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Lo sai che? Sterpaglia: si può appiccare il fuoco sulla potatura?

Lo sai che? Pubblicato il 19 dicembre 2017

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È reato bruciare rami secchi, potatura, erba, paglia e altri vegetali su di un terreno diverso con la sola finalità di eliminare il rifiuto.

Hai raccolto, dal tuo campo, una bel po’ di foglie e rami secchi, erba e paglia, residui della potatura periodica. Ne hai fatto una montagnella e ora vorresti bruciarla, ma non sai dove e come, né quali rischi corri da un punto di vista legale. La tentazione è di spostare i rifiuti vegetali su un altro terreno abbandonato e darvi fuoco, ma temi di poter essere denunciato. Magari, i carabinieri, vedendo il fumo, potrebbero chiederti chiarimenti e incriminarti per qualche reato a te in questo momento sconosciuto. Del resto si sa che lo smaltimento di rifiuti, anche quelli apparentemente inoffensivi come quelli vegetali, devono seguire regole precise. Diversamente il rischio di incendi – già sufficientemente frequenti nel nostro Paese durante la bella stagione – sarebbe eccessivo. Cosa dice a riguardo la legge? In caso di sterpaglia, si può appiccare il fuoco sulla potatura? La questione è stata, di recente, trattata dalla Cassazione con due sentenze interessanti [1]. Le pronunce hanno preso in esame il caso di un uomo che aveva bruciato dei rifiuti del proprio campo sul terreno di un vicino, ma noi analizzeremo, in questo breve articolo, tutte le possibili soluzioni che si possono prospettare in base all’attuale legge.

In campagna si può accedere il fuoco per bruciare sterpaglie?

Partiamo da ciò che dice la legge: l’attività di combustione dei rifiuti organici come quelli vegetali deve essere, in generale, soggetta ad autorizzazione: ciò vale sia se avviene sul proprio terreno che – a maggior ragione – sul suolo pubblico. Eccezionalmente è lecito appiccare il fuoco sulla sterpaglia e la potatura solo per quantitativi limitati. La legge [2] ritiene infatti lecite le attività di raggruppamento e di abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali (…) effettuate nel luogo di produzione» in quanto costituenti «normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti».

Condizioni affinché tale attività sia lecita sono dunque due:

  • la dimensione dei rifiuti: non devono superare i limiti appena indicati;
  • l’attività deve avvenire sul proprio terreno, quello cioè dal quale sono stati recuperati detti rifiuti. Non può avvenire su un fondo altrui. È vietato smaltire i rifiuti urbani non pericolosi in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti, fatti salvi eventuali accordi regionali o internazionali, qualora gli aspetti territoriali e l’opportunità tecnico economica di raggiungere livelli ottimali di utenza servita lo richiedano

Pertanto, chi brucia sterpaglie su un terreno altrui commette il reato di «attività di gestione di rifiuti non autorizzata» a meno che non sia stato espressamente autorizzato dalla pubblica amministrazione.

In un precedente del Tribunale di Cassino è stato spiegato che l’incenerimento di sfalci e potature non integra il reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi: si tratta, infatti, di residui vegetali non classificabili come rifiuti, utilizzati in agricoltura con processi e metodi che sono normali pratiche agronomiche, non danneggiano l’ambiente e non mettono in pericolo la salute umana. Lo stesso discorso deve farsi per il fieno, che non è altro che erba essiccata raccolta e immagazzinata per alimentare alcuni animali. Non si può quindi condannare penalmente chi incendia uno o più rotoballi di fieno.

