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Casa donata dai genitori: entra in comunione?

21 dicembre 2017


Casa donata dai genitori: entra in comunione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 dicembre 2017



Sposato in comunione dei beni: l’acquisto della casa dopo il matrimonio, grazie all’aiuto dei genitori, viene diviso a metà tra i coniugi?

Ti sei appena sposata e, dovendo andare a vivere in un appartamento, i tuoi genitori hanno pensato bene di aiutarti pagando quasi tutto il prezzo per l’acquisto della prima casa. In pratica ti hanno fatto una donazione. L’immobile sarà intestato a te, ma siccome sei in comunione dei beni con il tuo marito, ti chiedi se la proprietà andrà divisa con quest’ultimo o resterà tutta tua. Il tuo problema non è attuale; temi solo che un giorno, qualora le cose non dovessero andare bene tra voi e decideste di separarvi e divorziare, tutti i sacrifici fatti da tuo padre per comprarti la casa, possano essere vanificati dalle pretese del coniuge che, magari, potrebbe rivendicare il 50% della proprietà. Sai bene, infatti, che se solo la donazione fosse stata fatta prima del matrimonio non ci sarebbero stati dubbi sulla proprietà che sarebbe stata, in tal caso, al 100% tua. Ma il rogito è avvenuto dopo le nozze e, quindi, ti chiedi se la casa donna dai genitori entra in comunione. Cerchiamo di spiegarlo qui di seguito.

Il codice civile elenca una serie di beni che non entrano mai in comunione [1]. Tra questi spiccano due categorie:

  • i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento;
  • i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, sempre che nell’atto di donazione o nel testamento non sia specificato il contrario ossia che essi vengono donati a entrambi (in tal caso entrano nella comunione). La ragione di tale deroga è piuttosto semplice: per i beni ricevuti per donazione o successione non opera la presunzione che entrambi i coniugi abbiano contribuito in egual misura all’acquisto e quindi non c’è ragione di ritenere che questi debbano spettare per pari quota ad entrambi.

Fra i diritti acquistati gratuitamente può rientrare anche quello di godimento di un bene concesso tramite un comodato.

Tale disciplina vale anche per la donazione indiretta ossia nel caso in cui il genitore dia al figlio i soldi per acquistare la casa e poi sia questi a pagare il venditore.

Il caso più ricorrente è quello del genitore che paga il prezzo di un immobile intestato al figlio. In questo caso, il denaro versato dal padre o dalla madre costituisce il mezzo per acquistare l’immobile. Si parla, a riguardo, di «donazione indiretta» dal genitore al figlio. Pertanto, anche se l’acquisto dell’immobile avviene durante il matrimonio, non rientra nella comunione in quanto si considera acquistato per effetto di donazione. La Cassazione ha detto testuali parole [1]: «Non costituisce oggetto della comunione legale il bene immobile acquistato da uno dei coniugi, durante il matrimonio, con denaro proveniente da un terzo, in quanto in tale ipotesi si configura una donazione indiretta dell’immobile a favore solo ed esclusivamente del destinatario dell’elargizione della somma di danaro».

Non è necessario che il comportamento del genitore assuma particolari formalità essendo sufficiente la dimostrazione del collegamento del negozio di acquisto con l’arricchimento del beneficiario per liberalità.

Poiché siamo in presenza di una donazione indiretta non è necessaria l’espressa dichiarazione del coniuge acquirente che il bene non rientra nella comunione, né la partecipazione del coniuge non acquirente all’atto di acquisto e la sua adesione alla dichiarazione dell’altro coniuge acquirente [3].

Fai attenzione: se tuo marito decidesse di rivolgersi a un giudice, sei tu a dover provare di aver ricevuto la casa in donazione dai tuoi genitori, altrimenti il bene cade in comunione. Ecco perché è sempre bene che il regalo avvenga tramite strumenti tracciabili (né potrebbe essere diversamente atteso che, da 3mila euro in su, i soldi possono passare di mano solo con bonifico o assegni). Su questo aspetto, la Corte di cassazione [4] ha ritenuto insufficiente la dichiarazione rilasciata dal genitore in sede di stipula del rogito, secondo cui il pagamento della casa avveniva con denaro da lui donato alla figlia per consentirle l’acquisto della casa. La dichiarazione non è stata ritenuta valida perché il pagamento era stato fatto prima della stipula del rogito, e l’attestazione del notaio – che riportava la dichiarazione del donante – non è stata una prova sufficiente perché relativa a fatti non avvenuti in sua presenza.

