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Insegnanti: quali possibili reati sugli alunni?

31 dicembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 dicembre 2017



Se l’insegnante esagera nel suo ruolo può essere penalmente responsabile. Le differenze tra l’abuso di correzione e i maltrattamenti.

Molto spesso i giornali, i telegiornali o le pagine di internet raccontano e riportano episodi di maltrattamenti subiti dagli alunni nell’ambito scolastico. Per fortuna non sempre si tratta di episodi clamorosi. Spesso, infatti, il comportamento illecito della maestra o del docente è stato semplicemente eccessivo. In altri termini, sappiamo che il ruolo dell’insegnante è di natura correttiva ed educativa dello studente, ma siamo anche consapevoli che nel perseguire questo obiettivo, il docente non può certamente esagerare, utilizzando strumenti o metodi non consentiti dalla legge. Ed allora, un insegnante, quali reati potrebbe compiere sugli alunni?

Insegnanti: l’abuso di correzione

È noto che la scuola non è soltanto un luogo dove gli studenti imparano e crescono maturando conoscenze ed esperienze. È infatti anche un posto dove il minore è educato ed accudito. In altre parole, l’ambito scolastico è quello che più si avvicina all’ambiente familiare, la cui importanza è ovviamente ben nota. Ebbene, alla luce dei predetti presupposti, appare evidente l’importanza del ruolo dell’insegnante e la necessità che quest’ultimo si comporti in maniera adeguata. Se quindi da un lato è fondamentale che il docente insegni ed educhi il minore, al pari quasi di un genitore, non deve assolutamente abusare in questo compito, eccedendo nelle modalità e negli effetti. Se lo fa commette il reato di abuso di mezzi di correzione o disciplina.

Abuso di mezzi di correzione o disciplina: quale reato?

Al docente spetta il potere, ma soprattutto il compito di insegnare ed educare i ragazzi sottoposti ai suoi insegnamenti ed alla sua vigilanza. Nell’esercizio di questi compiti, ad esempio, deve correggere le intemperanze del minore, assegnandogli la classica nota disciplinare o facendo convocare i suoi genitori per richiamare il ragazzo e segnalarne i comportamenti poco corretti. Oppure, sempre ad esempio, verificato lo scarso rendimento dell’alunno può imporgli un supplemento di compiti da assolvere, magari anche per correggere il comportamento volutamente svogliato del minore. Detto ciò, l’insegnante non può certo umiliare lo studente imponendogli di scrivere sul quaderno “sei un deficiente” oppure costringendolo ad assumere un comportamento altrettanto umiliante. In altre parole, lo scopo lecito non salva o giustifica il docente se realizzato in modo illecito. Pertanto, commette il reato di abuso di mezzi di correzione o disciplina [1] l’insegnante che abusando del proprio ruolo e dei propri compiti assume un comportamento con lo studente tale da poter generare il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente dell’alunno. Se la maestra di turno compie questo reato, rischia la condanna alla reclusione fino a sei mesi.  Ma se invece commette violenza, qual è il reato attribuibile all’insegnante responsabile?

Maltrattamenti commessi dagli insegnanti: in quali casi?

Abbiamo visto che gli scopi educativi e correttivi dell’insegnante non possono in alcun modo autorizzarlo al compimento di atti diretti ad umiliare o soltanto potenzialmente danneggiare l’alunno. Ebbene se nello svolgimento delle proprie mansioni il docente addirittura usa violenza nei confronti del minore, il reato è ancora più grave. Si tratta, in particolare, del reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi [2], applicabile anche agli insegnanti, in virtù del fatto che gli alunni sono a loro affidati per ragioni educative, istruttive e di vigilanza. Quindi se il docente vuole riprendere un ragazzo intemperante o correggerne le carenze nello studio non può certamente fare uso della violenza fisica [3], ad esempio con urla esagerate o con percosse di vario genere (tra le tante, ad esempio, le tirate di capelli). Se l’insegnante supera questo limite rischia una condanna da due a sei anni.

note

[1] Art. 571 cod. pen.

[2] Art. 572 cod. pen.

[3] Cass. pen. sent. n. 40959/2017.

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