Il fumo non deve dar fastidio al vicino

Quando si brucia sterpaglia, nei limiti fissati dalla legge e sul proprio terreno, bisogna sempre stare attenti a fare in modo che il fumo non vada a finire nella proprietà del vicino, arrecandogli disturbo. Le conseguenze sarebbero altrimenti due:

  • la possibilità di una causa di risarcimento del danno per le «immissioni intollerabili»: la molestia deve cioè raggiungere una soglia di insopportabilità  tanto da costringere, ad esempio, a rintanarsi in casa o a rientrare i panni stesi fuori. La «normale tollerabilità» prevista dal codice civile [3] è un concetto volutamente generico che usa la legge per consentire al giudice di valutare caso per caso, in base alle condizioni specifiche dei terreni interessati, alla loro collocazione geografica (se in aree coltivate, agricole, urbane, ecc.), alla loro dimensione, alla loro destinazione, ecc.
  • la possibilità di una querela per getto di cose pericolose se, insieme al fumo, dovessero volare anche residui dell’incendio, come fiammelle che potrebbero creare un danno per la proprietà o per le persone confinanti.

Non bisogna creare il rischio di incendi

Quando si brucia la sterpaglia e rami secchi bisogna prendere le dovute precauzioni affinché le fiamme non divampino attorno. In teoria anche un incendio di piccole dimensioni, ma lasciato alla mercé del vento, potrebbe essere pericoloso. Il reato di incendio previsto dal codice penale che stabilisce [4]: «Chiunque cagiona un incendio è punito con la reclusione da tre a sette anni. La disposizione precedente si applica anche nel caso d’incendio della cosa propria, se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica».

Secondo la Cassazione, scatta il reato di incendio colposo di un proprio terreno  quando il pericolo pubblico è determinato non solo da fiamme di vaste dimensioni, ma anche dalle loro dirette conseguenze, quali il calore, il fumo, la mancanza di ossigeno, l’eventuale sprigionarsi di gas pericolosi dalle materie incendiate.

Ed ancora, sempre la cassazione ha detto che il reato di incendio boschivo scatta anche in caso di estensioni di terreno a “boscaglia”, “sterpaglia” e “macchia mediterranea”, atteso che l’intento del legislatore è quello di dare tutela a entità naturalistiche indispensabili alla vita [5].

Insomma, come argomentato anche da altra giurisprudenza [6], il reato di incendio boschivo si configura indipendentemente dal tipo di vegetazione esistente sul terreno, essendo sufficiente che si tratti di area ove insista boscaglia, sterpaglia o altra vegetazione.

note

[1] Cass. sent. n. 56277/2017 e n. 56281/2017 del 18.12.2018.

[2] Art. 182 co. 6-bis, d.lgs, n. 52/06.

[3] Art. 844 cod. civ.

[4] Art. 423 cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 3339/2015

[5] Cass. sent. n. 23411/2015.

[6] Cass. sent. n. 14209/2008. Cfr. anche Trib. Messina, sent. del 13.08.2008. NOTA: Effettivamente, nella nozione di «bosco», la giurisprudenza tende a non far distinzioni quando ci si riferisca piuttosto a «boscaglia», «sterpaglia», «macchia mediterranea», ecc., considerato che «l’intento del legislatore è quello di dare tutela a entità naturalistiche indispensabili alla vita» (così Cass., sez. I, 4 marzo 2008, n. 14209, D., in CED Cass., 2008). Piuttosto, è rilevante l’estensione del terreno interessato dalle fiamme, in quanto ciò si connatura con la natura specifica dell’«incendio» (cfr., ad es., Trib. Crotone 4 gennaio 2008, n. 177, in Guida al dir., 2008, fasc. 15, 95, secondo cui: «non integra il reato di incendio boschivo un fuoco, derivante dalla bruciatura di sterpaglie, che pur avendo richiesto l’intervento dell’autorità […] abbia interessato un’area non vasta e comunque rapidamente circoscritta e altresì tenuta sotto controllo senza alcuna difficoltà»). Ed ancora Cass. sent. n. 25935/2001 secondo cui “L’elemento oggettivo del reato di incendio boschivo (art. 423 bis c.p., introdotto dal d.l. n. 220 del 2000, conv. nella l. n. 275 del 2000) è correttamente riferito anche a estensioni di terreno a “boscaglia”, “sterpaglia” e “macchia mediterranea”, atteso che la l. 21 novembre 2000 n. 353, che all’art. 11 ha riprodotto il testo dell’art. 423 bis c.p., all’art. 2 definisce l’incendio boschivo come un fuoco con suscettività ad espandersi su “aree boscate, cespugliate o arborate” nonché su “terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofi alle dette aree”.