note

[1] Art. 179 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 15778/2000: Nell’ipotesi in cui un soggetto abbia erogato il danaro per l’acquisto di un immobile in capo al proprio figlio, si deve distinguere il caso della donazione diretta del danaro, in cui oggetto della liberalità rimane quest’ultimo, da quello in cui il danaro sia fornito quale mezzo per l’acquisto dell’immobile, che costituisce il fine della donazione. In tale secondo caso, il collegamento tra l’elargizione del danaro paterno e l’acquisto del bene immobile da parte del figlio porta a concludere che si è in presenza di una donazione indiretta dell’immobile stesso e non già del danaro impiegato per il suo acquisto. Ne consegue che, in tale ipotesi, il bene acquisito successivamente al matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale è compreso tra quelli esclusi da detto regime, ai sensi dell’art. 179, lett. b, c.c., senza che sia necessario che il comportamento del donante si articoli in attività tipiche, essendo, invece, sufficiente la dimostrazione del collegamento tra il negozio – mezzo con l’arricchimento di uno dei coniugi per lo spirito di liberalità.

[3] Cass. sent. n. 14197/2013.

[4] Cass. sent. n. 21494/2014: In caso di donazione indiretta di un immobile, per verificare se tale bene rientri o meno nella comunione legale, l’attestazione del notaio, dell’avvenuto pagamento del corrispettivo dell’immobile con denaro donato dal padre alla figlia, non può considerarsi sufficiente, trattandosi di una mera presa d’atto della dichiarazione resa al riguardo delle parti. Ai sensi dell’art. 2700 c.c., l’atto pubblico forma piena prova solo della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha redatto, delle dichiarazioni rese dalle parti o dei fatti che agli attesti avvenuti in sua presenza, ma non è piena prova della veridicità intrinseca delle predette dichiarazioni.

Cassazione civile, sez. I, 10/10/2014, (ud. 08/07/2014, dep.10/10/2014),  n. 21494 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- M.A. convenne in giudizio la moglie P. F., chiedendo accertarsi che un appartamento ed un box auto siti in (OMISSIS), alla strada (OMISSIS), acquistati dalla donna in comunione con il fratello P. M., costituivano, per la quota spettante alla P., oggetto di comunione legale tra i coniugi.

Premesso di essere separato dalla moglie, sostenne che l’acquisto, effettuato con atto per notaio De Martino del 4 febbraio 2003, era stato compiuto in costanza di matrimonio, con la conseguenza che, non avendo egli partecipato alla compravendita e non avendo reso la dichiarazione prescritta dall’art. 179 c.c., comma 2, gl’immobili erano entrati a far parte della comunione legale, ai sensi dell’art. 177 c.c..

1.1. – Con sentenza del 6 novembre 2008, il Tribunale di Bologna rigettò la domanda.

2.- L’impugnazione proposta dal M. è stata rigettata dalla Corte d’Appello di Bologna con sentenza del 13 ottobre 2011.

Premesso, per quanto ancora rileva in questa sede, che dal rogito notarile e-mergeva inequivocabilmente l’avvenuta effettuazione dell’acquisto con denaro fornito dal padre della P., il quale era intervenuto direttamente nell’atto, dichiarando, unitamente alla figlia, che il corrispettivo era stato pagato con denaro ricevuto a titolo di donazione manuale all’espresso fine di procedere all’acquisto dell’appartamento, la Corte ha ritenuto corretta la qualificazione della fattispecie come donazione indiretta, essendo risultata l’esplicita volontà del donante di aiutare la figlia ad acquistare l’immobile in un momento in cui il rapporto coniugale era verosimilmente già in crisi; rilevato infatti che il giudizio di separazione era stato instaurato pochi mesi dopo la compravendita, ha precisato che, a differenza del caso in cui il donante abbia inteso beneficiare il donatario mediante una somma il cui reimpiego sia rimasto estraneo alla sua previsione, la somministrazione di un importo in denaro per l’acquisto di un immobile rende configurabile una donazione indiretta del bene, il quale, anche se acquistato in costanza di matrimonio, resta pertanto escluso dalla comunione legale, ai sensi dell’art. 179 c.c., comma 1, lett. b). A tal fine, ha ritenuto sufficiente la dimostrazione del collegamento tra il negozio-mezzo e l’arricchimento del soggetto onorato per spirito di liberalità, escludendo che il comportamento del donante dovesse articolarsi in attività tipiche, e reputando irrilevante la circostanza che dal rogito notarile risultasse l’avvenuta corresponsione del prezzo in data anteriore alla compravendita; ha aggiunto che per la validità della donazione indiretta non era necessaria la forma pubblica, essendo sufficiente, ai sensi dell’art. 809 c.c., l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per la realizzazione dello scopo di liberalità.

