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Lo sai che? Promessa di assunzione non mantenuta: che posso fare?

Lo sai che? Pubblicato il 1 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 gennaio 2018

Se un’azienda ti promette un posto di lavoro e poi si tira indietro, cosa puoi fare per tutelarti e per farle rispettare la parola data?

Un’azienda ti ha chiamato per un colloquio di lavoro. All’esito, il capo del personale ti ha fatto ben sperare: ti ha detto che, nella loro realtà, c’è bisogno di gente come te, con il tuo profilo professionale, la tua voglia di lavorare e le tue motivazioni. Insomma, a sentire le sue parole il posto è già tuo. A rafforzare la tua convinzione è subentrato anche l’invito a recarti presso i loro uffici per vedere come funziona l’attività. In quella stessa occasione ti è stato chiesto di fare una prova per un paio di giorni e, di buon grado, ti sei messo a disposizione, occupando una scrivania e supportando un tuo futuro collega. Avendo ritenuto scontato l’imminente firma del contratto di lavoro non ti sei messo a sottilizzare sul periodo di «prova», per quanto irregolare dal punto di vista normativo (il patto di prova infatti deve avvenire sempre in forma scritta). Così, felice, hai atteso nei giorni successivi la “chiamata” ufficiale, non presentandoti peraltro agli altri colloqui di lavoro che, nel frattempo, avevi in programma. Senonché l’azienda non si è fatta più viva e, alle tue telefonate, il capo del personale si è negato. Il ripensamento è ormai ufficiale! Demoralizzato e, speranzoso di poter ottenere quantomeno un risarcimento per questo comportamento, ti sei chiesto «che posso fare in caso di promessa di assunzione non mantenuta?». La risposta alla tua più che legittima domanda è contenuta nel codice civile e in alcune sentenze della Cassazione. Vediamo dunque quali tutele riconosce la legge a chi, pur non essendo ancora assunto, ha ricevuto una promessa di un posto di lavoro a seguito della quale l’azienda si è poi tirata indietro. Come far rispettare la parola data?

Il codice [1] stabilisce che, in tutti i contratti, ivi compresi quindi anche quelli di lavoro, le parti, all’atto delle trattative preliminari e nella formazione del contratto stesso, devono comportarsi secondo correttezza e buona fede. Ciascuna di esse deve tutelare quindi l’interesse dell’altro contraente a non essere coinvolto in trattative inutili che potrebbero fargli perdere solo tempo e altre occasioni più serie. La violazione di tale obbligo configura quella che, in gergo tecnico, si chiama «responsabilità precontrattuale», una responsabilità che scatta nonostante non sia mai stato firmato ancora alcun contratto.

Tale responsabilità scatta solo a condizione che le trattative tra le parti giungano ad uno stadio avanzato, tale cioè da far confidare all’altro contraente la conclusione del contratto. Quindi, non basta una semplice e generica promessa, subordinata però a valutazioni ancora da fare o ad accordi ancora da definire, ma è necessario far credere ragionevolmente, e sperare, che il contratto verrà stipulato. In tale ipotesi se una delle parti, senza giusto motivo, interrompe le trattative eludendo le ragionevoli aspettative dell’altra (che è stata indotta a sostenere spese o a rinunciare ad occasioni più favorevoli), quest’ultima ha diritto ad un risarcimento del danno.

Per ottenere il risarcimento è necessario però dimostrare il pregiudizio: la prova delle occasioni perse e dei danni emergenti spetta al dipendente che non è stato assunto nonostante le rassicurazioni. Per quanto riguarda invece la quantificazione e l’entità di tale risarcimento, in assenza di una prova certa, questa potrà avvenire in base a quanto appare equo e giusto al giudice [2] .

