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Come insegnare ai bambini a difendersi

7 febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 febbraio 2018



I figli devono sapere come cavarsela da soli di fronte ad un problema con un compagno o con un amico. Ma come farglielo imparare? Quando si deve intervenire?

Fare finta di niente oppure pagare con la stessa moneta? Per i genitori spesso risulta difficile insegnare ai bambini a difendersi per non restare vittime del bullismo o, semplicemente, per imparare a farsi rispettare dai compagni e dagli amici. Rispondere ad una provocazione con la violenza non è sempre consigliabile, come non lo è nemmeno subire in silenzio ogni tipo di angheria per il timore di peggiorare le cose.

La soluzione, inoltre, non può essere quella di intervenire come genitore ogni volta che il figlio torna a casa con un gibollo in testa, le ginocchia sbucciate, la cartella strappata o il broncio perché gli hanno dato del secchione: i ragazzi devono imparare a cavarsela da soli, a meno che il problema sia particolarmente grave e richieda dei provvedimenti altrettanto importanti.

Allora, come insegnare ai bambini a difendersi? Ammesso che fare il genitore è il mestiere più difficile al mondo, anche perché non esiste una laurea in materia ma si impara a farlo solo con l’esperienza (e mai qualcuno ci riesce al 100%), ci sono alcune regole dettate dal buon senso e da chi studia le conseguenze del comportamento dei ragazzi che possono risultare utili.

Come insegnare ai bambini a reagire alle offese?

Come dicevamo prima, gli atteggiamenti più comuni tra i bambini che subiscono un’offesa sono quelli di rispondere in modo aggressivo, cioè di ripagare un insulto con un altro insulto, uno schiaffo con un altro schiaffo, ecc. Oppure quello di reagire all’offesa in modo passivo, aspettando che il compagno si stanchi di prenderlo in giro.

Nel primo caso, il rischio è quello di permettere che un figlio cresca in modo violento e che, a volte, reagisca in modo spropositato per un «non nulla». Nel secondo caso, invece, c’è il pericolo di vedere il bambino succube degli altri o – peggio ancora – insicuro di sé perché «forse quello che dicono di me è vero». Di crescere, insomma, con la convinzione di essere «l’eterno sfigato», quello che non conta nulla e che deve sopportare qualsiasi tipo di vessazione perché gli altri sono migliori e più forti di lui.

Come insegnare i bambini a difendersi, a reagire ad un’offesa? Per gli esperti in materia, la soluzione sta nel mezzo a quelle due opzioni. È quello ce si chiama «atteggiamento assertivo». In poche parole: ti faccio capire che hai sbagliato ma non ti aggredisco. Mi faccio rispettare e, nel frattempo, non mi abbasso al tuo livello. Una soluzione sostenibile? Non sempre, certo. Se chi vuole provocare va avanti, il rischio che la situazione degeneri è concreto. Ma può essere una base per insegnare ai bambini che esiste la possibilità di respingere un’offesa senza muovere per forza le mani.

Come genitore cosa posso fare per insegnare ai bambini a difendersi?

Una delle cose più complicate da fare quando si pensa a come insegnare ai bambini a difendersi è quella di convincere il figlio a riflettere prima di reagire in un modo o in un altro. A «contare fino a 100», insomma. A questo si arriva soltanto parlando con il bambino e aiutandolo a distinguere i motivi per cui ha ricevuto un’offesa, verbale o fisica che sia. Se si tratta, insomma, della semplice provocazione di un bullo che non ha un altro modo per divertirsi o che vuole farsi vedere grande dagli altri oppure se si tratta di una reazione di rabbia per qualche episodio isolato.

Ed è qui che si può tentare di insegnare ai bambini a difendersi con quella via di mezzo citata prima, con quell’atteggiamento assertivo di cui parlano gli esperti. Bisognerebbe convincere il figlio del fatto che reagire «di stomaco» è l’ultima delle cose a cui pensare, perché, sostanzialmente, non ne vale la pena. Piuttosto (e a volte per l’aggressore può risultare più disarmante che sentirsi ritornare lo schiaffo o l’insulto) chiedere al compagno il perché della sua offesa e cercare di chiarire le cose con le buone, prima di adottare altri metodi più «pratici».

Per arrivare a questo, è fondamentale comprendere come reagiscono i figli ad un episodio di violenza, fisica o verbale e quali conseguenze hanno avuto i loro gesti. Se, ad esempio, hanno fatto a sberle con un compagno oppure hanno avuto una discussione molto accesa con lui a scuola, che cosa hanno fatto gli insegnanti, che tipo di punizione hanno ricevuto e come l’hanno incassata. È un modo per farli capire le conseguenze delle loro azioni e delle loro reazioni, affinché, la prossima volta, imparino a difendersi con la testa prima che con la lingua o con le mani evitando di passare ingiustamente dalla parte del torto.

Come genitore devo intervenire per difendere mio figlio?

Lo dicevamo prima: in linea generale, meglio che se la sbrighino da soli. Pensando a come insegnare ai bambini a difendersi, optare per agire come genitori ogni volta che il figlio ha un problema significa farlo crescere insicuro e dipendente sempre dall’intervento di mamma o di papà. Oltretutto, questo non farebbe che complicare ancor di più la situazione: 99 volte su 100 questo comporta ulteriori prese in giro da parte dei compagni, che vedono nel nostro figlio una persona incapace di difendersi da sola.

Ovviamente non si può vivere in eterno con le fette di patate negli occhi. Se la situazione diventa grave (un episodio di particolare violenza, un cambio comportamentale del figlio perché vittima di un sistematico bullismo o di pesanti abusi), oltre a parlare con il ragazzo non guasta fare due chiacchiere con l’insegnante o – in casi estremi – con i genitori del bullo. Il tutto, però, nel clima più sereno possibile, anche se si deve essere determinati a risolvere la situazione.

Altro aspetto non indifferente per insegnare ai bambini a difendersi è quello di convincere loro a non avere mai paura di chiedere aiuto. Una situazione che il figlio non sa gestire, per banale che possa sembrare all’inizio, può essere risolta se il bambino impara a parlarne subito con i genitori. Saranno questi ultimi a dare al problema il giusto peso e ad aiutare il ragazzino ad affrontarlo senza che diventi per lui un incubo o un motivo di frustrazione.

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Autore immagine: Pixabay.com

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