3.- Avverso la predetta sentenza il M. propone ricorso per cassazione, articolato in due motivi. La P. resiste con controricorso, illustrato anche con memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia la violazione o la falsa applicazione degli artt. 177, 179 e 2700 c.c., affermando che ai fini dell’accoglimento della domanda egli era tenuto a fornire soltanto la prova della sussistenza del regime di comunione legale tra i coniugi e dell’avvenuto scioglimento della stessa in epoca successiva alla compravendita, mentre incombeva alla convenuta l’onere di dimostrare che l’acquisto rientrava in una delle ipotesi di esclusione dalla comunione. Sostiene che, nel desumere tale dimostrazione dalle dichiarazioni riportate nel rogito notarile, la Corte di merito non ha considerato che lo stesso faceva piena prova soltanto della dichiarazione resa dalla P. e dal padre, e non anche dell’avvenuta consegna del denaro da parte di quest’ultimo alla figlia, che non aveva avuto luogo alla presenza del notaio, il quale non aveva assistito neppure al versamento del corrispettivo della compravendita.

2.- Con il secondo motivo, il ricorrente deduce l’insufficienza della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, rilevando che la Corte di merito ha omesso di spiegare le ragioni per cui ha ritenuto provata l’avvenuta consegna del denaro a titolo di donazione manuale del padre alla figlia, sulla base delle sole dichiarazioni riportate nel rogito notarile.

3.- I due motivi, da esaminarsi congiuntamente, in quanto riflettenti questioni intimamente connesse, sono fondati.

A fondamento della decisione, la Corte di merito ha richiamato il principio, costantemente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’elargizione di una somma di denaro quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto di un immobile da parte del destinatario, che il disponente intenda in tal modo beneficiare, si configura come una liberalità che, in quanto avente ad oggetto l’immobile e non già la somma di denaro, è qualificabile come donazione indiretta, con la conseguenza che, ove il donatario risulti coniugato in regime di comunione legale, il bene non resta assoggettato al predetto regime, ai sensi dell’art. 179 c.c., comma 1, lett. b), senza che risulti necessario, a tal fine, che l’attività del donante si articoli in attività tipiche, essendo invece sufficiente la dimostrazione del collegamento tra il negozio- mezzo e l’arricchimento del soggetto onorato per spirito di liberalità (cfr. Cass., Sez. 1^, 5 giugno 2013, n. 14197; 14 dicembre 2000, n. 15778; 8 maggio 1998, n. 4680). Ai fini della prova del predetto collegamento, la sentenza impugnata ha ritenuto sufficiente l’intervento del donante alla stipulazione del rogito notarile e la dichiarazione, da lui resa in quella sede, che il pagamento del prezzo era effettuato con denaro da lui somministrato alla figlia a titolo di donazione manuale, per consentirle di procedere all’acquisto dello immobile; la Corte di merito ha reputato invece irrilevante la circostanza, risultante dall’atto, che il prezzo fosse stato pagato anteriormente alla compravendita, osservando che, per la configurabilità della donazione indiretta, occorre che il denaro venga corrisposto dal donante al donatario allo specifico scopo dell’acquisto del bene, o mediante il versamento diretto dell’importo convenuto all’alienante o mediante la previsione della destinazione della somma donata al trasferimento immobiliare.

