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Lo sai che? Augurare morte, disgrazia e sfortuna è reato?

Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2017

Odiare una persona non è reato e neanche augurarle di morire al più presto: ama il prossimo come te stesso è solo un comandamento cristiano e non giuridico.

Hai avuto un diverbio con una persona: questa ti ha fornito un servizio presentando un conto più salato di quello che ti aveva, in precedenza, anticipato verbalmente. Poiché non puoi dimostrare i diversi accordi iniziali, sei stato costretto a pagare. Questo però non ti ha impedito di rinfacciargli il comportamento scorretto e, tra le tante parole che gli hai detto, te ne è sfuggita una di troppo: «Che tu possa spendere i soldi in medicine», gli hai detto e, con gesti scaramantici, gli hai augurato la morte. Lui ha colto la palla al balzo e ti ha minacciato di denunciarti. A suo dire saresti colpevole del reato di minaccia. A tuo avviso, però, non c’è alcun illecito penale: la minaccia è solo quella che può dipendente dalla volontà umana; in questo caso, però, la morte è un evento naturale che nessuna iattura può facilitare. Chi di voi ha ragione? In casi simili si è già espressa, diverse volte, la Cassazione a dimostrazione di quanto superstizioso sia il nostro popolo. La Corte ha cercato di spiegare se augurare morte, disgrazia e sfortuna è reato o meno,

Augurare la morte, così come il fallimento a un’azienda, non è reato di minaccia. Potrà anche essere poco elegante, e sicuramente espressione di scarsa sensibilità, ma certo l’auspicio negativo pronunciato a voce alta non è certo paragonabile a una minaccia. Secondo la Cassazione il malaugurio non è reato [1] sia se pronunciato ai danni di una persona che di un’attività economica. Una cosa è infatti dire «ti ammazzo» o «ti faccio fallire», il che dimostra l’impegno personale e reale (anche solo ipotetico) dell’agente; un’altra è invece dire «tanto fallirai…» oppure «ti auguro di morire a breve». La formula impersonale utilizzata evoca un male futuro, la cui realizzazione non dipende dalla volontà dal presunto colpevole.

Non integra dunque il reato di minaccia augurare sfortuna a qualcuno. In pratica, i cattivi presagi non sono penalmente rilevanti e portare iella non configura alcun reato contemplato dal codice penale.

Non si può parlare di minaccia – scrive a tale proposito la Cassazione – quando il male prospettato non dipende dalla volontà della gente. Le frasi pronunciate durante l’alterco non sono altro che un «auspicio o una previsione» che la vita dell’altro soggetto sia breve, ma non è certo un tacito riferimento all’omicidio.

In un altro caso la Suprema Corte è stata chiamata a dire se la frase «ti restano pochi giorni di vita» sia reato o meno. L’allusione alla morte è reale o solo un auspicio? Anche in questo caso i giudici hanno sposato la tesi contraria all’illecito penale. Ciò perché «l’espressione» utilizzata va «correttamente contestualizzata», soprattutto alla luce delle «qualità personali dei soggetti coinvolti» e della «esistenza tra loro di meri dissapori per ordinarie questioni condominiali». Piuttosto, la frase «Ti restano pochi giorni…» può essere letta come «connotata da capacità iettatoria». Una frase del genere non ha neanche i connotati della diffamazione. Tutto ciò fa cadere ogni accusa penale.

Augurare la morte non può essere reato, dunque. Difatti, per rientrare nel penale, è necessario prospettare un male ingiusto che, quand’anche non proveniente da chi parla, dipenda dalla sua volontà (ad esempio, è il caso di chi conti sull’attività dei propri “scagnozzi”).

In un caso ancora più datato la Cassazione [3] si è trovata a giudicare la valenza penale delle seguenti frasi: «Ogni volta che vedo la tua macchina ripartire per Roma la domenica sera, il giorno dopo compro il giornale, sperando di leggere della tua morte in uno di quegli spaventosi incidenti sull’autostrada che commentano nei telegiornali…» e poi «Ogni anno qualcuno mi fa sapere che la tua salute peggiora molto e sempre di più, tanto che stai lì lì per crepare, però questa bella notizia non arriva mai…».

