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Istigazione al suicidio: è reato?

26 dicembre 2017


Istigazione al suicidio: è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 dicembre 2017



Senza lesioni gravi non ci può essere reato anche se è chiaro il messaggio che incita il suicidio.   

«Ucciditi e dimostrami che sei in grado di farlo!». Un messaggio che parte da un’email e arriva ad un’altra squarciando il web e lasciando dietro di sé scie di sangue. Di perversioni, deviazioni e crimini internet è pieno. I peggiori sono  quelli ai danni dei minori, perché più vulnerabili e meno pronti alle reazioni di difesa. Sono proprio i minori i principali obbiettivi di alcuni pseudo-giochi come Blue Whale, la “Balena blu”, di recente saltata all’attenzione dei media per la sua atrocità. Si tratta di un percorso che gli iniziati devono seguire per dimostrare le proprie capacità, un percorso fatto di autolesionismo dove l’ultimo gradino è costituito proprio dal suicidio. Ma l’istigazione al suicidio colpisce anche gli adulti. Non sono pochi le sette religiose che inneggiano alla morte collettiva (guarda caso, però, con l’accortezza di farsi intestare, prima del decesso, beni e conti correnti). Ma che valenza giuridica può avere un semplice messaggio, se non accolto dal destinatario, che invita al suicidio? La semplice istigazione al suicidio è reato? Di tanto si è occupata una recente sentena della Cassazione che ha fornito un importantissimo chiarimento [1]. Vediamo cosa hanno detto i giudici e quando l’intivo a procurarsi da soli la morte può essere considerato un illecito penale.

Forse quello che ti sto per dire potrebbe lasciarti, in un primo momento, senza parole e interdetto, ma non sempre l’istigazione al suicidio è reato. Perché scatti il penale è necessario che l’invito venga accolto ed eseguito (procurando la morte della vittima) o, se non eseguito, abbia determinato lesioni gravi. Invece, nel caso in cui l’istigazione non viene eseguita (ti dico «Ucciditi» e tu non lo fai) oppure il tentativo di suicidio, fallito, produce solo lesioni lievi (ti dico «Tagliati le vene» e tu ti procuri solo un lieve taglio superficiale senza pericolo per la tua salute).

Il codice penale [2] prevede il reato di istigazione o aiuto al suicidio. La norma recita nel seguente modo:

«Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima.

Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente.

Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio».

Il caso deciso dalla Cassazione ha proprio ad oggetto uno dei giovani coinvolti nello scandalo Blue Whale. Un uomo intratteneva rapporti virtuali con una minore nell’ambito della partecipazione di un gioco, diventato tristemente famoso sul web, il “blue whale challenge”. Tra i messaggi, spiccava uno in particolare che così recitava: «Manda audio in cui dici che sei mia schiava e della vita non ti importa niente e me la consegni». La ragazza però non si suicidava. L’imputato è stato quindi assolto dal reato di istigazione al suicidio.

Come è chiaramente comprensibile dalla lettura della norma del codice penale, due sono i casi (e le diverse punizioni) che scattano nel caso di istigazione al suicidio:

  • se il suicidio avviene: scatta la reclusione da cinque a dodici anni;
  • se il suicidio non avviene, ma dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima: scatta la reclusione da uno a cinque anni.

Il codice penale, dunque, punisce «l’istigazione al suicidio a condizione che la stessa venga accolta e il suicidio si verifichi o quantomeno il suicida, fallendo nel suo intento, si procuri una lesione grave o gravissima». Il semplice messaggio contentene una  istigazione al suicidio non è reato; stesso discorso per l’istigazione accolta cui non consegue la realizzazione di alcun tentativo di suicidio e addirittura di quella seguita dall’esecuzione da parte della vittima del proposito suicida da cui derivino, però, solo delle lesioni lievi o lievissime.

Il collegio ritiene che «la soglia di rilevanza penale individuata dalla legge in corrispondenza della consumazione dell’evento meno grave impone quindi di escludere la punibilità del tentativo, dato che, per l’appunto, non è punibile neppure il più grave fatto dell’istigazione seguita da suicidio mancato da cui deriva una lesione lieve o lievissima.

In sintesi l’istazione al suicidio è reato solo se il suicidio viene posto in essere o se viene tentato soltato e da esso derivano lesioni gravi o gravissime. Se invece l’invito non viene preso in considerazione, o viene preso in considerazione ma poi la vittima desiste all’ultimo minuto o se ancora la vittima tenta il suicidio ma poi fallisce e subisce solo delle lesioni lievi non c’è alcun reato.

note

[1] Cass. sent. n. 57503/17 del 22.12.2017.

[2] Art. 580 cod. pen.

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