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Lo sai che? Va mantenuto il figlio se rifiuta il posto nell’azienda del padre?

Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2017

l padre continua a mantenere il figlio che rifiuta di entrare nella sua azienda se il rapporto tra i due è conflittuale anche per il forte divario di età.

I genitori devono mantenere i figli fino a quando non sono autonomi e autosufficienti da un punto di vista economico. Se padre e madre si separano, l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento mensile di importo fisso (e in misura percentuale per le spese straordinarie) spetta solo al genitore che non vive coi ragazzi; anche in questo caso l’obbligo rimane in piedi fino a quando il figlio non è indipendente. Il mantenimento viene meno quando il figlio ottiene un lavoro stabile o quando questi, per propria inerzia, lo rifiuta senza una giustificata ragione. Ma che succede se l’offerta di lavoro viene proprio da uno dei genitori? Immaginiamo che il papà abbia uno studio o un’azienda e, piuttosto che pagare il mantenimento al figlio e farlo campare “gratuitamente”, gli offra di lavorare al suo fianco, in modo da guadagnarsi i soldi che gli dà mensilmente. Il figlio è in trappola: se accetta dovrà rassegnarsi a lavorare; se rifiuta immotivatamente perderà comunque l’assegno di mantenimento. Cosa succede in questi casi? Va mantenuto il figlio se rifiuta il posto nell’azienda del padre? La questione è stata decisa dalla Cassazione con una ordinanza di poche ore fa [1].

Solo se ha un valido motivo, il giovane può rifiutare il posto di lavoro e continuare a percepire l’assegno di mantenimento da parte del genitore. Se il padre offre però al figlio un posto di lavoro questi è tenuto ad accettare salvo che il rapporto tra i due sia conflittuale anche per via del semplice divario di età. In questo caso infatti non c’è colpevole inerzia da parte del giovane nonostante il fallito inserimento nell’azienda paterna. Il difficile rapporto del figlio-dipendente con il padre-titolare dell’azienda E la forte differenza di età tra i due, fa sì che il primo possa legittimamente rifiutare l’assunzione senza perdere il mantenimento del secondo.

In materia di colpevole inerzia del figlio maggiorenne, la cassazione ha detto che il diritto all’assegno di mantenimento non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica o rifiuti ingiustificatamente di cogliere le occasioni per raggiungere la propria indipendenza. Infatti l’inserimento di un figlio ancora studente universitario, di giovane età, in un universo produttivo-aziendale di cui sia titolare lo stesso genitore, con cui sia in conflitto, cessa di essere un’occasione lavorativa e si trasforma più propriamente in una ordinaria fase della dialettica genitore-figlio; non assume quindi significato di ordinario inserimento lavorativo. Sicché esso, come tale, non testimonia né un inserimento stabile nel mondo del lavoro, né un suo problematico approccio ad esso.

note

[1] Cass. ord. n. 30540/17 del 20.12.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 21 novembre – 20 dicembre 2017, n. 30540
Presidente Cristiano – Relatore Genovese

Fatti di causa e ragioni della decisione

La Corte d’appello di Bologna, con la sentenza n. 2216 del 2016 (depositata il 20 maggio 2016), in parziale accoglimento dell’appello incidentale proposto dai sigg. Do. Dall’Argine e La. Mi. jr. (madre e figlio), con reiezione dell’appello proposto da La. Mi., padre del predetto Mi. jr., ha riformato la sentenza del Tribunale di Parma (che ne aveva ridotto l’importo) ed ha disposto che il genitore corrispondesse, per il mantenimento del figlio, la somma originariamente stabilita dal Tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna, con il decreto del 3 luglio 2001.
Secondo la Corte territoriale, per quanto ancora rileva, nel percorso di studi di Mi. jr. (di anni 24) aveva interferito il suo tentativo di inserimento nell’azienda paterna, fallito anche in ragione del significativo deterioramento del rapporto padre-figlio [caratterizzato da un forte divario generazionale (ben 70 anni di differenza di età) ed una certa confusione di ruoli (il padre titolare dell’azienda ed il figlio dipendente)] sicché era insussistente l’affermata colpevole inerzia-dei giovane, idonea a far revocare l’obbligo contributivo.
Il ricorrente assume, di contro, nel contraddittorio con le controparti, la violazione del principio di diritto di recente affermato da questa Corte con la pronuncia n. 1858 del 2016 e la sussistenza della prova della colpevole inerzia del figlio.
Il Collegio condivide la proposta di definizione della controversia notificata alle parti costituite nel presente procedimento, alla quale sono state mosse osservazioni critiche da parte del ricorrente.
Le doglianze proposte, tuttavia, non colgono nel segno in quanto la Corte territoriale ha escluso la sussistenza della colpevole inerzia del figlio, spiegando quel fallito tentativo di inserimento del figlio nell’azienda paterna dello stesso, con il difficile rapporto del figlio-dipendente con il padre – titolare dell’azienda e la forte differenza di età tra i due, sicché le critiche alla motivazione della decisione si risolvono in una inammissibile richiesta di riesame delle risultanze processuali e in una diversa selezione dei fatti e degli elementi rilevanti emersi nel corso della fase di merito (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 2014), che si chiede, impropriamente, a questa Corte di rivalutare, secondo un ragionamento alternativo del tutto non convalidabile.
Né il censurato argomentare dei giudici di merito integra una violazione dei principi di diritto elaborati da questa Corte in materia di colpevole inerzia del figlio maggiorenne, in quanto il caso qui esaminato non è affatto distonico rispetto ai principi affermati in tema di assegno di mantenimento per il figlio (mantenimento che non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore interessato non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica o rifiuti ingiustificatamente di cogliere le occasioni ordinarie per raggiungere la propria indipendenza): infatti, l’inserimento di un figlio ancora studente universitario, di giovane età, in un universo produttivo-aziendale di cui sia titolare lo stesso genitore, che con lui sia in conflitto, cessa di essere un’occasione lavorativa ordinaria e si trasforma, più propriamente, in una fase della dialettica genitore-figlio, non potendo assumere il significato di un ordinario inserimento lavorativo, sicché esso, come tale, non testimonia né di un inserimento stabile nel mondo del lavoro né di un suo problematico approccio ad esso.
Alla infondatezza del ricorso conseguono le sole spese processuali (liquidate come in dispositivo), non anche l’affermazione dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato, trattandosi di controversia attinente alla prole e perciò esente da contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte,
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in complessivi Euro 2.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali forfettarie ed agli accessori di legge.
Dispone che, ai sensi dell’art.52 D.Lgs. n.198 del 2003, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.


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