A questo punto è necessario fare alcune precisazioni. Capita spesso che il datore di lavoro, prima della conclusione vera e propria del contratto di lavoro, rilasci al lavoratore una lettera di impegno all’assunzione, una sorta di contratto preliminare. In caso di mancato rispetto, da parte del datore di lavoro, della promessa di assumere il lavoratore, quest’ultimo può ricorrere al giudice e chiedere una delle due soluzioni:

  1. l’assunzione forzata (a condizione che la lettera d’impegno contenga tutti gli elementi essenziali del contratto di lavoro);
  2. oppure il diritto al risarcimento del danno [3].

note

 

[1] Art. 1337 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 24742/2015; n. 1051/2012; n. 15040/2004: «La responsabilità precontrattuale per violazione dell’art. 1337 cod. civ., che costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale, la quale si collega alla violazione della regola di condotta stabilita a tutela del corretto svolgimento dell'”iter” formativo del contratto, presuppone che tra le parti siano intercorse trattative per la conclusione di un contratto giunte ad uno stadio tale da giustificare oggettivamente l’affidamento nella conclusione del contratto, inoltre che una delle parti abbia interrotto le trattative così eludendo le ragionevoli aspettative dell’altra, la quale, avendo confidato nella conclusione finale del contratto, sia stata indotta a sostenere spese o a rinunciare ad occasioni più favorevoli, e infine che il comportamento della parte inadempiente sia stato determinato, se non da malafede, almeno da colpa, e non sia quindi assistito da un giusto motivo.» Ed ancora «La responsabilità precontrattuale derivante dalla violazione della regola di condotta posta dall’art. 1337 cod. civ. a tutela del corretto dipanarsi dell’iter formativo del negozio costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale, cui vanno applicate le relative regole in tema di distribuzione dell’onere della prova. Ne consegue che, qualora gli estremi del comportamento illecito siano integrati (come nella specie) dal recesso ingiustificato di una parte (in un contesto connotato dall’affidamento dell’altra parte nella conclusione del contratto), grava non su chi recede la prova che il proprio comportamento corrisponde ai canoni di buona fede e correttezza, ma incombe, viceversa, sull’altra parte l’onere di dimostrare che il recesso esula dai limiti della buona fede e correttezza postulati dalla norma “de qua”». Pertanto «Non è legittimamente configurabile un’ipotesi di responsabilità precontrattuale tutte le volte in cui la rottura delle trattative e la mancata conclusione del contratto siano state in anticipo programmate, e costituiscano, pertanto, l’esercizio di una facoltà legittima da parte del recedente».

[3] Cass. sent. n. 8889/2003.

Cass. 4 dicembre 2015 n. 24742

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Genova, con sentenza resa pubblica il 29/6/10, in riforma della pronuncia di primo grado, respingeva la domanda proposta da V.R. nei confronti della Lidl Italia s.r.l.

intesa a conseguire il risarcimento del danno derivante dall’inadempimento dell’obbligo retributivo per il periodo di due anni, inerente al contratto di lavoro part-time concluso in forma orale fra le parti in data 2/11/05.

A fondamento del decisum la Corte distrettuale osservava che i dati istruttori di natura testimoniale erano di segno decisamente non univoco quanto alla conclusione di un accordo negoziale inter partes, rimarcando l’anomalia, sotto il profilo logico, della prospettata assunzione di un lavoratore peraltro occupato altrove – avvenuta in forma orale, senza specificazione dell’inquadramento e collocazione temporale della prestazione a tempo parziale. In tale prospettiva, la Corte argomentava che l’incertezza delineata sul piano probatorio imponeva che la vertenza rinvenisse soluzione nel principio dell’onere della prova, gravante su parte attrice a norma dell’art. 2697 c.c. e che neanche poteva pervenirsi all’accoglimento della domanda risarcitoria spiegata dalla ricorrente in via di subordine, in ragione della invocata responsabilità precontrattuale della società, giacchè non risultava in alcun modo provato nell’ari, il c.d. interesse contrattuale negativo.

Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione V. R. sostenuto da due motivi.

Resiste con controricorso la Lidl Italia s.p.a. Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., degli artt. 1325, 1326, 2094 e 2697 c.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè carenza di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si stigmatizza l’impugnata sentenza per aver omesso di valutare specifiche emergenze istruttorie di natura testimoniale, così come taluni dati documentali decisivi al fine della soluzione delle delibate questioni.

Il motivo è privo di pregio.

1.2 Non va sottaciuto, invero, che, sotto il profilo della violazione di legge, la ricorrente tende a pervenire inammissibilmente, ad una rinnovata considerazione, nel merito, della valutazione dei fatti di causa elaborata dai giudici del gravame.

