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Un avvocato può rifiutarsi di difendermi?

9 febbraio 2018 | Autore:


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Se sono un criminale oppure non ho i soldi ho diritto comunque ad un difensore? Chi è l’avvocato d’ufficio? Che succede se non dico la verità al legale?

Vi sarà capitato di sentire qualche notizia di cronaca nera, magari riguardante un episodio particolarmente efferato, e di chiedervi come si fa a difendere un criminale che ha commesso il fatto. Possibile che un legale assuma l’incarico per alleggerire la pena di un soggetto simile? Domanda legittima, per carità. Che trasportata al punto di vista dell’imputato diventa questa: un avvocato può rifiutarsi di difendermi? E può farlo anche se devo rivendicare i miei diritti ma non ho i soldi per pagarmi un bravo legale?

La risposta la si trova nella Costituzione ed in più passaggi del Codice deontologico forense, quello, cioè, che detta le norme di comportamento degli avvocati. Come qualsiasi professionista (un notaio, un giornalista, un commercialista) anche un legale ha l’obbligo di rispettare le regole contenute nel suo Codice di categoria. Il quale contiene un particolare passaggio che risolve il nostro dubbio: un avvocato può rifiutarsi di difendermi? Senza un giustificato motivo, no. Vediamo perché.

Un avvocato è obbligato a difendermi?

La Costituzione stabilisce il diritto di ogni cittadino ad essere difesi in tribunale. In particolare, la Carta sancisce che «la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari» [1].

Il Codice deontologico forense, all’articolo 11, spiega il «dovere di difesa» in questi termini: «L’avvocato deve prestare la propria attività difensiva anche quando ne sia richiesto dagli organi giudiziari in base alle leggi vigenti.»

Appare, dunque, evidente che un avvocato non può rifiutarsi di difendermi negandomi un diritto sancito dalla Costituzione, se non per un motivo più che valido, come può essere il fatto che da tempo siamo acerrimi nemici o per un conflitto di interessi o altro tipo di incompatibilità professionale. Ma non perché gli sto antipatico o perché sono un criminale estremamente pericoloso che gli porterebbe qualche fastidio nel caso mi portasse all’assoluzione o a una consistente riduzione della pena.

Un avvocato d’ufficio può rifiutarsi di difendermi?

Quando un avvocato viene nominato d’ufficio ha l’obbligo – quando è fattibile – di comunicare al suo assistito la facoltà di quest’ultimo di scegliersi un legale di fiducia, mettendolo anche a conoscenza del fatto che dovrà pagare un onorario sia che si faccia difendere da lui sia che scelga un altro avvocato.

Tuttavia, il professionista può subire una sanzione disciplinare nel momento in cui rifiuti di operare in gratuito patrocinio oppure, prestando tale attività, pretenda dei soldi dal suo assistito.

I Consigli dell’Ordine Forense sono tenuti a stilare un elenco di avvocati che l’autorità giudiziaria può indicare come difensori d’ufficio. Il legale chiamato a prestare tale attività può essere sostituito solo per giustificato motivo [2].

Se sono un criminale, l’avvocato può rifiutarsi di difendermi?

Così come l’avvocato è tenuto a creare un rapporto di fiducia con il suo assistito, anche l’indagato o imputato dovrebbe rispettare questo stesso patto, se non altro perché gli conviene essere difeso da un legale che si fida della sua versione dei fatti.

Appurato, comunque, che sono palesemente responsabile di una serie di crimini (perché dimostrato che sono a capo di una cosca o perché colto con le mani nel sacco), l’avvocato può rifiutarsi di difendermi? Teoricamente no. E questo nonostante si senta porre in giro quella domanda a cui abbiamo fatto cenno all’inizio: possibile che un legale assuma l’incarico per alleggerire la pena di un soggetto simile?

In realtà il concetto è diverso da come viene suggerito con questa domanda. C’è da ricordare, infatti, che un avvocato difende l’imputato ma non giustifica il reato da questi commesso. Per questo, il legale non può rifiutare a priori la difesa di una persona anche se sa che si tratta di uno stupratore o di un mafioso. Semmai, quello che può fare e non accettare un incarico perché manca il rapporto di fiducia.

Pensate al valore che ha il fatto che ogni persona, anche quella che ha commesso il reato più infame, abbia il diritto di essere assistito da un avvocato e di avere un giusto processo (a quello serve il legale, non a giustificare ciò che l’imputato abbia fatto o non fatto): si dimostra che in uno Stato di diritto chiunque può avere questo tipo di garanzia, senza giudizi sommari coreani o facili vendette.

Si parte, dunque, dalla presunzione di innocenza, anche quando l’imputato confessa: sta dicendo la verità o quella versione dei fatti è condizionata da qualcuno?

L’avvocato ha il dovere di difendere il suo assistito utilizzando soltanto le prove a suo favore e che siano vere, quindi non delle false prove architettate a tavolino [3].

Cosa fa l’avvocato se l’assistito non dice la verità?

L’avvocato sa bene che il suo assistito non è tenuto a dire la verità o a confessare qualcosa che lo possa nuocere. Lo dice il sistema processuale, non l’imputato. Pertanto è una scelta di quest’ultimo giocare le sue carte in questo senso anche alle spalle del suo legale.

Questo non vuol dire che anche l’avvocato debba consapevolmente mentire, anzi: il suo dovere è quello di riportare la verità che lui conosce, quella su cui basa la propria strategia difensiva. Se non lo facesse, verrebbe sanzionato con alcuni mesi di sospensione dall’esercizio della professione. L’unica alternativa che gli resterebbe, se l’imputato insistesse nel dichiarare il falso e tentasse di portarlo a fare altrettanto, sarebbe quella di lasciare l’incarico.

note

[1] Art. 24 Costituzione italiana.

[2] Art. 97 cod. proc. pen.

[3] Art. 14 Cod. deont. forense.


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