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Lavoro nero: ho diritto ad una buonuscita?

1 gennaio 2018


Lavoro nero: ho diritto ad una buonuscita?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 gennaio 2018



Come ottenere il Tfr, Trattamento di fine rapporto, nel caso di contratto di lavoro non regolarizzato al centro per l’impiego e senza assunzione formale.

Hai lavorato per più di un anno a nero per un’azienda. Il capo non ti ha mai voluto regolarizzare e, anche se hai prestato servizio tutti i giorni, svolgendo le mansioni di tutti gli altri dipendenti, la tua assunzione non è mai stata dichiarata al centro per l’impiego. Ogni mese sei stato pagato in contanti: poche centinaia di euro consegnate a mano, dietro firma di una semplice ricevuta su un foglio di carta semplice. Nessun cedolino, nessuna busta paga, nessun’altra formalità. Ora però i rapporti con il datore di lavoro si sono incrinati e, per diverse ragioni, hai deciso di lasciare; i pagamenti dello stipendio, peraltro, non sono più puntuali come un tempo e c’è anche il rischio che l’azienda chiuda. I tuoi colleghi che, prima di te, hanno rassegnato le dimissioni hanno ottenuto il cosiddetto Tfr (trattamento di fine rapporto), ossia la buona uscita. Ma loro, a differenza di te, erano regolarmente assunti. Così ti chiedi quali somme ti spettino vista la situazione di irregolarità in cui hai lavorato per tutti questi mesi e se un giudice mai dovesse darti ragione se decidessi di fare causa all’azienda. In altre parole, il quesito che ti stai ponendo è questo: in caso di lavoro in nero ho diritto a una buonuscita? In questo articolo ti spiegheremo cosa ti spetta in questi casi e come fare per ottenerlo.

Prima di spiegare se il lavoratore in nero ha diritto al Tfr, dobbiamo chiarire alcuni aspetti fondamentali. La legge non impone la forma scritta al contratto di lavoro: esso pertanto (salvo ipotesi particolari come nel caso di «patto di prova») può essere instaurato anche oralmente o con comportamenti concludenti (l’avvio al lavoro). Ciò nonostante l’assunzione va comunque dichiarata al Centro per l’impiego. In assenza di tale comunicazione si parla di «lavoro in nero». Il lavoro in nero quindi è solo un rapporto che non è stato regolarizzato dal punto di vista amministrativo mentre, sul piano civilistico – ossia dal punto di vista dei diritti e doveri tra le parti – è pienamente valido ed efficace e nulla cambia rispetto al normale contratto di lavoro. Insomma, la mancata comunicazione dell’assunzione al centro per l’impiego non determina la nullità del rapporto né pregiudica al dipendente l’acquisizione dei normali diritti che altrimenti gli sarebbero spettati in caso di contratto regolare.

Questo significa che, in caso di lavoro in nero, le uniche conseguenze che derivano dalla legge sono le sanzioni amministrative per l’azienda, mentre il dipendente non subisce alcuna penalizzazione, né perde i suoi tipici diritti di dipendente: sia quelli sul piano retributivo (stipendio e minimi  sindacali) che sul piano personale (diritto alle ferie, permessi retribuiti, tutela della sicurezza, ecc.), sia quelli sul piano giudiziario (possibilità di impugnare il licenziamento) che assistenziale (indennità di disoccupazione, malattia professionale, infortunio sul lavoro, ecc.).

Detto ciò, è facile rispondere alla prima domanda: in caso di lavoro in nero si ha diritto alla buonuscita ossia al Tfr. Il punto però è che, verosimilmente, il datore di lavoro tenterà di non riconoscere al dipendente questo suo diritto (è anche questa una delle ragioni per cui non viene regolarizzato il rapporto di lavoro: negare al dipendente i trattamenti retributivi minimi che gli sono riconosciuti per legge). Come deve fare, allora, il lavoratore in nero per ottenere il trattamento di fine rapporto?

La prima cosa da fare per vedersi riconosciuta la buonuscita pur in presenza di un rapporto di lavoro irregolare è rivolgersi al giudice affinché accerti, in un’unica causa, il rapporto di lavoro e condanni il datore al pagamento delle (eventuali) differenze retributive e del Tfr. In pratica il dipendente dovrà, assistito da un avvocato, presentare un ricorso al tribunale ordinario (sezione lavoro) e dimostrare, nel corso del giudizio, di aver svolto attività di lavoro dipendente da una data a un’altra. Lo potrà fare anche attraverso testimoni che dichiarino di averlo visto svolgere le mansioni tipiche del dipendente, sotto il “comando” del datore. All’esito del giudizio, il giudice ricostruisce la “storia lavorativa” del dipendente e, di conseguenza, condannerà il datore di lavoro al pagamento delle spettanze mai corrisposte.

Non solo: se il licenziamento è avvenuto senza giusta causa o un giustificato motivo, condannerà il datore di lavoro al risarcimento del danno.

L’avvio del giudizio per l’accertamento del rapporto di lavoro è propedeutico anche a ottenere il Tfr dall’Inps nel caso in cui l’azienda fallisca. Difatti, qualora il datore dimostri di essere in crisi irreversibile di liquidità, è probabile che qualche creditore agisca nei suoi confronti e presenti, in tribunale, un’istanza di fallimento. In tal caso, i dipendenti che risultano iscritti nei libri aziendali ottengono dal Fondo di Garanzia dell’Inps sia il Trattamento di fine rapporto che le ultime tre mensilità. Tali diritti spettano anche ai lavoratori in nero a condizione però – anche in questo caso – che il giudice accerti preliminarmente l’effettivo svolgimento delle mansioni di lavoro.

Ecco perché, tutte le volte in cui c’è un rapporto di lavoro in nero è sempre meglio agire immediatamente davanti al tribunale per farsi riconoscere l’esistenza di un impiego e, quindi, tutti i diritti riconosciuti dalla legge.


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