momento della dichiarazione dei redditi relativa all’anno di attività, oltre che ad una valutazione dell’assenza di elementi ostativi nel pregresso periodo di studio, senza che possa attribuirsi rilievo unico formale e dirimente alla sopravvenuta scadenza.

Del resto, anche in caso di rinnovo del permesso di soggiorno, e non di conversione, l’eventuale richiesta presentata dopo la scadenza non comporterebbe alcuna decadenza, poiché ai sensi dell’art. 13, comma 2, lett. b), d.lg. 25 luglio 1998 n. 286 (testo unico delle disposizioni

concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), la spontanea presentazione della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno oltre il termine di sessanta giorni dalla sua scadenza non consente l’espulsione automatica dello straniero, la quale può essere disposta solo se la domanda sia stata respinta per la mancanza, originaria o sopravvenuta, dei requisiti richiesti dalla legge per il soggiorno dello straniero sul territorio nazionale, mentre il ritardo nella presentazione può costituirne solo indice rivelatore nel quadro di una valutazione complessiva della situazione in cui versa l’interessato (confronta anche Cassazione civile, sez. un., 20/05/2003, n. 7892).

Pertanto, nella valutazione della condotta dello straniero che abbia presentato tardivamente la domanda di rinnovo va considerata l’incidenza della situazione di forza maggiore eventualmente addotta dall’interessato poiché la forza maggiore come causa di esclusione degli effetti pregiudizievoli di un comportamento sanzionato dalla legge è principio generale dell’ordinamento che opera anche in mancanza di espressa previsione.

E, così, non potendo darsi prevalenza ad una interpretazione che subordini il riconoscimento del diritto al rinnovo del permesso di soggiorno alla mera osservanza dei termini stabiliti dalla legge per la sua presentazione, dev’essere ribadita l’interpretazione già avanzata dalla Corte di Cassazione (sez. un., 20/05/2003, n. 7892) secondo cui la spontanea presentazione della domanda di rinnovo del permesso di soggiorno oltre il termine di sessanta giorni dalla sua scadenza non consente l’espulsione automatica dello straniero la quale potrà essere disposta solo se la domanda sia stata respinta per la mancanza originaria o sopravvenuta dei requisiti richiesti dalla legge per il soggiorno dello straniero sul territorio nazionale, mentre per la sua tardiva presentazione potrà costituirne solo indice rivelatore nel quadro di una valutazione complessiva della situazione in cui versa l’interessato.

Tanto premesso, il lettore ad oggi ha in mano solo un preavviso di rigetto e, quindi, non un provvedimento definitivo della Pubblica Amministrazione da poter impugnare dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale.

Pertanto, quello che ad oggi si può fare è presentare una memoria difensiva al responsabile del procedimento al fine di mutare l’orientamento del dirigente.

Fatto questo, non si potrà che attendere il provvedimento finale che, se negativo, permetterà al lettore di ricorrere al T.A.R. per ottenerne l’annullamento.

Se, viceversa, il provvedimento non dovesse arrivare, si potrà sempre ricorrere dinanzi al T.A.R. con un ricorso avverso il silenzio al fine di ottenere un provvedimento espresso dalla Pubblica Amministrazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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