Cassazione penale, sez. III, 15/06/2017,  n. 38658 

Non costituisce reato la combustione di rifiuti urbani vegetali abbandonati provenienti da aree verdi

In tema di gestione dei rifiuti, integra il reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi, di cui all’art. 256, comma , lett. a), d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152, la combustione di residui vegetali effettuata senza titolo abilitativo nel luogo di produzione oppure di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato, se commessa al di fuori delle condizioni previste dall’articolo 182, comma 6-bis, primo e secondo periodo; viceversa la combustione di rifiuti urbani vegetali, abbandonati o depositati in modo incontrollato, provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali, è punita esclusivamente in via amministrativa, ai sensi dell’art. 255 del citato d.lgs. n. 152.

Cassazione penale, sez. III, 05/04/2016,  n. 21936 

L’incenerimento di scarti alimentari non integra reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti né di combustione illecita

In tema di gestione dei rifiuti, gli scarti vegetali non sono classificabili come rifiuti, se utilizzati in agricoltura mediante processi e metodi costituenti le normali pratiche agronomiche disciplinate dagli artt. 182, comma sesto-bis, e 185, comma primo, lett. f), del citato D.Lgs. n. 152 del 2006, sicché la loro eliminazione mediante incenerimento, in piccoli cumuli ed in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro, non integra il reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi di cui all’art. 256, comma primo, lett. a), D.Lgs. n. 152 del 2006, né quello di combustione illecita di rifiuti di cui all’art. 256-bis del medesimo decreto legislativo.

Cassazione penale, sez. III, 12/01/2016,  n. 5504 

Incenerimento di residui vegetali nel luogo di produzione e smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi

In tema di gestione dei rifiuti, l’incenerimento di residui vegetali effettuato nel luogo di produzione al di fuori delle condizioni previste dall’art. 182, comma sesto bis, primo e secondo periodo, d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152, integra il reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi di cui all’art. 256, comma primo, lett. a), d. lgs. 3 aprile 2006 n. 152.

Cassazione penale, sez. III, 07/10/2014,  n. 76 

In tema di gestione dei rifiuti, l’eliminazione mediante incenerimento di sfalci e potature non integra il reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi di cui all’art. 256, comma 1, lett. a), d.lg. n. 152 del 2006, trattandosi di residui vegetali che non sono classificabili come rifiuti e che sono utilizzati in agricoltura mediante processi e metodi costituenti normali pratiche agronomiche disciplinate dagli art. 182, comma 6 bis, e 185 comma 1, lett. f), del citato d.lg. n. 152 del 2006, in quanto non danneggiano l’ambiente, né mettono in pericolo la salute umana.

Tribunale Lecce, 26/10/2011

Costituisce smaltimento di rifiuti pericolosi, ai sensi dell’art. 256 comma 1 lett. a) t.u. n. 152 del 2006, lo spandimento con un trattore all’interno di un oliveto di liquame, nella specie refluo domestico con la presenza di un valore COD (1.000 mg/l) elevato, per il quale è necessaria una specifica autorizzazione.

Art. 182 DECRETO LEGISLATIVO n. 52/06.

1. Lo smaltimento dei rifiuti è effettuato in condizioni di sicurezza e costituisce la fase residuale della gestione dei rifiuti, previa verifica, da parte della competente autorità, della impossibilità tecnica ed economica di esperire le operazioni di recupero di cui all’articolo 181. A tal fine, la predetta verifica concerne la disponibilità di tecniche sviluppate su una scala che ne consenta l’applicazione in condizioni economicamente e tecnicamente valide nell’ambito del pertinente comparto industriale, prendendo in considerazione i costi e i vantaggi, indipendentemente dal fatto che siano o meno applicate o prodotte in ambito nazionale, purché vi si possa accedere a condizioni ragionevoli.