Va in proposito considerato che, in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (vedi Cass. 16 luglio 2010 n. 16698, cui adde Cass. 18 novembre 2011 n. 24253). Nella specie ricorre proprio siffatta ultima ipotesi in quanto la violazione di legge viene dedotta mediante la contestazione della valutazione delle risultanze di causa la cui censura è ammissibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, ma non sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di legge.

1.3 E, sempre sulla medesima linea interpretativa, va rimarcato, quanto al vizio di motivazione – denunciato con riferimento all’omessa considerazione di rilevanti elementi di natura istruttoria, ed alla sinteticità delle espressioni usate dalla Corte di merito che non consentirebbe di ripercorrerne l’iter logico – come la giurisprudenza di questa Corte sia costante nel ritenere che “la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5e, quanto a quest’ultimo, che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito da tale ultima disposizione, non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata”. Una simile revisione, in realtà, si tradurrebbe in un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità”, con la conseguenza che “risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa” (vedi ex aliis, in motivazione, Cass. 1 settembre 2011 n. 17977, cui adde, Cass. SS.UU. 25 ottobre 2013 n. 24148, Cass,. 4 aprile 2014 n. 8008)

1.4 Invero il motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo quello di controllare, sul piano della coerenza logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento, controllarne l’attendibilità e la concludenza nonchè scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti in discussione, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (tra numerose altre Cass. 2 luglio 2008 n. 18119).

In ogni caso, per considerare la motivazione adottata dal giudice di merito adeguata e sufficiente, non è necessario che nella stessa vengano prese in esame (al fine di confutarle o condividerle) tutte le argomentazioni svolte dalle parti, ma è sufficiente che il giudice indichi le ragioni del proprio convincimento, dovendosi in tal caso ritenere implicitamente disattese tutte le argomentazioni logicamente incompatibili con esse (fra le tante, Cass. 14 febbraio 2013 n. 3668).

1.5 Nello specifico, si impone, quindi, l’evidenza della inammissibilità del motivo laddove tende a pervenire ad una rinnovata valutazione degli elementi fattuali sottesi alla pretesa azionata, non consentita in sede di legittimità, a fronte di un tessuto motivazionale definito nei termini di un puntuale richiamo ai dati desumibili dalle deposizioni testimoniali raccolte, che si palesa congruo e coerente con le evidenze istruttorie acquisite, oltre che corretto sul piano giuridico, laddove pone richiamo alla regola di giudizio di cui all’art. 2697 c.c..

1.5 Esigenze di completezza motivazionale, inducono, poi, a rilevare l’ulteriore profilo di inammissibilità che connota la censura svolta, giacchè non risultano riprodotti, per il principio di autosufficienza che governa il ricorso per cassazione, i documenti dei quali si deduce sia stata trascurata la disamina da parte dei giudici del gravame.

2. Con il secondo mezzo di impugnazione si deduce violazione degli artt. 1325, 1337, 2094 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè carenza di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento alla domanda subordinata, intesa a conseguire il risarcimento del danno da responsabilità precontrattuale. Si lamenta che il tessuto motivazionale sotteso all’impugnata sentenza, non soddisfi il requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, non essendo desumibile se sia stata ritenuta non provata la responsabilità precontrattuale della società ovvero l’effettiva consistenza del pregiudizio che si assumeva risentito.

2.1 La censura è priva di pregio.

Al di la dei profili di inammissibilità che sono stati riscontrati in relazione al primo motivo di ricorso con riferimento all’improprio richiamo al vizio di violazione di legge, rilevabili anche in relazione a detto secondo motivo, va rimarcata l’infondatezza della doglianza ove si consideri che la sentenza impugnata, con motivazione equilibrata nelle sue componenti, ha evidenziato la carenza di fondo che connota la pretesa azionata dalla lavoratrice, ravvisata nella mancata allegazione e, conseguentemente, dimostrazione, dell’interesse contrattuale negativo in cui si sostanzia l’invocata responsabilità precontrattuale.