Il rilievo in tal modo attribuito alla volontà del donante, ai fini dell’esclusione del bene dalla comunione legale, costituisce peraltro il frutto di un evidente travisamento del principio richiamato, nell’ambito del quale l’intento perseguito attraverso l’elargizione, consistente nel beneficiare il destinatario attraverso l’acquisto a del bene anzichè con la mera somministrazione di una somma di denaro, rappresenta soltanto il criterio per l’individuazione dell’oggetto della liberalità, costituito nel primo caso dal bene e nel secondo dall’importo in denaro, e l’elemento di differenziazione tra la fattispecie della donazione indiretta, ricorrente nella prima ipotesi, e quella diretta, configurabile nella seconda. Tale criterio assume rilievo ai fini dell’individuazione della forma necessaria per la realizzazione dello scopo di liberalità, che nel caso della donazione diretta è costituita dall’atto pubblico, richiesto a pena di nullità dall’art. 782 c.c., mentre per la donazione indiretta è quella prescritta per il negozio tipico utilizzato per il conseguimento del predetto scopo, in quanto l’art. 809 c.c., nel dichiarare applicabili le norme che disciplinano la donazione agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769, non richiama anche l’art. 782 (cfr. Cass., Sez. 1^, 5 giugno 2013, n. 14197; Cass., Sez. 2^, 16 marzo 2004, n. 5333; 29 marzo 2001, n. 4623); l’applicazione di tale principio consente pertanto di affermare la validità della donazione indiretta, ancorchè posta in essere in forma diversa dall’atto pubblico, ma non esclude la necessità della relativa prova, che nel caso dell’acquisto effettuato con denaro del donante presuppone la dimostrazione dell’effettiva dazione del relativo importo all’alienante o al donatario.

La sentenza impugnata merita pertanto consenso nella parte in cui ha ritenuto irrilevante, ai fini della validità della donazione, la circostanza che la stessa non fosse stata posta in essere con atto pubblico, mentre non può essere condivisa nella parte in cui ha ritenuto di poter desumere la prova della liberalità dalla mera dichiarazione, resa dalle parti nel rogito notarile, dell’avvenuto pagamento del corrispettivo dell’immobile con denaro fornito dal padre della convenuta: poichè, come ha precisato la stessa Corte di merito, dal medesimo atto risultava che il predetto pagamento non era stato effettuato contestualmente alla stipulazione dell’atto pubblico di compravendita, ma in data precedente, la relativa attestazione del notaio non poteva considerarsi sufficiente, trattandosi di una mera presa d’atto della dichiarazione resa al riguardo dalle parti, in ordine alla quale non risulta che egli avesse effettuato alcun riscontro; ai sensi dell’art. 2700 c.c., infatti, l’atto pubblico forma piena prova soltanto della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha redatto, nonchè delle dichiarazioni rese dalle parti dinanzi a lui o degli altri fatti che egli attesti avvenuti in sua presenza o da lui compiuti, e non anche della veridicità intrinseca delle predette dichiarazioni o della loro rispondenza alle effettive intenzioni delle parti (cfr. Cass., Sez. I, 9 maggio 2013, n. 11012; Cass., Sez. II, 25 maggio 2006, n. 12386;

12 maggio 2000, n. 6090).

4.- La sentenza impugnata va pertanto cassata, con il conseguente rinvio della causa alla Corte d’Appello di Bologna, che provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Bologna, anche per la liquidazione delle spese processuali.

Ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52, dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 8 luglio 2014.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2014


Cassazione civile, sez. I, 14/12/2000,  n. 15778 

CONIUGI (Rapporti patrimoniali tra) – Comunione dei beni – – legale

Intestazione

Fatto

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Messina, con sentenza del 14 maggio 1997, dichiarò il diritto di proprietà di G. R., quale coniuge in regime di comunione legale dei beni, della metà indivisa di un appartamento sito nella via xxxxx di Messina, pal. B e dei locali accessori, acquistati dal marito L. S. in costanza di matrimonio con atto di assegnazione di alloggio di cooperativa del Notar Franceso Vita di Messina in data 10 luglio 1989, regolarmente trascritto presso la Conservatoria dei R.I.

