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Cosa rischia chi spende più di quanto guadagna?

28 Dic 2017


Cosa rischia chi spende più di quanto guadagna?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Dic 2017



Accertamento fiscale dell’agenzia delle entrate: come difendersi da eventuali contestazioni.

Chi spende più di quanto guadagna rischia di non poter far fronte ai propri debiti. Una conseguenza banale che porta con sé la possibilità di un pignoramento da parte del creditore: procedura che tuttavia non sempre va a buon fine, specie se nel frattempo il debitore è divenuto nullatenente. I rischi maggiori però sono di carattere fiscale e, di certo, l’Agenzia delle Entrate applica le sanzioni anche a chi non le può pagare. Ma che c’entra il fisco con una cattiva gestione del portafoglio e cosa rischia chi spende più di quanto guadagna?

Si parte da una presunzione: se una persona acquista beni o servizi superiori al reddito denunciato all’Agenzia delle Entrate nell’annuale dichiarazione dei redditi è perché ha delle disponibilità economiche nascoste. In altri termini ha “evaso”. Salvo che questi dimostri il contrario, ciò significa che tali soldi non sono stati ancora tassati. Il risultato è che il contribuente che spende più di quanto guadagna si vedrà notificare un accertamento fiscale con il “recupero a tassazione” dei redditi sottratti all’erario. Ma procediamo con ordine e vediamo come avviene tutto questo meccanismo.

Come fa l’Agenzia delle Entrate a sapere che spendo più di quanto guadagno?

Ci sono alcuni acquisti che restano, per così dire, “anonimi” e che puoi fare in tutta tranquillità. Si tratta, ad esempio, della spesa al supermercato e di tutte quelle compere a cui consegue il rilascio dello scontrino. È inverosimile che il fisco si metta a controllare quante volte prelevi dal conto corrente bancario per stabilire quanto stai spendendo, anche perché i prelievi – a differenza dei versamenti – non sono soggetti a controlli.

Al contrario, le spese che comportano il rilascio della fattura o per le quali è necessario lasciare il proprio codice fiscale finiscono, in qualche modo, all’Agenzia delle Entrate e, a differenza dello scontrino, consentono di risalire all’acquirente (proprio grazie al codice fiscale). È il caso di mutui, contratti di affitto, acquisto di auto o di immobili, polizze vita o altre forme di assicurazioni, spese necessarie per l’attività, spese mediche, viaggi, abbonamenti televisivi o telefonici.

Il fisco non sta a controllare solo i soldi che spendi per l’acquisto di tali beni o servizi ma anche quelli necessari a mantenerli: benzina, bollo e assicurazione per l’auto, condominio, manutenzione e imposte per la casa, rate per il mutuo o le polizze assicurative, ecc.

Il confronto delle spese con il reddito dichiarato

Accertate le spese del contribuente, l’Agenzia delle Entrate le confronta con il reddito da questi dichiarato attraverso uno strumento detto redditometro: se le uscite superano del 20% le entrate denunciate, viene inviata una richiesta di chiarimenti al contribuente che dovrà dimostrare da dove si è procurato o si procura i soldi per l’acquisto e il mantenimento di tali beni. In assenza di valide giustificazioni scatta il cosiddetto accertamento sintetico.

Dunque, chi spende più di quanto guadagna rischia un avviso da parte dell’Agenzia delle Entrate che lo invita a difendersi eventualmente presentandosi presso i propri uffici. All’esito viene deciso se notificare l’accertamento del maggior reddito – con tassazione degli importi evasi e relative sanzioni – o meno.

Come funziona il redditometro

Il ragionamento alla base del redditometro è che le spese non possono che essere alimentate dal reddito del soggetto, salvo che il contribuente dimostri di aver ricevuto donazioni in denaro (e a tal fine risulta imprescindibile la prova documentale della tracciabilità del pagamento), vincite, risarcimenti o altri redditi già tassati alla fonte. L’Agenzia delle Entrate, in assenza di prova contraria, è quindi legittimata a presumere che quanto si è speso nel periodo d’imposta è stato finanziato con i redditi posseduti nel medesimo periodo. E se questi redditi non figurano dalla dichiarazione vuol dire che sono il frutto di evasione fiscale.

Il redditometro si basa sull’individuazione di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell’area territoriale di appartenenza, e sulle tipologie di spesa effettivamente sostenute nell’anno controllato.  Per il calcolo il redditometro individua, sul piano soggettivo, dieci diverse tipologie di famiglie (ad es. contribuente single con meno di 35 anni o con più di 35 anni, coppia con o senza figli ecc.); le stesse vengono poi allocate in 5 diverse aree territoriali  (nord-ovest, nord-est, centro, sud, isole).

L’Agenzia delle Entrate considera la cosiddetta famiglia fiscale sulla base delle informazioni presenti in Anagrafe tributaria: contribuente, coniuge, figli e/o altri familiari a carico. In ogni caso, l’Ufficio prima di invitare il contribuente al contraddittorio, deve effettuare i necessari riscontri sulla reale situazione familiare del contribuente.

Il redditometro considera non solo le spese fatte dal contribuente ma anche quelle effettuate dal coniuge e dai familiari a carico.

Come difendersi dal redditometro

Per difendersi dal redditometro il contribuente può dimostrare che le spese sono state finanziate:

  • con disinvestimenti: si pensi alla vendita di alcuni beni come un’auto usata;
  • con redditi diversi da quelli posseduti nel periodo d’imposta: ad esempio i risparmi accumulati o un’eredità di anni pregressi e mai spesa;
  • con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile: si pensi a vincite al gioco o a risarcimenti per un incidente stradale;
  • con redditi ottenuti da altri soggetti: ad esempio la donazione di un familiare;
  • con prestiti: ad esempio il mutuo di una banca.

note

Autore immagine: 123rf com


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