2.2 Detto interesse, in coerenza con i principi enunciati in tema da questa Corte di legittimità (vedi Cass. 10 giugno 2005 n. 12313), va determinato tenendo conto della peculiarità dell’illecito e delle caratteristiche della responsabilità stessa, la quale, nel caso di ingiustificato recesso dalla trattativa, postula il coordinamento tra il principio secondo il quale il vincolo negoziale sorge solo con la stipulazione del contratto e l’altro secondo il quale le trattative debbono svolgersi correttamente. Pertanto, non essendo stato stipulato il contratto e non essendovi stata lesione di diritti che dallo stesso sarebbero nati, non può essere dovuto un risarcimento equivalente a quello conseguente all’inadempimento contrattuale, mentre, essendosi verificata la lesione dell’interesse giuridico al corretto svolgimento delle trattative, il danno risarcibile (liquidabile anche in via equitativa) è unicamente quello consistente nelle perdite che sono derivate dall’aver fatto affidamento nella conclusione del contratto e nei mancati guadagni verificatisi in conseguenza delle altre occasioni contrattuali perdute (cosiddetto “interesse negativo”).

2.3 Nello specifico, la Corte distrettuale – si ribadisce – ha ritenuto assorbente rispetto ad ogni ulteriore argomentazione, la circostanza che la lavoratrice non avesse allegato nè, a fortiori, dimostrato l’esistenza del petitum della domanda subordinata – ovverosia del risarcimento danni – nei limiti che i consolidati approdi della dottrina e della giurisprudenza di questa Corte connettono alla violazione dei canoni di buona fede cui le parti devono attenersi nello svolgimento delle trattative e della formazione del contratto (art. 1337 c.c.), con argomentare che, per essere congruo sotto il profilo logico e conforme a diritto, resiste alle censure all’esame.

In sintesi, il ricorso deve essere respinto.

In considerazione della alternanza – quanto all’esito della controversia – nei gradi del giudizio di merito, le spese del presente giudizio di cassazione vanno integralmente compensate fra le parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Compensa fra le parti le spese del presente giudizio.

Cass. 25 gennaio 2012 n. 1051

Svolgimento del processo

M.D.A. esponeva al Tribunale di Roma di essere già stato dipendente del Banco di Napoli, da ultimo come direttore della sede del (OMISSIS), e di aver ricevuto in costanza di tale rapporto, nell’aprile 1996, una proposta di incarico di amministratore delegato da parte della BNL International di (OMISSIS). Di essersi conseguentemente dimesso dal rapporto lavorativo col Banco di Napoli e di essersi immediatamente adoperato, nell’interesse della BNL, per l’attivazione di rapporti connessi ad operazioni finanziarie con Paesi asiatici.

Lamentava che, nonostante le rassicurazioni circa l’imminente formalizzazione dell’incarico, gli veniva proposto un rapporto di collaborazione come consulente; che veniva allo scopo redatto uno schema di contratto che egli accettava ed iniziava ad eseguire, indirizzando alla BNL gruppi industriali italiani intenzionati ad operare nei mercati asiatici.

Chiedeva pertanto la condanna della BNL al risarcimento dei danni da responsabilità precontrattuale per la mancata assunzione nonchè, previo accertamento del rapporto di consulenza tra le parti, la condanna della banca al pagamento dei compensi pattuiti (L. 204.750.000), al rimborso delle spese (L. 35.000.000), oltre al risarcimento dei danni per l’illegittimo recesso dal contratto di consulenza e per danno all’immagine ed alla professionalità.

Si costituiva la BNL negando di essersi mai impegnata alla conclusione di alcun tipo di contratto, nè di lavoro subordinato nè di consulenza. Il Tribunale respingeva la domanda.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 21 dicembre 2009, respingeva il gravame compensando le spese del grado.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso il M. D., affidato a due motivi. Resiste la Banca Nazionale del Lavoro s.p.a. con controricorso, poi illustrato con memoria.

Motivi della decisione

1. -Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1337 c.c., avendo la corte di merito erroneamente ritenuto che perchè possa sussistere una responsabilità connessa alla ingiustificata interruzione delle trattative sia necessario che le parti abbiano discusso e concordato gli elementi essenziali del contratto.

2. – Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2223 c.c. in tema di perfezionamento del contratto di lavoro autonomo, nonchè degli artt. 1326, 1327, 1388 e 1754 c.c., oltre ad insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio inerenti la conclusione di un contratto di lavoro autonomo e/o subordinato, omettendo la corte territoriale di valutare, o valutando illogicamente, le risultanze probatorie sia documentali che testimoniali.