L’impugnazione del S. il quale sosteneva che il corrispettivo della vendita era stato pagato dal padre, N. S., sia con riguardo all’importo complessivo di L. 10.916.666 già versato alla cooperativa al momento dell’atto di compravendita, sia con riguardo alle successive rate di mutuo che egli si era accollato per l’ammontare complessivo di L. 80 milioni, è stata respinta dalla Corte di appello di Messina, la quale con sentenza del 16 febbraio 1999, ha osservato: a) che nel caso non poteva ritenersi realizzata alcuna donazione indiretta, in quanto dall’atto pubblico di assegnazione e trasferimento degli immobili, solo il minor importo di L. 10.916.666 si assumeva corrisposto da N. S. mediante il pagamento delle quote sociali, mentre la restante parte avrebbe dovuto essere pagata mediante l’accollo del mutuo da parte di L. S.; b) che i versamenti effettuati da N. S., tramite assegni circolari, note di addebito ed altro, per un importo complessivo di oltre 24 milioni, pur a favore della cooperativa “Astra”, avevano tutti data anteriore a quella di stipula dell’atto di trasferimento e non potevano, quindi, che riferirsi ad altre operazioni; c) che la prova orale offerta doveva considerarsi inammissibile perché relativa a fatti già provati documentalmente (capo a), ovvero esclusi come per i versamenti del predetto N. S. (capo b), non riconducibili all’acquisto dell’immobile in questione anche perché le rate di mutuo avrebbero dovuto essere dirette alla sezione di credito fondiario del Banco di Sicilia e non alla cooperativa “Astra”.

Per la cassazione di questa sentenza L. S. ha proposto ricorso per due motivi, illustrati anche con memoria; cui resiste la R. con controricorso.

Diritto

Motivi della decisione

Con il primo motivo del ricorso, L. S., denunciando violazione dell’art. 116 cod. proc. civ., censura la sentenza impugnata per aver ritenuto non raggiunta la prova dell’intero pagamento dell’immobile assegnatogli dalla cooperativa, da parte del padre, senza considerare che tale prova era stata da lui fornita mediante la produzione nell’udienza del 6 giugno 1994 davanti al Tribunale di Messina, della quale si dava atto nel relativo verbale, di tutte le ricevute delle rate del mutuo a tal fine contratto, che risultavano interamente versate da N. S. e che i giudici di merito avevano, invece, ignorato del tutto.

Il motivo è fondato.

Il Tribunale di Messina, dopo aver premesso che in dottrina ed in giurisprudenza era tuttora controversa l’interpretazione dell’art. 179 cod. civ. secondo cui fra i beni acquistati successivamente al matrimonio da uno dei coniugi ed esclusi dalla comunione, dovessero comprendersi anche quelli provenienti da donazione indiretta, ha comunque escluso che nel caso un tal negozio fosse configurabile perché al momento della stipula dell’atto 10 luglio 1989 del notar Vita, di assegnazione dell’appartamento al ricorrente, soltanto il minore importo di L. 10.916.666 del corrispettivo dell’assegnazione pattuito complessivamente in L. 80 milioni era stato corrisposto mediante il pagamento delle quote sociali che si assumevano versate da N. S.; mentre il restante prezzo doveva venir corrisposto dal figlio mediante accollo del mutuo in relazione al quale nessun obbligo giuridico aveva assunto il presunto donante.

L’impugnazione di L. S. è stata respinta dalla Corte di appello, che pur non ha mostrato di dubitare della possibilità di ricomprendere la donazione indiretta nella previsione dell’art. 179 lett. b, proprio perché tale donazione non risultava provata dal regolamento negoziale contenuto nell’atto pubblico di trasferimento dell’immobile rogato dal Notar Vita, in quanto: 1) i diversi versamenti effettuati dal S. N. in favore della cooperativa Astra per un ammontare complessivo di L. 17.500.000 non erano collegabili, difettando qualsiasi prova al riguardo, all’acquisto dell’appartamento del figlio: e, comunque, recavano tutti data anteriore a quella dell’atto di assegnazione dell’immobile e di accollo del mutuo da parte del ricorrente; cui non erano, dunque, riferibili; 2) il contratto di vendita ed assegnazione del 1989, dava, invece, atto che quest’ultimo aveva versato alla cooperativa l’importo complessivo di L. 10.916.666, per cui soltanto tale minor prezzo poteva presumersi corrisposto da N. S.; 3) lo stesso atto pubblico, prevedeva, poi che il restante maggior prezzo doveva essere versato dal ricorrente (e non dal padre) mediante accollo della quota di mutuo di pertinenza dell’immobile, acceso dalla cooperativa presso la sezione di credito fondiario del banco di Sicilia: perciò escludendo documentalmente la prospettata donazione indiretta.

