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Lo sai che? Cleptomania: è reato?

Lo sai che? Pubblicato il 28 dicembre 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 dicembre 2017

Il cleptomane non risponde del furto solo se riesce a dimostrare l’incapacità di intendere e di volere derivante dalla malattia.

È noto a tutti che la cleptomania è una patologia che spinge il malato a rubare oggetti di cui, molto spesso, nemmeno se ne serve. Il cleptomane, quindi, avverte il forte impulso di rubare, senza movente e senza alcun profitto reale.

Il cleptomane compie un atto che, di regola, costituirebbe reato: in ogni ordinamento giuridico, infatti, viene punita la condotta di chi si impossessa di un bene non suo. Tuttavia, perché il furto sia punibile, è necessario che siano presenti altri requisiti, anche di natura psicologia. La cleptomania è reato? Vediamo cosa dicono i giudici.

Cleptomania e furto

Il codice penale punisce il furto con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 154 a 516 euro [1]. Il delitto consiste nello spossessamento di una cosa mobile ai danni di chi la detiene, al fine di trarne un profitto per sé o per gli altri. Il delitto è punibile a querela della persona offesa solamente quando non sia aggravato oppure quando sia di lieve entità o cagioni un danno minimo [2].

il furto aggravato, invece, è procedibile d’ufficio: significa che non c’è bisogno dell’esplicita manifestazione di volontà della persona offesa perché si proceda nei confronti dell’autore del reato.

Quando il furto è aggravato? È il codice penale a stabilire le circostanze nelle quali il delitto può ritenersi aggravato; per l’elenco si rimanda alla nota a piè pagina [3]. In sintesi, le aggravanti condensano i casi in cui il delitto sia commesso con violenza sulle cose, con mezzi fraudolenti, oppure sia commesso da un gruppo di persone o, ancora, su beni necessariamente esposti alla pubblica fede (esempio classico: il furto d’auto parcheggiata in luogo non protetto). In tutti questi casi, il furto, oltre che perseguibile d’ufficio, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 927 a 1.500 euro.

Il furto è uno dei cosiddetti reati comuni, cioè un reato che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato).

L’elemento soggettivo del reato è il dolo: chi sottrae un bene ad un altro deve essere consapevole della propria condotta. Se l’impossessamento avvenisse “per caso” (si pensi, ad esempio, a chi, all’uscita da un locale, prenda l’ombrello di un’altra persona anziché il proprio perché identici) non si integrerebbe il furto. Volendo essere ancor più precisi, il dolo deve essere specifico: la norma parla infatti di un preciso scopo che persegue il ladro: quello dell’arricchimento proprio o altrui. Quindi, chi si appropria di una cosa altrui per un fine diverso, non commetterà furto (si immagini chi, per evitare la concorrenza nella vendita, privi il titolare del vicino negozio delle chiavi per entrare).

Oggetto del furto deve essere la cosa mobile altrui: non è possibile, pertanto, rubare una casa, bene immobile per eccellenza. Interessantissimo è che lo stesso articolo che si occupa di definire la figura del reato abbia cura di specificare espressamente che si considera cosa mobile anche l’energia elettrica (per un approfondimento su questo specifico tema si rinvia alla lettura dell’articolo Furto di energia elettrica: cosa si rischia?) e ogni altra energia che abbia un valore economico. La previsione non deve sorprendere: anche il codice civile considera le energie naturali come beni mobili, purché abbiano un valore economico [4].

Furto: procedibilità d’ufficio e procedibilità  a querela di parte

Abbiamo detto che il furto può essere punito a querela della persona offesa oppure, se trattasi di furto aggravato, d’ufficio. Cosa significa?

Secondo il codice di procedura penale [5], la querela è una condizione di procedibilità con la quale si manifesta la volontà di procedere in ordine ad un fatto che costituisce reato. In termini più semplici, la querela è la volontà, manifestata per iscritto o verbalmente da chi è vittima del reato, di perseguire l’autore del fatto delittuoso. Senza questo “consenso” la legge non può punire l’autore del reato.

Al contrario, si procede d’ufficio quando non c’è alcun bisogno che la vittima esterni la sua volontà di far punire il colpevole, in quanto lo Stato procederà indipendentemente da essa. Perché allora alcuni reati sono punibili a querela e altri no? Perché di norma i primi sono meno gravi e, per evitare di ingolfare ancor più la macchina della giustizia, la legge ha pensato di lasciare alla discrezionalità della vittima la loro perseguibilità. Oppure per ragioni di convenienza: ad esempio, il codice penale persegue d’ufficio alcuni delitti contro il patrimonio (furto in abitazione, truffa, ecc.); quando questi, però, sono commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella, diventano punibili a querela [6]. La ragione è molto semplice: l’ordinamento lascia alla discrezionalità della persona offesa la scelta di punire o meno una persona a lei legata da sentimenti affettivi o da parentela.