Lamentava in particolare che la corte capitolina ritenne il contratto di consulenza in questione non riferibile alla BNL in quanto proposto e determinato da una mera iniziativa personale del dr. V., non riferibile alla Banca, laddove emergeva chiaramente dagli atti di causa che questi, quale dirigente della BNL ed amministratore delegato di BNL International agiva in rappresentanza di quest’ultima, come del resto emergeva dalla bozza di contratto ove leggevasi tra l’altro che il consulente si impegnava “ad eseguire le obbligazioni scaturenti nei confronti della Banca in virtù della presente convenzione..”.

3. – I motivi, che stante la loro connessione possono essere congiuntamente esaminati, risultano fondati. La corte di merito ha ritenuto che per aversi responsabilità precontrattuale è necessario che le parti abbiano discusso e concordato gli elementi essenziali del contratto, potendo solo in questo caso configurarsi un ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto medesimo.

Richiama, a conforto dell’assunto, talune sentenze di questa Corte (7 maggio 2004 n. 8723 e 29 marzo 2007 n. 7768) che, come riportato nella medesima sentenza impugnata, hanno diversamente affermato che la responsabilità precontrattuale per violazione dell’art. 1337 cod. civ., che costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale, la quale si collega alla violazione della regola di condotta stabilita a tutela del corretto svolgimento dell'”iter” formativo del contratto, presuppone che tra le parti siano intercorse trattative per la conclusione di un contratto giunte ad uno stadio tale da giustificare oggettivamente l’affidamento nella conclusione del contratto, inoltre che una delle parti abbia interrotto le trattative così eludendo le ragionevoli aspettative dell’altra, la quale, avendo confidato nella conclusione finale del contratto, sia stata indotta a sostenere spese o a rinunciare ad occasioni più favorevoli, e infine che il comportamento della parte inadempiente sia stato determinato, se non da malafede, almeno da colpa, e non sia quindi assistito da un giusto motivo.

La corte di merito, dunque, nel valutare le emergenze di causa, muove da un presupposto erroneo che fosse cioè necessario l’avere le parti discusso e concordato gli elementi essenziali del contratto, effettuando così un viziato apprezzamento dei fatti di causa.

In tale ottica sono state ritenute infatti irrilevanti sia l’indiscussa trattativa con l’amministratore delegato della BNL, V., riguardanti le modalità di utilizzazione del ricorrente presso la Banca, sia l’interessamento del dirigente L., vice direttore generale della BNL, fornito dei poteri necessari all’assunzione presso la BNL e che, sempre in base agli accertamenti compiuti dal giudice di merito, ebbe un colloquio con il M. D. al fine di effettuare una verifica più concreta delle possibilità di assunzione. Ed ancora le lettere inviate dal V. al ricorrente inerenti l’interesse della Banca all’assunzione di quest’ultimo, anche per le determinazioni del L. in tal senso. Ed ancora le risultanze testimoniali che confermavano tali circostanze e l’interesse della BNL ad una figura professionale esperta nei rapporti con i mercati asiatici. Le dimissioni, in tale contesto, da parte del M.D. da direttore della sede di (OMISSIS) del Banco di Napoli; la sua partecipazione a taluni incontri e missioni estere aventi ad oggetto possibili finanziamenti, da parte della BNL, di aziende che operavano in (OMISSIS); l’organizzazione di diverse missioni in (OMISSIS) nell’interesse della BNL, effettivamente avvenute, così come accertato dalla corte di merito.

Quest’ultima quindi, partendo dall’erroneo presupposto sopra evidenziato, non ha valutato se le indubbie trattative intercorse tra le parti fossero giunte ad uno stadio tale da giustificare oggettivamente l’affidamento nella conclusione del contratto, e infine se questo sia stato, anche per fatti concludenti, effettivamente concluso.