Ma, così argomentando, i giudici di appello sono incorsi in una palese contraddizione per avere dapprima ritenuto ammissibile la configurabilità di una donazione indiretta in merito alla provenienza dei beni inclusi dall’art. 179 cod. civ. tra quelli “personali” dei coniugi e non assoggettati al regime di comunione legale, per poi negarla di fatto dato che hanno considerato esclusivamente il regolamento dei rapporti negoziali stabilito nell’atto pubblico del notar Vita del 1989, riguardante soltanto il negozio – mezzo e di cui erano assolutamente pacifiche tra le parti sia la natura di atto di assegnazione e di vendita dell’appartamento al ricorrente, sia la estraneità alla stipula di esso di N. S., nonché di conseguenza, l’assunzione da parte di quest’ultimo di obbligazione alcuna: e così svilendo del tutto lo stesso procedimento negoziale per mezzo del quale si attua lo scopo di liberalità, senza neppure dar conto della (im) possibilità che essa risultasse dagli atti diversi dal contratto di vendita indicati dal ricorrente.

La donazione indiretta (alla quale fa riferimento l’art. 809 cod. civ.), infatti, a differenza del negozio indiretto, che si presenta come un unico negozio volto al conseguimento di un risultato ulteriore, che non è normale o tipico, consiste in un complesso procedimento mediante il quale, per mezzo di atti diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., ciascuno dei quali produce l’effetto diretto ad esso connaturato, per spirito di liberalità viene (in modo indiretto) arricchito un soggetto (Cass. 1257-1994, 4986-1991): essa, cioè, si concreta nell’elargizione di una liberalità attuata, anzicché (*) con il negozio tipico dell’art. 769 citato, mediante un negozio oneroso che produce, in concomitanza con l’effetto diretto che gli è proprio ed in collegamento con altro negozio, l’arricchimento “animo donandi” del destinatario della liberalità medesima (cfr. Cass. 5410-1989 e la fondamentale sez. un. 9282-1992).

Per cui, per negare la ricorrenza di una donazione indiretta nell’ipotesi prevista dall’art. 179 lett. b) c.c. nessun argomento decisivo può trarsi dalla disciplina del contratto di vendita, che rappresenta il negozio – mezzo, produttivo dei suoi effetti normali, rispetto al c.d. negozio – fine: ma diviene decisiva la prova della sussistenza di quest’ultimo posto che la donazione indiretta altro non è che la risultante della combinazione di tali negozi; e quindi, l’esame del giudice di merito deve avere ad oggetto non solo l’acquisto immobiliare, peraltro già provato con la produzione dell’atto pubblico, ma anche e soprattutto le circostanze di fatto attraverso le quali il coniuge ha inteso dimostrare la sussistenza di uno degli elementi della donazione indiretta dell’immobile stesso, da lui ricevuta.

D’altra parte, questa Corte ha ripetutamente affermato che, si deve distinguere l’ipotesi della donazione diretta del denaro, impiegato successivamente dal figlio in un acquisto immobiliare, in cui, ovviamente, oggetto della donazione rimane il denaro stesso, da quella in cui il donante fornisce il denaro quale mezzo per l’acquisto dell’immobile, che costituisce il fine della donazione.

Nel caso infatti in cui il denaro è dato “al precipuo scopo dell’acquisto immobiliare e, quindi, o pagato direttamente all’alienante dal genitore stesso, presente alla stipulazione intercorsa tra acquirente e venditore dell’immobile, o pagato dal figlio dopo averlo ricevuto dal padre in esecuzione del complesso procedimento che il donante ha inteso adottare per ottenere il risultato della liberalità, con o senza la stipulazione in proprio nome di un contratto preliminare con il proprietario dell’immobile”, … il “collegamento tra l’elargizione del denaro paterno e l’acquisto del bene immobile da parte del figlio” porta a concludere che si è in presenza di una donazione (indiretta) dello stesso immobile e non del denaro impiegato per il suo acquisto.

Non è esatto, pertanto, che la donazione indiretta dell’immobile deve necessariamente articolarsi in attività tipiche da parte del donante (pagamento diretto del prezzo all’alienante, presenza alla stipula ed accollo del mutuo, assunzione dell’obbligo di rivalere il figlio di quanto avrebbe pagato), come hanno sostanzialmente ritenuto entrambi i giudici di merito, osservando che il solo ricorrente si era accollato il mutuo contratto dalla cooperativa per il pagamento della maggior parte del prezzo di acquisto dell’immobile, essendo necessario (ma al tempo stesso sufficiente) che venga provato il collegamento tra elargizione del denaro e acquisto e cioè la finalizzazione della dazione del denaro all’acquisto stesso.

