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Lo sai che? Scherzi pesanti e prese in giro: si può denunciare?

Lo sai che? Pubblicato il 27 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 dicembre 2017

Stalking, molestie, ingiuria e diffamazione: la persecuzione di uno scherzo ripetuto può dar luogo, in alcuni casi, a responsabilità penale.

Un tuo amico (forse sarebbe più giusto chiamarlo “ex” amico) ti ha preso di mira. Ha iniziato a farti numerosi scherzi, nelle riunioni con gli amici ti prende sempre in giro e, nonostante tu abbia manifestato di non gradire questa goliardia, fa sempre battute su di te. Gli altri ridono, ma a te non piace essere lo zimbello del gruppo. Il suo comportamento è così ossessivo e perseverante da farti credere che il suo scopo sia proprio quello di screditarti agli occhi di tutti per vendicarsi di qualcosa. Non hai però intenzione di investigare troppo o di chiarire con lui; l’hai presa sul personale e ora hai deciso di procurarti le prove per trascinarlo in tribunale o denunciarlo. Ma si può denunciare per scherzi pesanti e prese in giro? È quello che chiariremo qui di seguito.

Esiste, come ben sai, il reato di stalking che può configurarsi in caso di comportamenti persecutori ripetuti nel tempo, anche se ciascuno di essi, singolarmente preso, non costituisce reato. Ad esempio, uno scherzo telefonico non è reato, ma se reiterato può costituire molestia o, nei casi più gravi, stalking. Pedinare una persona non è reato se ciò non procura uno stato d’ansia, ma se ripetuto tutti i giorni lo diventa. Lo stalking è dunque un insieme di comportamenti persecutori ripetuti e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie, telefonate o attenzioni indesiderate. Lo stalking quindi potrebbe verificarsi anche in presenza di scherzi pesanti e prese in giro.

In verità la legge non definisce lo stalking richiedendo un comportamento specifico, ma sulla base delle conseguenze che esso genera sulla vittima. In particolare è stalking tutto ciò che è in grado di:

  • determinare un continuo e grave stato di ansia o di paura;
  • oppure generare un serio timore per l’incolumità propria, di un familiare, di un partner o di un convivente;
  • oppure costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita (ad esempio cambiare strada, cancellarsi da Facebook o non frequentare un gruppo di amici).

Lo stalking, in definitiva, scatta quando gli scherzi – che devono essere pesanti e ripetuti nel tempo – generano ansia, paura, timore o fanno cambiare le abitudini di vita nella vittima.

Se però non ricorrono i presupposti dello stalking, si possono comunque realizzare altri reati come, ad esempio, le molestie, la diffamazione o l’ingiuria. Vediamo quando.

A differenza dello stalking, la molestia non richiede una condotta reiterata nel tempo e ben potrebbe consumarsi in una sola occasione, come ad esempio in un pomeriggio nel quale sono state fatte numerose chiamate da un’utenza anonima o in una notte in cui, per scherzo, è stato più volte suonato il citofono della vittima. La molestia consiste infatti in una condotta invasiva dalla quale non ci si può sottrarre.

Secondo una sentenza recente della Cassazione [1], le ripetute “bussate” al citofono integrano il reato di molestie. Secondo la Corte, va condannato chi interferisce sgradevolmente nella sfera privata altrui; il che vale anche se l’episodio è circoscritto a una volta soltanto. Insomma, basta una sola occasione per poter subire un processo penale ed essere condannati. Secondo i giudici, infatti, costituisce molestia [2] anche una sola incursione alle sei del mattino o in piena notte. Tale reato non deve essere necessariamente abituale, ma ben può essere realizzato con un’unica condotta che si connoti come atto petulante di disturbo dettato da fini biasimevoli, come può essere uno scherzo (la cosiddetta “zeppa” al citofono), o un ex compagno ossessionato “d’amore”, o ancora un molestatore animato da intenti vendicativi o di dispetto.

La Cassazione però precisa: perché scatti il reato, quella singola azione deve essere particolarmente sintomatica, ossia tale da creare disturbo effettivo. Insomma, l’atto di molestia dev’essere ispirato da un motivo biasimevole o deve essere petulante. Si deve, cioè, trattare di un modo di agire pressante e indiscreto, tale da interferire sgradevolmente nella sfera privata di altri.

Anche suonare ripetutamente il campanello può integrare il reato di molestia e disturbo delle persone. A confermarlo è, anche in questo caso, una sentenza della Cassazione [3].

Parlare male di una persona in sua presenza ed in modo pesante, offendendola, può trasbordare nell’ingiuria che, se anche dall’anno scorso non è più reato, è un illecito civile punito con una sanzione che arriva fino a 12mila euro oltre al risarcimento del danno. Per procurarti la prova della frase offensiva puoi usare il registratore del tuo smartphone.

Se poi l’offesa viene proferita in tua assenza scatta il più grave reato di diffamazione e, in tal caso, potrai procedere con la querela.

Che succede, infine, in caso di scherzi telefonici? Se la vittima è un cardiopatico si rischia di grosso. Infatti, in caso di infarto si potrebbe essere processati per omicidio colposo o per lesioni gravi. Per valutare se c’è responsabilità per l’infarto provocato dallo scherzo, bisogna comunque verificare la natura dello scherzo (se leggero o pesante) e la conoscibilità delle condizioni psicofisiche della vittima. Se infatti il colpevole non era né poteva essere a conoscenza delle condizioni di salute della vittima non può rispondere di una conseguenza non preventivatile.

Di recente la Cassazione [4] ha condannato per omicidio colposo un giovane che aveva tirato, dal secondo piano, un gavettone di acqua a un vicino di casa, che sapeva essere anziano: l’uomo, immediatamente dopo, è morto. La Corte ha correttamente ritenuto la prevedibilità in concreto della condotta avuto riguardo alla sua portata lesiva e allo spavento che ne sarebbe derivato, al rapporto di conoscenza pluriennale con l’imputato che era in grado di apprezzare o stato di declino fisico, all’età avanzata della vittima.

note

[1] Cass. sent. n. 9780 del 28.02.2014.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 26336/2017 del 25.05.2017.

[4] Cass. sent. n. 47979/16 del 14.11.2016.


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