4. – La sentenza impugnata deve essere dunque cassata, con rinvio, anche per le spese, ad altro giudice in dispositivo indicato, per l’ulteriore esame della controversia.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Cass. 5 agosto 2004 n. 15040

Svolgimento del processo

1. L’11.7.1997 la Hurt Immobiliare s.r.l. comunicò alle Angelini Remo & C. s.r.l. che, in ragione del mutamento di prospettive del mercato immobiliare della zona, era addivenuta alla determinazione di vendere per contanti l’immobile che, in base ad una lettera di intenti intercorsa tra le due società il 25 11.1996, la Hurth si era dichiarata interessata a trasferire alla Ange lini in permuta di un immobile che questa, a sua volta interessata all’affare, avrebbe realizzato a seguito di specifiche trattative da intraprendere, in esito all’approvazione del piano regolatore, “volte a definire con precisione gli aspetti economici, giuridici e fiscali dell’operazione per perfezionare con i necessari strumenti contrattuali l’accordo che avranno raggiunto”. Le parti avevano anche convenuto testualmente:

“fino al momento in cui si verificherà il presupposto sopra indicato, entrambe le parti si impegnano reciprocamente ad informare l’altra parte di qualunque evento sopravvenuto che possa indurre a modificare il programma delineato in questa lettera di intenti”.

Il 17.9.1997 la società Angelini convenne in giudizio la Hurt chiedendone la condanna, in via principale, al trasferimento dell’immobile in questione nell’assunto che fosse stato concluso un contratto di associazione in partecipazione e, in via subordinata, al risarcimento dei danni da responsabilità precontrattuale (nei limiti dell’interesse negativo ed indicati in l. 855.000.000) per avere la Hurt ingiustificatamente interrotto le trattative.

La convenuta resistette, instando per la condanna dell’attrice al risarcimento dei danni da responsabilità processuale aggravata e derivati dalla trascrizione a prima domanda.

Con sentenza n. 196/99 l’adito tribunale di Rovereto rigettò le domanda della Angelini sul rilievo che sussisteva un contratto di associazione in partecipazione e – per quanto in questa sede ancora interessa e neppure ricorrevano i presupposti della affermata responsabilità precontrattuale della Hurt poichè il suo comportamento non poteva aver ingenerato l’affidamento della Angelini nella conclusione del contratto menzionato nella lettera di intenti.

2. La decisione è stata confermata dalla corte d’appello di Trento che, investita della sola questione relativa alla sussistenza di una responsabilità precontrattuale, con sentenza n. 149 del 2000 ha respinto il gravame della società Angelini sul sostanziale rilievo che, con la lettera di intenti, le parti s’erano limitate a comunicarsi l’interesse ad intraprendere trattative – rinviandone l’inizio ad epoca successiva all’approvazione delle modifiche al piano regolatore da parte del comune di Arco, impegnandosi fino a tale momento a darsi reciprocamente notizia di eventi che potessero indurle a modificare il programma delineato a lettera di intenti.

Poichè non era stato provato la scelta della Hurt di vendere per contanti fosse all’approvazione del piano (e dovendo anzi che fosse anteriore) legittimamente la Hurt, prima che il piano fosse approvato, deciso in tal senso, dovendosi in particolare escludere che l’evento sopravvenuto suscettibile di giustificare un ripensamento fosse ricollegabile solo ad impreviste variazioni del piano regolatore. Era poi risultato che la Hurt aveva dato tempestiva comunicazione alla controparte della decisione assunta, offrendole anche di acquistare alle stesse condizioni propostele da un terzo.

3. Avverso detta sentenza ricorre per Cassazione la società Angelini affidandosi a tre motivi, cui resiste con controricorso la società Hurt Immobiliare.

Motivi della decisione

1. Col primo motivo è denunciata “carenza e contraddittoria motivazione sulla asserita preliminarità dell’intesa alle trattative”, in riferimento all’art. 360 n. 5 c.p.c..

Sulla scorta della premessa che il giudice di primo grado aveva ritenuto che la lettera di intenti integrava la fase culminante della trattativa con la quale la società convenuta aveva dimostrato “la indubbia volontà futura a voler addivenire alla stipula di un contratto preliminare di compravendita o di permuta”, tuttavia inidonea ad ingenerare affidamento nella controparte per difetto di indicazione degli elementi essenziali del contratto da stipulare, la ricorrente si duole che il giudice di secondo grado non si sia fatto carico del motivo di appello col quale era invece dimostrato che la lettera di intenti conteneva tutti gli elementi del contratto da concludere, sorprendentemente giungendo a ritenere che l’intesa raggiunta aveva carattere addirittura preliminare alla fase delle trattative vere e proprie.