Ebbene, proprio questa prova era stata offerta dal ricorrente sia con riguardo ai versamenti compiuti direttamente dal padre alla cooperativa in epoca antecedente all’atto del notar Vita del 1989, che perciò non tendevano affatto a dimostrare la cessione e-o la donazione al figlio della quota societaria già di pertinenza di costui, sia soprattutto, per quel che interessa, con riguardo ai pagamenti da parte del genitore, di tutte indistintamente le rate di mutuo, necessariamente successive all’atto di assegnazione e di accollo, più volte menzionato, che il S. ha nuovamente invocato nell’atto di appello per dimostrare documentalmente la liberalità ricevuta e la cui avvenuta produzione nel citato verbale di udienza del 6 giugno 1994, la controparte non ha mai contestato.

Laddove anche la sentenza impugnata ha ignorato del tutto tale documentazione perché successiva al regolamento patrimoniale del contratto di compravendita e, quindi, considerata non rilevante in conseguenza dell’avvenuto accollo del mutuo in tale atto da parte del solo L. S.: così incorrendo nelle violazioni di legge e nelle carenze motivazionali da quest’ultimo denunciate.

Per porvi rimedio la R. nel controricorso ha riproposto l’assunto che l’istituto della donazione indiretta svoge (*) la sua efficacia nell’area del diritto successorio e non anche in relazione ai beni indicati dall’art. 179 cod. civ., insistendo al riguardo in argomentazioni già disattese dalla giurisprudenza di questa Corte (sent. 5310-1998; 4680-1998; 11327-97; 4231-1997), secondo la quale, invece, il bene acquistato da uno solo dei coniugi in regime di comunione dei beni, con denaro di un terzo, è oggetto di donazione indiretta, e non rientra nella comunione legale; per cui è qui sufficiente riassumerne le considerazioni fondamentali: a) la formulazione letterale della norma che fa riferimento agli “atti di liberalità”, quegli stessi cioè fra i quali l’art. 809 cod. civ. comprende le donazioni diverse da quelle di cui all’art. 769, assoggettandoli sotto diversi profili alla disciplina di queste ultime; b) la precisazione conclusiva della norma che, in mancanza di espressa dichiarazione del donante (al pari di quella del testatore), circa l’attribuzione alla comunione legale il bene, l’inclusione di questo tra quelli personali trova fondamento nel rispetto della volontà dello stesso disponente e nel carattere strettamente personale dell’attribuzione fatta ad uno solo dei coniugi; la quale conferma, sotto il profilo letterale, che l’eccezione prevista nella parte finale della norma si riferisce all'”atto di liberalità”, ossia a concetto più ampio di quello di donazione in senso stretto, onde sarebbe illogico ritenere che all’eccezione sia attribuito un ambito di applicazione più ampio di quello della regola; c) l’insussistenza di precise ragioni, anche d’ordine sistematico, che eventualmente possano giustificare l’esclusione della donazione indiretta (o, meglio, del bene oggetto di essa) dall’ambito della norma medesima: e ciò anche con riguardo al fatto che la fattispecie acquisitiva è regolata dalle norme vigenti per il negozio utilizzato (ossia la vendita): in quanto dall’art. 809 cod. civ. può sicuramente desumersi che per la validità della donazione indiretta non è necessaria la forma dell’atto pubblico, voluta dall’art. 782 c.c. per la donazione, essendo sufficiente l’osservanza di quella richiesta per l’atto da cui la donazione indiretta risulta (tra le altre, Cass. 3499-1999; 1214-1997 e 13630-1992); d) la “ratio” della disciplina della comunione sia quella di rendere comuni i beni alla cui acquisizione entrambi i coniugi abbiano contribuito, onde sarebbe iniquo (e, va precisato, contrario allo stesso principio informatore della comunione legale) ricomprendervi le liberalità a favore di uno solo dei coniugi, trattandosi di acquisti per i quali nessun apporto è stato sicuramente dato dall’altro coniuge.

Conclusivamente il Collegio deve accogliere il primo motivo di ricorso, dichiarare assorbiti gli altri, cassare la sentenza impugnata e rinviare, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Catania che provvederà a nuovo esame dei motivi di impugnazione, adeguandosi ai principi avanti enunciati.

PQM

p.q.m.

La Corte, accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese del giudizio di legittimità alla Corte di appello di Catania.

Così deciso in Roma il 15 giugno 2000.

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