In primo e secondo grado i giudici hanno ritenuto integrati i delitti di ingiuria e minaccia. Per la Cassazione invece si tratta di semplice odio. E l’odio non è un reato. Se le espressioni pronunciate non hanno contenuto di disprezzo e di lesione dell’altrui onore e decoro – anche tenendo presente l’evoluzione del linguaggio – non si può parlare di reato, né di ingiuria né di minaccia. Ciò perché «augurarsi la morte di un’altra persona è certamente manifestazione di astio, forse di odio» ma è «penalmente irrilevante», poiché «il precetto evangelico di amare il prossimo come sé stessi» non ha «sanzione penale».

note

[1] Cass. sent. n. 54879/17, n. 35763/06.

[2] Cass. sent. n. 15646/2016.

[3] Cass. sent. n. 41190/2014.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 28 novembre – 6 dicembre 2017, n. 54879
Presidente Palla – Relatore Morosini

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Enna, in riforma della sentenza di condanna pronunciata in primo grado, assolveva l’imputato dal reato di minaccia a lui ascritto, perché il fatto non sussiste.
2. Avverso la sentenza ricorre la parte civile, per il tramite del difensore, articolando un solo motivo, con il quale deduce violazione di legge e vizio di motivazione. Secondo il ricorrente la motivazione sarebbe apodittica e avulsa dalle risultanze dibattimentali, non si sarebbe tenuto conto del fatto che sia il teste Lo Gi. sia il teste Ci. avrebbero, concordemente, confermato le minacce rivolte dall’imputato all’indirizzo della persona offesa, in loro presenza, all’esito di un’udienza civile. Il giudice inoltre avrebbe omesso di motivare sulla inattendibilità della persona offesa e dei testi Lo Gi. e Ci., avrebbe inoltre errato Dell’escludere la valenza minatoria delle frasi profferite dall’imputato, senza tenere conto che, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 612 cod. pen., è sufficiente l’ingiustizia del danno, senza necessità che si realizzi l’effettiva intimidazione della vittima.
3. Il ricorso è infondato.
4. Il vizio di motivazione non sussiste.
Diversamente da quanto affermato dal ricorrente, il Tribunale valuta le deposizioni dei testi Lo Gi. e Ci.. Nega efficacia probante alla dichiarazione della prima testimone, che ricordava soltanto un “tono genericamente minaccioso” (pagina 4 della sentenza). Assegna, invece, rilevanza alla seconda.
In sentenza viene riprodotta testualmente la frase che l’imputato avrebbe pronunciato all’indirizzo della persona offesa, nei termini riferiti dal teste Ci.: “la Centroform chiuderà e tu finirai a guardare pecore … ti finirà male, vedrai”.
Al contrario di quanto sostenuto in ricorso, il giudice di merito conferisce particolare attendibilità a questo testimone, dato che l’avvocato Ci. rappresentava la persona offesa nella causa civile, all’esito della quale era scoppiato il diverbio in rassegna.
Ebbene, secondo la valutazione del giudice di merito, tale frase non integra, sotto il profilo oggettivo, il reato di minaccia di cui all’art. 612 cod. pen., poiché la formula impersonale, utilizzata dall’imputato, evoca un male futuro, la cui realizzazione non dipende dalla volontà dell’agente.
La sentenza impugnata tiene conto delle prove richiamate in ricorso, ma giunge a esito opposto rispetto a quello propugnato dal ricorrente.
Le conclusioni, cui perviene il giudice di merito, sono sorrette da una motivazione coerente e lineare. Le critiche svolte dal ricorrente non fanno emergere profili di illogicità, finendo per risolversi in prospettazioni di interpretazioni alternative del materiale probatorio non proponibili in questa sede.
5. Le ulteriori doglianze sono inconferenti rispetto alla ratio decidendi.
La sussistenza del reato è stata esclusa non perché non sia stato accertato uno stato di intimidazione né perché sia stata esclusa la ingiustizia del male, ma perché si è ritenuto che: «le frasi pronunciate fossero niente più che un auspicio o una previsione dell’imputato che l’attività della persona offesa non sarebbe andata a buon fine» (pagina 5 della sentenza impugnata).
Tale valutazione, non criticata dal ricorrente, è corretta alla luce della giurisprudenza della Corte di legittimità, secondo cui non può parlarsi di minaccia quando il male non sia prospettato come dipendente dalla volontà dell’agente (Sez. 5, n. 35763 del 20/09/2006, Ro., in motivazione).
6. Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato e il ricorrente deve essere
condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 3 marzo – 14 aprile 2016, n. 15646
Presidente Palla – Relatore Bruno