1.2. La censura è infondata difettandone lo stesso presupposto, costituito dall’asserito accertamento effettuato nella sentenza di primo grado, dalla quale è statua estrapolata una frase (relativa alla volontà della Hurt di voler concludere un preliminare) che, per un verso, è riferita alla parte della motivazione concernente l’esclusa sussistenza di un contratto di associazione in partecipazione (punto sul quale la sentenza non era stata gravata da appello) e, per altro verso, è preceduta e seguita da affermazioni con le quali si dichiara che la Hurt non si era assunta “alcun obbligo giuridicamente rilevante” e che dalla sottoscrizione della lettera di intenti emergeva “altresì la sua inequivoca volontà di non volere comunque addivenire per il momento a qualsivoglia impegno di tipo giuridico”.

Va poi rilevato che il vizio di motivazione non può prospettarsi sulla base di una sorta di comparazione tra le sentenze di primo e di secondo grado, ma deve invece appuntarsi esclusivamente sull’iter logico seguito dal giudice la cui sentenza è censurata in sede di legittimità. La quale ha nella specie ritenuto che, la lettera di intenti, “le parti si erano limitate comunicarsi il reciproco interesse ad intraprendere trattative per attuare il progetto delineato nella parte introduttiva dell’atto, rinviandone l’inizio in epoca successiva all’approvazione delle modifiche del piano regolatore del comune di Arco”. Ed a tale ratio decidendi sono evidentemente del tutto estranee le affermazioni del giudice di primo grado in ordine alla asserita assenza nell’intesa degli elementi essenziali del negozio da concludere.

2.1. Col secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 1337 c.c. laddove la corte appello ha escluso che possa sussistere culpa in contrahendo quando ci si trovi nella fase preliminare delle trattative volte alla conclusione di un contratto.

La corte d’appello – si afferma – aveva supportato decisione con una massima tratta da Cass., n. 5297/98, in realtà superata da Cass., n. 1632/00 con riguardo alla necessità che il recesso dalle trattative sia giustificato da giusta causa, la cui esistenza va provata da chi le abbia interrotte.

2.2. Va immediatamente posto in luce che la responsabilità precontrattuale per violazione della regola di condotta posta dall’art. 1337 c.c. a tutela del corretto svolgimento dell’iter formativo del contratto costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale (cfr. da ultimo, Cass., 10.10.2003, n. 15172), cui si applicano dunque le relative regole in tema di distribuzione dell’onere della prova. Poichè il comportamento illecito è qui costituito dal recesso ingiustificato (in un contesto connotato dall’affidamento dell’altra parte nella conclusione del contratto), compete non a chi receda la prova che il proprio comportamento corrisponde ai canoni di buona fede e correttezza, ma all’altra parte che il recesso non è in linea col disposto della norma in questione.

Ne consegue che è erroneo l’assunto della società ricorrente, secondo la quale competerebbe alla parte che abbia interrotto le trattative l’onere di provare che aveva una giusta causa per farlo, essendo in via di principio vero il contratto.

Ciò posto, non v’è dubbio – in relazione alla letterale formulazione dell’art. 1337 c.c. – che la responsabilità precontrattuale è configurabile tanto in relazione al processo formativo del contratto (inteso come proposta ed accettazione) quanto in rapporto alle semplici trattative, riguardate come qualcosa di diverso e di antecedente (secondo quanto affermato anche da Cass., 14.2.2000, n. 1632, citata dalla ricorrente). Ma tale principio non si pone affatto in contrasto con quello enunciato da Cass. 28.5.1998, n. 5297, richiamato dalla sentenza impugnata e secondo la ricorrente ^superato” dalla più recente pronuncia. In quella occasione (sent. n. 5297/98), invero, la corte aveva non già affermato che le parti sono libere di “recedere dalle trattative indipendentemente dall’esistenza di un giustificato motivo, con il solo limite del rispetto del principio di buona fede e correttezza” ma, invece, possono farlo “indipendentemente dalla estrinsecazione di un giustificato motivo sempre, tuttavia, nel rispetto del dovere di buona fede e quindi purchè venga mantenuta informata la controparte circa la possibilità di conclusione del contratto e non omessa la comunicazione di circostanze significative rispetto all’economia del contratto medesimo” (come risulta dalla lettura del testo della sentenza, penultimo capoverso della motivazione, diverso dalla massima riportata nella sentenza impugnata). Si tratta, anche qui, di un principio del tutto in linea con gli indirizzi di questa corte, che non ha mai mancato di porre in luce via differenza tra il vincolo contrattuale ed il principio di buona fede nelle trattative e nella conclusione del contratto, che mira a tutelare proprio l’interesse alla libertà negoziale delle parti.

