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Lo sai che? Il fisco controlla i conti correnti

Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2017

Indagini bancarie dell’Agenzia delle Entrate: gli ultimi orientamenti della giurisprudenza.

Indagini bancarie in forte calo: stando ai dati ufficiali, l’Agenzia delle Entrate ha ridotto il numero di controlli sui conti correnti dei contribuenti per abbracciare piuttosto una strategia di prevenzione, basata sulla compliance, ossia sulla collaborazione. Tra il 2012 e il 2016 gli accertamenti in banca sono calati del 76,6%. Tradotto in numeri, se nel 2012 i contribuenti accertati erano stati ben 21.600, l’anno scorso a subire un controllo sul conto corrente sono stati solo 5.200. In una relazione pubblicata questa estate, la Corte dei Conti ha bacchettato l’Agenzia delle Entrate, colpevole di «grave inadempienza» per non aver saputo sfruttare in pieno le potenzialità dell’Anagrafe dei conti correnti nella lotta all’evasione. Difatti una legge del 2011 [1] obbliga l’Agenzia ad elaborare, sulla base dei dati trasmessi all’Anagrafe tributaria da tutte le banche, le liste selettive di contribuenti a maggior rischio di evasione. Ma, a quanto sembra, il fisco non ha ancora sfruttato a pieno questi strumenti di controllo. Il che non esclude che non lo faccia in seguito. Anzi, se è vero che le potenzialità dell’Anagrafe dei conti correnti sono ancora inespresse c’è da attendersi una nuova stagione di indagini più mirate e pregnanti.

Ciò nonostante quest’anno la Cassazione ha emesso numerose sentenze che vanno a definire procedure, limiti dei casi in cui il fisco controlla i conti correnti. Di tali decisioni sarà meglio tenere conto nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate dovesse bussare alla porta della nostra banca e chiedere chiarimenti.

Come avvengono i controlli del fisco sul conto corrente 

Diciamo subito come avvengono i controlli del fisco sul conto corrente del contribuente. In un primo tempo l’Agenzia può affacciarsi ai dati presenti nell’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta «Anagrafe dei conti correnti»). Questa costituisce un’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria istituita per rendere più efficiente l’attività di controllo in ambito fiscale eseguita ai fini delle imposte sui redditi [2] e dell’Iva [3]; consente lo svolgimento di indagini finanziarie in modo mirato nei confronti di banche, finanziarie e poste. Ogni anno questo archivio viene alimentato dalle informazioni che, periodicamente, forniscono le banche in merito al numero di rapporti intrattenuti coi clienti (conti correnti, cassette di sicurezza, deposito e gestione titoli, ecc.), saldaconto e lista dei movimenti.

Se l’Agenzia delle Entrate desidera avere ulteriori informazioni avvia l’indagine bancaria vera e propria, accedendo – anche a mezzo della Guardia di Finanza – presso la filiale dove il correntista ha il proprio deposito e acquisendo tutta la documentazione necessaria.

Come abbiamo già detto in Accertamento fiscale e indagini bancarie sul conto corrente, per l’avvio del controllo nella sede dell’istituto di credito è necessaria solo l’autorizzazione del direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle entrate o del direttore regionale della stessa, oppure, per il Corpo della guardia di finanza, del comandante regionale. Non è invece indispensabile una motivazione. I dati devono essere acquisiti entro trenta giorni (termine prorogabile di altri 20 giorni se sussistono giustificati motivi).

Perché sono pericolosi i controlli sul conto corrente?

I controlli bancari e finanziari rappresentano una delle più incisive modalità d’indagine a disposizione dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza. Diventano particolarmente incisivi quando si combinano con strumenti come il redditometro. Nel dettaglio, le indagini bancarie risultano particolarmente pericolose per il cittadino in quanto i dati che il fisco ricava dalle movimentazioni del conto corrente [4] costituiscono «presunzioni» contrarie al contribuente. Spetta a quest’ultimo cioè  dimostrare, in caso di versamento di contanti o di bonifici, a che titolo ha la disponibilità di tali soldi. Se non fornisce giustificazioni adeguate subisce l’accertamento e la tassazione. Tanto per fare un esempio, se una persona versa mille euro in contanti sul conto o li riceve con un bonifico da un’altra persona deve essere in grado di spiegare all’Agenzia delle Entrate – qualora glielo chieda – a che titolo ha ricevuto tali somme (un contratto, una donazione, un mutuo, ecc.); la prova, peraltro, deve essere sempre documentale.

Detto in altre parole, le risultante delle indagini bancarie costituiscono «presunzioni» a favore dell’amministrazione finanziaria, contro cui il contribuente, se vuole procedere a contestazione, deve fornire la prova contraria (cosiddetta «inversione dell’onere della prova»). In questo modo l’Agenzia delle Entrate può individuare i flussi e disponibilità di denaro e altri mezzi finanziari del contribuente, in modo da verificare l’eventuale possesso di redditi non dichiarati.