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, il Tribunale di Perugia-sezione distaccata di Assisi riformava la sentenza del 9 marzo 2011 del Giudice di pace di Assisi, dichiarando G.F. colpevole dei reato di minaccia in danno di Clemente Lori e, per l’effetto, lo condannava alla pena di € 51 di multa nonché al risarcimento dei danno morale in favore della persona offesa, costituitasi parte civile, liquidato in € 800,00.
2. Avverso l’anzidetta pronuncia il difensore dell’imputato, avv. G.C., ha proposto ricorso per cassazione affidato alle seguenti ragioni di censura.
Con il primo motivo si denuncia vizio di legittimità, in relazione agli artt. 576 ss. per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e mancanza o manifesta illogicità della motivazione. Si deduce, al riguardo, che, a fronte di assoluzione dell’imputato, era stato proposto appello solo dalla parte civile e non anche del pubblico ministero, di talché il giudice di appello non avrebbe potuto emettere statuizione di condanna.
Con il secondo motivo si denuncia vizio di legittimità con riferimento agli artt. 612, 533 e 576 cod. proc. pen. per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e per mancanza e/o manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione. Impregiudicata l’assorbente questione di cui sopra, la pronuncia impugnata era censurabile per erronea valutazione delle risultanze processuali.
Con il terzo motivo si denuncia violazione di legge in relazione all’art. 576 cod. proc. pen. per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e per mancanza o manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alle statuizioni civili. Ad ogni modo, il giudice di merito non avrebbe potuto emettere condanna al risarcimento dei danno in misura determinata, ma avrebbe potuto, al più, emettere condanna generica.
Con il quarto motivo si denuncia violazione di legge in relazione agli artt. 163 ss. cod. proc. pen., in ordine alla mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

Considerato in diritto

1. Sicuramente assorbente – siccome pregiudiziale – è il rilievo dell’insussistenza del fatto in contestazione, sia pure nella sola prospettiva della responsabilità agli effetti civili.
2. Certo, è indubbio che, a fronte di pronuncia assolutoria, il giudice di appello, investito del gravame della sola parte civile ed in mancanza di appello del Pm., non avrebbe potuto affermare la penale responsabilità dell’imputato, irrogando la relativa sanzione penale, ma avrebbe potuto provvedere, ai sensi dell’art. 576 cod. proc. pen., solo agli effetti delle statuizioni civili.
Sennonché, in limine, è dato, ora, rilevare che l’espressione in questione (“ti restano pochi giorni”), correttamente contestualizzata – così come si é fatto da parte del primo giudice – avuto riguardo anche alle qualità personali dei soggetti coinvolti ed all’esistenza tra loro di meri dissapori per ordinarie questioni condominiali, era priva di reale valenza diffamatoria, non potendo neppure escludersi che avesse finalità di mera suggestione, per ovvia possibilità di essere recepita come connotata da capacità iettatoria. Ed invero, un’espressione siffatta (dei tutto equivalente a quella “devi morire’, di cui a Sez. 5, 10.4.2010 De Ceglie, non massimata) se, in astratto, è inidonea a configurare gli estremi della minaccia – alla stregua dei consolidato principio di diritto secondo cui, perché si perfezioni il delitto di minaccia, è necessario che l’agente prospetti un male ingiusto che, quand’anche non proveniente da lui, dipenda dalla sua volontà (tra le tante, Sez. 5, n. 7511 del 17.5.2000, rv. 216536) – può assumere, nel particolare contesto in cui è stata pronunciata od in ragione di peculiari modalità della vicenda o della qualità delle persone coinvolte, il contenuto della minaccia, ove l’evento morte possa, plausibilmente e realisticamente, prospettarsi come riconducibile alla volontà dell’agente.
Il che deve escludersi nel caso di specie, sulla base degli stessi elementi di fatto considerati dalla pronuncia in esame e da quella di primo grado.
2. Per quanto precede, la sentenza impugnata deve essere annullata nei termini di cui in dispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


