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Voti esami universitari: si possono contestare?

22 dicembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 dicembre 2017



La contestazione dei voti universitari può essere fatta essenzialmente in due modi: attraverso le procedure di reclamo interno e con ricorso al TAR.

Quante volte ed a chi non è capitato di voler contestare un voto ricevuto all’esito di un esame universitario?

Sia che si tratti di esame scritto o orale, può capitare di subire delle ingiustizie nella valutazione, al verificarsi delle quali, quindi, nasce il dubbio se sia possibile contestare il voto e, addirittura, se sia o meno opportuno farlo.

Innanzitutto si tratta di capire quali sono i vizi che possono legittimare una contestazione del voto e, sotto tale profilo, può essere opportuno distinguere a seconda che l’esame sia scritto o orale.

Tanto nell’uno quanto nell’altro caso, tuttavia, la possibilità di contestare un esame universitario si scontra con la discrezionalità nella valutazione delle prove riconosciuta ai commissari d’esame, vale a dire con la libertà dei commissari di individuare il modo migliore per operare la valutazione.

Nel caso di un esame orale, specifiche ragioni di contestazione possono essere rappresentate dal fatto che i candidati vengano posti particolarmente sotto pressione dall’esaminatore, oppure dalla circostanza che quest’ultimo incalzi lo studente, non concedendogli il tempo sufficiente per pensare alla domanda e per organizzare una risposta completa.

Altro motivo di contestazione può essere il troppo poco tempo dedicato all’interrogazione e, dunque, la decisione di concludere l’esame, assegnando il relativo voto, senza aver concesso al candidato un ragionevole tempo.

Sotto questo profilo, costituisce un principio radicato quello secondo cui, ferma restando la discrezionalità dell’esaminatore nel decidere quanto tempo dedicare ad un esame orale, deve tuttavia essere garantito all’esaminato un tempo sufficiente per poter dimostrare la propria preparazione e, d’altro canto, è necessario un tempo ragionevole affinchè l’esaminatore possa convincersi della propria valutazione.

Per quanto riguarda, invece, il caso di un esame scritto, le ragioni di contestazione possono andare dalla formulazione di domande non previste dal programma, alla decisione di far terminare l’esame prima del tempo concesso, fino alla vera e propria erronea correzione fatta dai commissari.

Un profilo particolarmente interessante per quanto riguarda la valutazione degli esami scritti è se il semplice voto numerico sia di per sé sufficiente a giustificare il voto o se, invece, è necessaria sempre una valutazione estesa da parte della commissione esaminatrice.

La questione si ricollega al così detto dovere di motivazione [1] dei propri atti, che incombe su qualsiasi amministrazione pubblica e, dunque, anche sulle Università.

Questo problema è risolto dalla giurisprudenza nel senso di riconoscere come sufficiente la semplice valutazione numerica, che è infatti considerata di per sé sufficiente a rendere noto il convincimento della commissione in ordine all’esame sottopostole [2].

Illustrati i motivi che possono portare alla necessità di contestare il voto ad un esame universitario, vediamo quali sono le possibili vie per farlo.

Innanzitutto c’è la possibilità del cosiddetto rimedio interno, vale a dire la possibilità di contestare la valutazione dell’esame davanti alla commissione esaminatrice stessa, al Direttore del Dipartimento ed infine al Rettore dell’Università.

Questa è sicuramente la via più semplice, economica e veloce, dal momento che consente di portare la vicenda direttamente ed immediatamente all’attenzione dei superiori gerarchici all’interno dell’Università. A tal proposito, molte Università, nei loro regolamenti di Ateneo, disciplinano questa tipologia di reclami.

La seconda strada è rappresentata invece dal ricorso al TAR. Si tratta cioè della possibilità di agire entro 60 giorni davanti ad un giudice (appunto, il Tribunale amministrativo regionale) per ottenere una pronuncia che accerti l’illegittimità del voto. È un rimedio sicuramente più costoso, lungo e dall’esito incerto.

note

[1] Articolo 3 legge 241/1990.

[2] Per esempio vedi sentenza del Consiglio di Stato, VI, 10/07/2017, n. 3373.

Autore dell’immagine: Pixabay

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