Su cosa vertono le indagini bancarie

Le indagini bancarie possono riguardare tutti i rapporti intrattenuti dal contribuente con la banca:

  • conto corrente;
  • conto deposito titoli e/o obbligazioni
  • conto deposito a risparmio libero/vincolato
  • rapporto fiduciario
  • gestione collettiva del risparmio
  • gestione patrimoniale
  • certificati di deposito e buoni fruttiferi
  • portafoglio
  • conto terzi individuale/globale
  • dopo incasso
  • cessione indisponibile
  • cassette di sicurezza
  • depositi chiusi
  • contratti derivati su crediti
  • carte di credito/debito
  • crediti di firma
  • crediti
  • finanziamenti
  • fondi pensione
  • patto compensativo
  • finanziamenti in pool
  • altro rapporto.

Nel caso di movimentazione sul conto corrente, la banca può verificare tutti i versamenti del contribuente ma non anche i prelievi, a meno che sia un imprenditore. A riguardo infatti la Cassazione [5] ha detto che l’accertamento basato sulle movimentazioni bancarie non giustificate trova spazio anche nei confronti dei privati, non titolari di partita IVA; solo, però, limitatamente ai versamenti non tracciati.

Conti correnti intestati a terzi

L’Agenzia delle Entrate può controllare anche le movimentazioni bancarie su conti intestati a soggetti diversi rispetto al contribuente sottoposto a indagine, ma che intrattengono rapporti con quest’ultimo. L’estensione a terzi delle indagini finanziarie è legittima, ma resta subordinata alla sussistenza di elementi indiziari che lascino presumere o ritenere che la movimentazione attuata dai terzi delle disponibilità finanziarie, in realtà, è riconducibile al contribuente controllato [6].

Il fisco non ha l’obbligo di interpellare preventivamente il soggetto che abbia la titolarità formale dei conti oggetto di indagine, essendo prevista soltanto la possibilità di interpello preventivo nei confronti del contribuente sottoposto a controllo [7].

Secondo alcuni giudici, nel caso di conti formalmente intestati a soggetti terzi, le presunzioni legali proprie delle indagini finanziarie non operano automaticamente, ma l’Agenzia delle entrate ha l’onere di provare l’intestazione fittizia del conto.

I precedenti della giurisprudenza

Comm. trib. reg. Roma, (Lazio), sez. XIII, 28/09/2017,  n. 5626 

La legittimità delle indagini bancarie è subordinata alla sola esistenza dell’autorizzazione e non anche dell’esibizione della stessa all’interessato. A tal proposito, dagli artt. 6 e 12 Legge n. 212/2000 emerge che i risultati delle indagini bancarie, in caso di mancata esibizione dell’autorizzazione al contribuente, non possono considerarsi nulli. Pertanto, affinché l’erario possa utilizzare il risultato di accertamenti bancari effettuati nei confronti del contribuente è necessario che tali accertamenti siano stati debitamente autorizzati, ma non anche che il provvedimento di autorizzazione venga esibito al contribuente.

Inoltre, la legge non dispone alcun obbligo di motivazione, a differenza di quanto invece stabilito per gli accessi e le perquisizioni domiciliari, dagli artt. 33 D.P.R. n. 600/1973 e 52 D.P.R. n. 633/1972 che per tale autorizzazione, nonostante il nomen iuris utilizzato, esplicando una funzione organizzativa, incidente esclusivamente sui rapporti tra uffici e avendo natura di atto meramente preparatorio, inserito nella fase di iniziativa del procedimento amministrativo di accertamento, non è qualificabile come provvedimento o atto impositivo, tipologie di atti per le quali, rispettivamente, l’art. 3, comma 1, Legge n. 241/1990 e l’art. 7 Legge n. 212/2000, prevedono l’obbligo di motivazione.

Comm. trib. reg. Roma, (Lazio), sez. X, 02/05/2017,  n. 2350 

Indagini bancarie e presunzione di redditività dei conti bancari intestati al contribuente

In virtù dell’art. 32 del D.P.R. n. 600 del 1973 , ai fini della presunzione di redditività dei conti bancari intestati al contribuente, esiste una presunzione legale a favore dell’Ufficio, pertanto, non occorre che quest’ultimo proceda ad effettuare incroci tra i dati del contribuente e quelli di altri soggetti con i quali lo stesso abbia eventualmente intrattenuto relazioni commerciali, dovendosi ritenere che i movimenti presenti sui predetti conti siano imputabili al titolare degli stessi.