Cassazione – Sezione quinta penale (up) – sentenza 20 settembre-25 ottobre 2006, n. 35763
Presidente Foscarini – Relatore Marini
Pg Salzano – Ricorrente RozziniOsserva

Il GdP di Genoano, con sentenza 24 marzo 2005, ha condannato Rozzini Alex alla pena di euro 350 di multa quale responsabile di ingiurie e minacce (reati ritenuti in continuazione) rivolte a Ciriello Luana attraverso messaggi sms a mezzo di telefono cellulare; fatti accertati fra il luglio e l’agosto 2003.
L’imputato ricorre per cassazione deducendo: 1) mancanza o manifesta illogicità della motivazione; non solo non risulterebbe accertato il testo dei messaggi sms asseritamene offensivi, ma la stessa riconducibilità della scheda telefonica all’imputato trarrebbe da dichiarazione interessata della effettiva intestataria Feltrami Katiuscia e da dichiarazioni testimoniali non convincenti (M.llo Furnò in punto di riconoscimento della voce dell’imputato chiamato al telefono cellulare indicato dalla persona offesa); 2) inosservanza o erronea applicazione della legge penale quanto al ritenuto reato di minaccia.
Il primo motivo di gravame è manifestamente destituito di ogni fondatezza.
L’impugnata sentenza, invero, ha con tutta evidenza esaustivamente esposto gli elementi di prova a carico dell’imputato, coniugando coerentemente in senso univocamente accusatorio: a) l’interruzione, nel luglio 2003, del rapporto sentimentale fra persona offesa ed imputato; 2) le dichiarazioni accusatorie della persona offesa con riferimento ai messaggi sms ingiuriosi e intimidatori; 3) la disponibilità in capo all’imputato della scheda telefonica utilizzata nell’occorso, così come dichiarato dalla Feltrami.
Ha poi del tutto logicamente ritenuto attendibile la Feltrami, laddove costei ha riferito che fu l’imputato, con il quale ella aveva intrattenuto in precedenza una relazione sentimentale, a chiederle di intestarsi la scheda vodafone, trovando tale dichiarazione puntuale conferma nella circostanza che fu proprio l’imputato a rispondere al corrispondente numero telefonico digitato dal M.llo Furnò in sede di prime indagini; e, d’altra parte, poiché lo stesso M.llo Furnò aveva chiesto al Rozzini di recarsi in caserma per ritirare gli effetti personali e l’interlocutore non si qualificò per persona diversa e non interessata, è incensurabile che il giudice di merito abbia ulteriormente valorizzato il deposto del Pu anche laddove il teste ha dichiarato “sembrargli”, all’apparecchio, la voce dell’imputato.
A fronte di tale motivazione, il ricorso si risolve, quanto al primo motivo, nella pretesa di diverso e più favorevole apprezzamento degli elementi di prova veicolante una lettura riduttiva e domestica della intera vicenda.
Fondato, viceversa, è il secondo motivo di gravame.
La sentenza impugnata, invero, non spende alcuna parola in punto alla valenza intimidatoria delle frasi contestate nel relativo nel capo di imputazione (capo B) e deve dirsi, in effetti, che le stesse, consistendo nelle frasi “ignorante, farai la fine di tuo padre, tanto non va avanti al tuo baretto…, perderai tutto illusa”, non integrano il reato di minaccia; non può parlarsi di minaccia, infatti, quando il male non sia prospettato come dipendente dalla volontà dell’agente, come è nella fattispecie, rappresentando le frasi niente più che un “auspicio” o una “previsione” dell’imputato che l’attività della persona offesa – (la gestione di un “baretto” – non sarebbe andata a buon fine (“perderai tutto, illusa”), così come era avvenuto in altra occasione per il di lei genitore (“farai la fine di tuo padre”).
Consegue che la sentenza deve essere annullata senza invio limitatamente al reato di minaccia contestato al capo b) perché il fatto non sussiste; il relativo aumento di pena per continuazione, pari ad euro 13 di multa, deve essere eliminato (sicché la pena resta determinata in euro 337 di multa) dichiarato inammissibile il ricorso nel resto.