2. I rifiuti da avviare allo smaltimento finale devono essere il più possibile ridotti sia in massa che in volume, potenziando la prevenzione e le attività di riutilizzo, di riciclaggio e di recupero e prevedendo, ove possibile, la priorita’ per quei rifiuti non recuperabili generati nell’ambito di attivita’ di riciclaggio o di recupero (1).

3. E’ vietato smaltire i rifiuti urbani non pericolosi in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti, fatti salvi eventuali accordi regionali o internazionali, qualora gli aspetti territoriali e l’opportunita’ tecnico economica di raggiungere livelli ottimali di utenza servita lo richiedano (2).

3-bis. Il divieto di cui al comma 3 non si applica ai rifiuti urbani che il Presidente della regione ritiene necessario avviare a smaltimento, nel rispetto della normativa europea, fuori del territorio della regione dove sono prodotti per fronteggiare situazioni di emergenza causate da calamita’ naturali per le quali e’ dichiarato lo stato di emergenza di protezione civile ai sensi della legge 24 febbraio 1992, n. 225 (3)

4. Nel rispetto delle prescrizioni contenute nel decreto legislativo 11 maggio 2005, n. 133, la realizzazione e la gestione di nuovi impianti possono essere autorizzate solo se il relativo processo di combustione garantisca un elevato livello di recupero energetico (4).

5. Le attivita’ di smaltimento in discarica dei rifiuti sono disciplinate secondo le disposizioni del decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36, di attuazione della direttiva 1999/31/CE (5).

6. Lo smaltimento dei rifiuti in fognatura è disciplinato dall’articolo 107, comma 3. (6)

6-bis. Le attivita’ di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantita’ giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all’articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attivita’ di gestione dei rifiuti. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali e’ sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facolta’ di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attivita’ possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumita’ e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10) (7).

[7. Le attività di smaltimento in discarica dei rifiuti sono disciplinate secondo le disposizioni del decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36, di attuazione della direttiva 1999/31/CE.] (8)

[8. È ammesso lo smaltimento della frazione biodegradabile ottenuta da trattamento di separazione fisica della frazione residua dei rifiuti solidi urbani nell’ambito degli impianti di depurazione delle acque reflue previa verifica tecnica degli impianti da parte dell’ente gestore] (9)

(1) Comma modificato dall’articolo 8, comma 1, lettera a), del D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205.

(2) Comma sostituito dall’articolo 8, comma 1, lettera b), del D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205.

(3) Comma inserito dall’articolo 35, comma 11, del D.L. 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla Legge 11 novembre 2014, n. 164.

(4) Comma modificato dall’articolo 4, comma 2, del D.Lgs. 29 giugno 2010, n. 128 e successivamente sostituito dall’articolo 8, comma 1, lettera c), del D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205.

(5) Comma sostituito dall’articolo 8, comma 1, lettera c), del D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205.

(6) Comma abrogato dall’articolo 2, comma 19, del D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4. Successivamente il suddetto comma 19 dell’articolo 2 del D.Lgs. n. 4 del 2008 è stato sostituito dall’ articolo 9-quater, comma 3, del D.L. 6 novembre 2008, n. 172, convertito, con modificazioni, dalla Legge 30 dicembre 2008, n. 210 che, nell’attuale formulazione, non contempla più l’abrogazione del presente comma.

(7) Comma aggiunto dall’articolo 14, comma 8, lettera b), del D.L. 24 giugno 2014, n. 91, convertito con modificazioni dalla Legge 11 agosto 2014, n. 116.

(8) Comma abrogato dall’articolo 8, comma 1, lettera c), del D.Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205.

(9) Comma abrogato dall’articolo 2, comma 19, del D.Lgs. 16 gennaio 2008, n. 4.


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