Comm. trib. reg. L’Aquila, (Abruzzo), sez. I, 16/03/2017,  n. 214

Per quanto concerne l’accertamento tributario, le indagini bancarie previste dall’art. 32, n. 6-bis, del D.P.R. n. 600/1973 e dall’art. 51, n. 7, D.P.R. n. 633/1972 rientrano tra i poteri attribuiti all’ufficio per il controllo delle dichiarazioni dei redditi e dell’IVA, che per essere esercitati non richiedono particolari motivazioni, ma necessitano solo dell’autorizzazione del direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate o del direttore regionale della stessa, ovvero, per il Corpo della Guardia di Finanza, del comandante regionale. La mancata allegazione all’avviso di accertamento dell’autorizzazione alle indagini finanziarie non configura un’ipotesi di carenza di motivazione dell’atto stesso, in quanto non vi è alcun controllo da effettuare sulle ragioni che hanno generato le indagini bancarie. Sotto il profilo probatorio, l’eventuale inesistenza dell’autorizzazione, della quale, invece, nel p.v.c., ne viene affermata l’esistenza, può essere fatta valere solo mediante querela di falso, in quanto la predetta affermazione è assistita dall’efficacia di cui all’art. 2700 c.c..

Comm. trib. reg. Firenze, (Toscana), sez. XXIX, 27/02/2017,  n. 520 

Avviso di accertamento emesso dopo indagini bancarie dell’Agenzia delle Entrate

L’articolo 32 del d.p.r. n. 600 del 1973 dispone che, in materia di avviso di accertamento emesso dopo indagini bancarie dell’Agenzia delle Entrate, il contribuente ha l’onere di dimostrare che ha tenuto conto di tutti i movimenti finanziari nel momento in cui ha determinato il proprio reddito, poiché non si può limitare ad enunciazioni prive di supporto documentale.

Comm. trib. reg. Roma, (Lazio), sez. I, 10/02/2017,  n. 505 

L’attività accertativa è fondata semplicemente sulle indagini bancarie, per le quali, come noto, esiste una presunzione legale relativa, con l’onere della parte di provare la non riconducibilità delle operazioni rilevate all’attività professionale. Ora, il contribuente, in questo grado di appello, non ha fornito esaurienti e concreti elementi di prova contraria avverso le presunzioni conseguenti ai controlli bancari. Prova che, tra l’altro, avrebbe dovuto essere specifica, e non generica, con riferimento alle singole operazioni risultanti dalla documentazione finanziaria, secondo cui il giudice di merito, per superare la presunzione che legittima l’accertamento effettuato a seguito di controlli bancari, deve fornire un idoneo “supporto argomentativo effettivamente relazionato a specifica e concreta emergenza probatoria”.

Cassazione civile, sez. trib., 31/01/2017,  n. 2432 

L’accertamento basato sulle movimentazioni bancarie non giustificate trova spazio anche nei confronti dei privati, non titolari di partita IVA; solo, però, limitatamente ai versamenti non tracciati.

Comm. trib. prov.le Treviso, sez. II, 13/07/2016,  n. 257 

Indagini bancarie: vanno acquisiti tutti i collegamenti tra movimenti di denaro e operazioni commerciali presumibilmente elusive

In caso di accertamenti fondati su indagini bancarie, l’amministrazione finanziaria è tenuta ad acquisire tutti quegli elementi che possano ricollegare movimenti di denaro con operazioni commerciali, dalle quali si possa presumere un’evasione d’imposta.

Comm. trib. reg. Cagliari, (Sardegna), sez. IV, 14/06/2016,  n. 200

L’avviso di accertamento è illegittimo qualora sia stato emesso a seguito di una autorizzazione irregolare di procedere alle indagini bancarie, non sottoscritta dal soggetto competente. E questo accade nelle ipotesi in cui l’Ufficio Finanziario si limiti a produrre una copia della mail con cui il Dirigente dell’Ufficio abbia fatto conoscere di essere malato e di conferire il suo incarico ad un altro soggetto abilitato all’interno dell’Agenzia, poiché si tratta di un mero documento informale che non prova l’effettività della delega ad altro soggetto, non essendo neanche stato depositato da parte dell’Amministrazione Finanziaria, come invece è suo onere.

note

[1] Altrimenti denominato, nelle fonti normative e nei provvedimenti dell’Agenzia delle entrate, Anagrafe dei rapporti finanziari ovvero Archivio dei rapporti con operatori finanziari, sicché nella presente relazione verranno adottate indifferentemente le diverse denominazioni.

[2] Art. 32, c. 1, n. 7) del d.p.r. 29 settembre 1973, n. 600 “Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi

[3] Art. 51, c. 2, n. 7) del d.p.r. 26 ottobre 1972, n. 633 “Istituzione e disciplina dell’imposta sul valore aggiunto”.

[4] Art. 32 co. 1. n. 2) Dpr 600/1973.

[5] Cass. sent. n. 2432/2017

[6] Circolare Guardia di Finanza n. 1/2008.

[7] Ag. Entrate circolare n. 32/E del 19.10.2006.


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