Orbene la corte d’appello, al di là dell’imprecisa enunciazione del principio affermato da questa corte di legittimità, ha conclusivamente ritenuto (come si legge alle pagine 10 e 11) che le doglianze della società Angelici in ordine alla sussistenza di una responsabilità precontrattuale della controparte (esclusa dal giudice di primo grado) erano ingiustificate poichè “il comportamento avuto dalla Hurt non ha violato il principio di buona fede e correttezza, stante il carattere dell’intesa raggiunta, addirittura preliminare alla fase celle trattative vere e proprie”.

Secondo tale intesa, giusta l’interpretazione che nella dato la corte d’appello, le parti si erano limitate a comunicarsi reciprocamente l’interesse ad intraprendere trattative per attuare il progetto delineato nella parte introduttiva dell’atto, rinviandone l’inizio ad epoca successiva all’approvazione delle modifiche al piano regolatore, con l’obbligo, fino a tale momento (approvazione del piano regolatore) di informare l’altra parte di qualunque evento sopravvenuto che potesse indurre a modificare il programma delineato nella lettera di intenti. Insomma, la corte d’appello ha interpretato la lettera di intenti nel senso che, al momento dell’approvazione, la Hurt potesse decidere di optare per la vendita in contanti, come fece, comunicandolo all’altra parte ed offrendole di acquistale per contanti. Ed ha rilevato che non era stata fornita la prova che l’approvazione del piano fosse anteriore alla scelta effettuata dalla Hurt.

Da tali rilievi del giudice di appello la ricorrente società prescinde, benchè essi siano determinanti nel senso della esclusione di qualunque possibile affidamento nella conclusione del contratto, in epoca antecedente all’approvazione del piano regolatore, in ragione di un’esplicita previsione delle parti. Alla fattispecie si attaglia dunque il principio secondo il quale non è configurabile responsabilità precontrattuale quando la rottura delle trattative e la mancata conclusione del contratto sono state in anticipo programmate costituiscono pertanto l’esercizio di una facoltà legittima (Cass., 6 marzo 1992, n. 2704).

3.1. Col terzo motivo la sentenza è censurata per insufficienza e contraddittorietà della motivazione in merito alla qualificazione dell’evento sopravvenuto idoneo a giustificare il recesso dalle trattative, nonchè per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c..

La ricorrente si duole che la corte d’appello le abbia attribuito di aver sostenuto che il solo evento sopravvenuto suscettibile di giustificare un ripensamento della Hurt avrebbe dovuto essere connesso a variazioni impreviste del piano regolatore, mentre la appellante società Angelini si era limitata ad evidenziale le trattative che abbiano suscitato un ragionevole affidamento delle parti possono essere interrotte solo per giusta causa, quale potrebbe appunto essere il mutamento del mercato immobiliare connesso ad una modifica di destinazione urbanistica o di indici di edificabilità.

Assume che risultava di conseguenza violato l’art. 132, n. 4, c.p.c., che “indirettamente” obbliga il giudice a valutare attentamente le tesi delle parti poste a fondamento della domanda, dandone effettivo riscontro in motivazione.

3.2. La censura è inammissibile per difetto di interesse a proporla, avendo il giudice di appello in sostanza ritenuto – come correttamente osservato dalla controricorrente – che le parti si erano reciprocamente riconosciute la possibilità di non iniziare la trattativa per il sopraggiungere di novità che determinassero un mutamento delle proprie prospettive negoziali, predeterminando quale solo obbligo di lealtà contrattuale quella della tempestiva comunicazione, che era stata puntualmente fatta.

Si tratta, all’evidenza, di assorbente apprezzamento di fatto, adeguatamente motivato e come tale incensurabile in sede di legittimità. 4. Il ricorso va conclusivamente rigettato.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in Euro 10.100, di cui Euro 10.000 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori dovuti per legge.

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