Cleptomania: è reato?

La cleptomania, in quanto patologia vera e propria, mette in discussione l’elemento soggettivo del reato di furto, cioè il dolo specifico. Abbiamo detto, infatti, che il furto viene compiuto allo scopo di arricchirsi. Questo elemento  può essere attribuito a chi obbedisce  ad un impulso che è più forte della sua volontà?

Ma v’è altro. Il codice penale esclude la punibilità ogni volta che il fatto criminoso è commesso da persona che, a causa del suo vizio di mente, non è capace di intendere e di volere [7]. Il punto, allora, non è soltanto quello dell’effettiva volontà di arricchirsi del cleptomane, ma riguarda la sua stessa capacità di intendere e di volere.

Il cleptomane è capace di intendere e di volere?

Alla domanda non può darsi una risposta univoca: dipende dal grado dell’infermità. Secondo la giurisprudenza, la patologia deve presentarsi di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di intendere o di volere, escludendola o scemandola grandemente; inoltre, essa deve porsi in diretto collegamento con la condotta criminosa, in modo tale che il fatto di reato sia ritenuto causalmente determinato dal disturbo mentale [8].

Di conseguenza, il cleptomane occasionale, che soffre di un disturbo lieve, risponderà ugualmente del reato di furto. Per andare esente da responsabilità, il cleptomane dovrà dimostrare in giudizio la concreta incapacità di intendere e di volere al momento del fatto, se mai avvalendosi di adeguata perizia medica.

Ad esempio, non potrà mai essere assolto il cleptomane che, pur di rubare, si è introdotto in un’abitazione e ha sottratto degli oggetti. In questo caso, manca quel nesso diretto tra patologia e sottrazione del bene altrui, legame interrotto da un piano criminoso evidentemente premeditato (ingresso nella casa altrui quando non v’è nessuno, oppure utilizzando mezzi di effrazione). Lo stesso dicasi di un furto perpetrato facendo violenza. Al contrario, la sottrazione di un bene esposto al pubblico, facilmente carpibile, fatto in preda ad un impulso di mera apprensione di un oggetto non proprio, può essere giustificata se fatta per assecondare la patologia.

note

[1] Art. 624 cod. pen.

[2] Art. 626 cod. pen.: “Furti punibili a querela dell’offeso. Si applica la reclusione fino a un anno ovvero la multa fino a euro 206, e il delitto è punibile a querela della persona offesa: 1) se il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa sottratta, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita; 2) se il fatto è commesso su cose di tenue valore, per provvedere a un grave ed urgente bisogno; 3) se il fatto consiste nello spigolare, rastrellare o raspollare nei fondi altrui, non ancora spogliati interamente dal raccolto. Tali disposizioni non si applicano se concorre taluna delle circostanze indicate nei numeri 1, 2, 3 e 4 dell’articolo precedente”.

[3] Art. 625 cod. pen.: “1)(…); 2) se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento; 3) se il colpevole porta in dosso armi o narcotici, senza farne uso; 4) se il fatto è commesso con destrezza; 5) se il fatto è commesso da tre o più persone, ovvero anche da una sola, che sia travisata o simuli la qualità di pubblico ufficiale o d’incaricato di un pubblico servizio; 6) se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande; 7) se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro o a pignoramento, o esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza; 7-bis) se il fatto è commesso su componenti metalliche o altro materiale sottratto ad infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici e gestite da soggetti pubblici o da privati in regime di concessione pubblica; 8) se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria. 8 bis) se il fatto è commesso all’interno di mezzi di pubblico trasporto;  8 ter) se il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che abbia appena fruito dei servizi di istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro. Se concorrono due o più delle circostanze prevedute dai numeri precedenti, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’articolo 61, la pena è della reclusione da tre a dieci anni e della multa da euro 206 a euro 1.549”.

[4] Art. 814 cod. civ.

[5] Art. 336 cod. proc. pen.

[6] Art. 649 cod. pen.

[7] Art. 88 cod. pen.

[8] Cass., sent. n. 17086 del 15.04.2013.


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