PQM

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato al capo b) (articolo 612 Cp) perché il fatto non sussiste, ed elimina il relativo aumento di pena per continuazione di euro 13 di multa; dichiara inammissibile nel resto il ricorso.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 3 marzo – 14 aprile 2016, n. 15646
Presidente Palla – Relatore Bruno

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, il Tribunale di Perugia-sezione distaccata di Assisi riformava la sentenza del 9 marzo 2011 del Giudice di pace di Assisi, dichiarando G.F. colpevole dei reato di minaccia in danno di Clemente Lori e, per l’effetto, lo condannava alla pena di € 51 di multa nonché al risarcimento dei danno morale in favore della persona offesa, costituitasi parte civile, liquidato in € 800,00.
2. Avverso l’anzidetta pronuncia il difensore dell’imputato, avv. G.C., ha proposto ricorso per cassazione affidato alle seguenti ragioni di censura.
Con il primo motivo si denuncia vizio di legittimità, in relazione agli artt. 576 ss. per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e mancanza o manifesta illogicità della motivazione. Si deduce, al riguardo, che, a fronte di assoluzione dell’imputato, era stato proposto appello solo dalla parte civile e non anche del pubblico ministero, di talché il giudice di appello non avrebbe potuto emettere statuizione di condanna.
Con il secondo motivo si denuncia vizio di legittimità con riferimento agli artt. 612, 533 e 576 cod. proc. pen. per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e per mancanza e/o manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione. Impregiudicata l’assorbente questione di cui sopra, la pronuncia impugnata era censurabile per erronea valutazione delle risultanze processuali.
Con il terzo motivo si denuncia violazione di legge in relazione all’art. 576 cod. proc. pen. per inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e per mancanza o manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alle statuizioni civili. Ad ogni modo, il giudice di merito non avrebbe potuto emettere condanna al risarcimento dei danno in misura determinata, ma avrebbe potuto, al più, emettere condanna generica.
Con il quarto motivo si denuncia violazione di legge in relazione agli artt. 163 ss. cod. proc. pen., in ordine alla mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

Considerato in diritto

1. Sicuramente assorbente – siccome pregiudiziale – è il rilievo dell’insussistenza del fatto in contestazione, sia pure nella sola prospettiva della responsabilità agli effetti civili.
2. Certo, è indubbio che, a fronte di pronuncia assolutoria, il giudice di appello, investito del gravame della sola parte civile ed in mancanza di appello del Pm., non avrebbe potuto affermare la penale responsabilità dell’imputato, irrogando la relativa sanzione penale, ma avrebbe potuto provvedere, ai sensi dell’art. 576 cod. proc. pen., solo agli effetti delle statuizioni civili.
Sennonché, in limine, è dato, ora, rilevare che l’espressione in questione (“ti restano pochi giorni”), correttamente contestualizzata – così come si é fatto da parte del primo giudice – avuto riguardo anche alle qualità personali dei soggetti coinvolti ed all’esistenza tra loro di meri dissapori per ordinarie questioni condominiali, era priva di reale valenza diffamatoria, non potendo neppure escludersi che avesse finalità di mera suggestione, per ovvia possibilità di essere recepita come connotata da capacità iettatoria. Ed invero, un’espressione siffatta (dei tutto equivalente a quella “devi morire’, di cui a Sez. 5, 10.4.2010 De Ceglie, non massimata) se, in astratto, è inidonea a configurare gli estremi della minaccia – alla stregua dei consolidato principio di diritto secondo cui, perché si perfezioni il delitto di minaccia, è necessario che l’agente prospetti un male ingiusto che, quand’anche non proveniente da lui, dipenda dalla sua volontà (tra le tante, Sez. 5, n. 7511 del 17.5.2000, rv. 216536) – può assumere, nel particolare contesto in cui è stata pronunciata od in ragione di peculiari modalità della vicenda o della qualità delle persone coinvolte, il contenuto della minaccia, ove l’evento morte possa, plausibilmente e realisticamente, prospettarsi come riconducibile alla volontà dell’agente.
Il che deve escludersi nel caso di specie, sulla base degli stessi elementi di fatto considerati dalla pronuncia in esame e da quella di primo grado.
2. Per quanto precede, la sentenza impugnata deve essere annullata nei termini di cui in dispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.



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