Diritto e Fisco | Articoli

Il fisco può controllare il conto corrente dei familiari?

20 dicembre 2017


Il fisco può controllare il conto corrente dei familiari?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 dicembre 2017



Conto cointestato o intestato esclusivamente al coniuge o ai parenti più stretti: quando sono possibili gli accertamenti fiscali su bonifici e versamenti.

Il fisco non controlla solo i conti correnti intestati al contribuente ma anche quelli delle persone a lui più vicine come il coniuge e i familiari stretti. Proprio per evitare intestazioni fittizie dei conti, che potrebbero favorire l’evasione, le indagini bancarie possono estendersi anche ad altri soggetti rispetto a quello da accertare. Ma fin dove si può spingere l’Agenzia delle Entrate? È vero che, se un tuo cliente versa una somma sul conto corrente di tuo padre o tua madre, magari perché pensionati e maggiormente al riparo dai controlli, rischi ugualmente? Che succede se crei un conto cointestato insieme ad uno dei genitori o a tua moglie (o tuo marito)? Come scopriremo in questo articolo il fisco può controllare il conto corrente dei familiari ma, in tali ipotesi, i suoi poteri sono più limitati. Vediamo entro che termini.

I controlli sul conto mettono il contribuente con le spalle al muro

Se hai letto il nostro articolo Il fisco controlla i conti correnti, saprai già che le indagini sui conti correnti vengono eseguite attraverso l’incrocio dei dati provenienti dall’Anagrafe dei rapporti finanziari. Sono le stesse banche a fornire all’Agenzia delle Entrate i tuoi dati: dal numero di conti che hai aperto alle cassette di sicurezza, dal saldo contabile a fine anno a tutte le movimentazioni (prelievi e versamenti). Il tuo conto è insomma completamente trasparente. Peraltro qualsisia cosa tu faccia con il tuo conto può essere usato contro di te: questo perché le movimentazioni bancarie costituiscono una presunzione contraria al contribuente che sollevano l’Agenzia delle Entrate dall’onere di dimostrare l’evasione fiscale. Spetta, in altre parole, al contribuente – a seguito di un accertamento per versamenti o bonifici sospetti – difendersi e dimostrare la provenienza dei soldi nonché la relativa giustificazione.

Cos’è l’interposizione fittizia del conto corrente

Proprio per evitare i controlli sul conto – una vera e propria mannaia per il contribuente – alcune persone ricorrono alla cosiddetta interposizione fittizia: in altre parole l’intestazione del conto a un’altra persona che funge però solo da «prestanome». Ma attenzione: se la simulazione dell’intestazione del conto non risulta da nessuna parte, essa si considera frutto di donazione. Quindi sarà bene mettere per iscritto che, nonostante il titolare formale del conto sia il coniuge o il parente, la proprietà resta sempre in testa al cedente. Un accordo del genere è sicuramente valido da un punto di vista civilistico, ma non costituisce un ostacolo per il fisco che, comunque, potrebbe superare la situazione di apparenza e considerare il denaro di titolarità del contribuente accertato. Di fatti, l’Agenzia delle Entrate può sempre, in sede di rettifica o di accertamento, imputare ad un soggetto i redditi di cui altri appaiono titolari se viene dimostrato, anche con presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l’effettivo possessore per interposta persona.

L’interposizione fittizia può avvenire sia intestando la proprietà dell’intero conto corrente a un’altra persona, sia semplicemente cointestandola; in questo secondo caso si presume che la disponibilità del conto appartenga per quote uguali (ossia al 50%) a ciascuno dei titolari. Analizziamo le due ipotesi.

Conto corrente intestato a un familiare: bonifici e versamenti sotto controllo

Dicevamo che uno dei modi per tentare di sfuggire ai controlli del fisco è intestare tutto il proprio conto a un familiare (il coniuge, un genitore, una nonna anziana, ecc.). Tuttavia, questo non è freno per l’Agenzia delle entrate che, comunque, ha il potere di controllare anche le movimentazioni bancarie su conti intestati a soggetti diversi rispetto al contribuente sottoposto a indagine, ma che intrattengono rapporti con quest’ultimo. L’estensione a terzi delle indagini sui conti correnti è legittima solo in presenza di inizi che lascino presumere o ritenere che la movimentazione è riconducibile al contribuente controllato [1].

Prima di fare il controllo sul conto del familiare, il fisco non deve comunicarlo all’effettivo titolare del rapporto bancario.

Abbiamo anche detto che i risultati delle indagini bancarie costituiscono sempre una prova contraria al contribuente che, per confutare i semplici sospetti del fisco, dovrà fornire le prove contrarie. Ebbene, questa regola funziona anche per i controlli sui conti intestati ai familiari, ma – secondo alcuni giudici [2] – a condizione che prima il fisco dimostri l’interposizione fittizia del conto stesso come ad esempio l’assenza di fonti di reddito che giustifichino i versamenti sul conto. Di fronte a un versamento di duemila euro in banca da parte di un pensionato, che riceve un assegno dell’Inps di poco meno di mille euro al mese, siamo di fronte uno di quegli indizi che fanno presumere l’intestazione simulata del conto.

Conto corrente cointestato a un familiare

Anche in questo caso il fisco può dimostrare che la cointestazione è fittizia. Spetta al contribuente dimostrare – solo con documenti – che le movimentazioni contestate dall’Agenzia delle Entrate sono riferite esclusivamente all’altro cointestatario (il coniuge, il genitore, ecc.).

Cosa rischia l’intestatario formale del conto

Peraltro l’intestazione o la coinestazione fittizia di un conto può costituire un pericolo anche per il familiare il quale non disponga di fonti di reddito tali da giustificare la disponibilità di tali somme. Significa che l’Agenzia delle entrate potrebbe tassarlo e sanzionarlo qualora ritenga che egli sia l’effettivo titolare del conto. Con la conseguenza che, in un modo o nell’altro, il denaro che non trova giustificazione nella dichiarazione dei redditi, viene sempre tassato.

note

[1] Circ. GdF 29 dicembre 2008 n. 1

[2] Cass. sent. n. 4836/2015, n. 19216/2007 e n. 17243/2003.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI