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Persecuzione su Facebook: è reato di stalking

31 dicembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 dicembre 2017



Pubblicazione di post e video su Facebook per turbare la vittima: è reato di stalking se gli atti persecutori provocano un grave stato di ansia e timore in chi li subisce.

Lo stalking può essere perpetrato in tanti modi e con strumenti diversi: i social network sono uno di questi e si possono rivelare particolarmente incisivi per turbare le vittime, già solo per l’esponenziale diffusione di contenuti offensivi e di minaccia che inevitabilmente condizionano lo stato d’animo e, purtroppo spesso, l’intera vita di chi è costretto a subire.

Una recente sentenza la Cassazione [1], proprio con riguardo allo stalking su Facebook, ha precisato che i messaggi e filmati postati sui social network possono integrare il reato di atti persecutori (comunemente detto «stalking»). Secondo i giudici l’attitudine dannosa della condotta non è tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minacce per via telematica, quanto quella di diffondere fra gli utenti della rete dati, veri o falsi, fortemente pregiudizievoli e fonte di inquietudine per la parte offesa.

Affinchè si possa parlare di stalking è, tuttavia, necessario che le condotte persecutorie siano reiterate e provochino effettivamente un turbamento psicologico: queste possono consistere in pedinamenti, telefonate ed sms insistenti, continui attacchi e minacce sui social network ecc.

Stalking: quando c’è reato

Lo stalking (o più precisamente reato di atti persecutori) si configura quando, con condotte reiterate, si minaccia o molesta qualcuno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura o da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva o da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita [2].

Salvo che il fatto costituisca più grave reato (per esempio lesioni o violenza sessuale), lo stalking è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità, o con armi o da persona travisata.

Quanto devono durare le persecuzioni per essere punibili?

ll reato di stalking non richiede una particolare durata temporale delle condotte persecutorie; al contrario è sufficiente la semplice reiterazione delle stesse,: il che si può avere anche in due soli episodi di minaccia o molestia [3].

Ciò che conta è che tali condotte siano state tali da creare un turbamento emotivo nella vittima e, in particolare, abbiano:

  • provocato un perdurante e grave stato d’ansia o di paura nella vittima,
  • ingenerato in essa un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di altra persona a lei legata;
  • o costretto la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita (per esempio cambiare lavoro, scuola, gruppo di amici).

Come si prova lo stalking

Per ottenere la condanna dello stalker, è sufficiente fornire in giudizio la prova dei comportamenti di minaccia e molestia da questi posti in essere e idonei a ingenerare nella vittima stato di ansia e paura, timore per la propria incolumità o quella di un prossimo congiunto, costrizione a cambiare le proprie abitudini quotidiane.

Deve trattarsi, dunque, di condotte che hanno provocato una destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psico-fisico della vittima.

A tal proposito occorre dare la prova, per esempio, di: pedinamenti, telefonate, sms o mail insistenti, visite indesiderate (eventualmente anche ai familiari della vittima).

La prova può essere data tramite le dichiarazioni di testimoni che abbiano assistito agli episodi di stalking, l’esibizione dei messaggi e delle mail minacciose, dei tabulati telefonici, delle registrazioni delle telefonate ecc.

L’importanza delle dichiarazioni della vittima

Le dichiarazioni della stessa vittima, in merito alla descrizione della condotta dello stalker e alle ripercussioni sulla propria vita, hanno un ruolo fondamentale, in quanto possono, anche da sole, fondare la condanna per stalking; ciò a condizione che la vittima sia credibile e che i suoi racconti siano attendibili.

Il giudice infatti valuta liberamente le dichiarazioni della vittima costituitasi parte civile e decide se esse debbano essere integrate con altri riscontri probatori o siano da sole sufficienti a dimostrare il reato di atti persecutori perpetrato dall’imputato.

Servono certificazioni mediche per provare lo stalking?

Secondo la Cassazione [4], potrebbe non essere richiesta la prova documentata del turbamento dello stato psicologico che le condotte dello stalker hanno provocato nella vittima. Non sarebbe quindi necessario, ma potrebbe comunque essere opportuno, esibire la documentazione medica che attesti le lesioni psichiche della vittima e il nesso causale fra le stesse e le persecuzioni reiterate dello stalker.

Ciò in quanto basta la prova dei fatti che, in quanto persecutori, fanno scattare la condanna per reato di stalking.

Peraltro, non servirebbe la prova di un danno alla salute psichica della vittima, essendo sufficiente il turbamento della sua serenità.

note

[1] Cass. sent. n. 57764 del 28.12.2017.

[2] Art. 612bis cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 46331/2013.

[4] Cass. sent. n. 20531/2014.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 28 novembre – 28 dicembre 2017, n. 57764
Presidente Palla – Relatore Morelli

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Torino ha confermato la sentenza del Tribunale di Biella che aveva condannato F.G. alla pena di giustizia ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile, in quanto colpevole del delitto di atti persecutori in danno di T.S. .
2. Propone ricorso il difensore dell’imputato articolando due motivi di censura.
Con il primo motivo si deducono vizi motivazionali in quanto i giudici di merito avrebbero fondato il proprio convincimento sulla base delle sole affermazioni della parte offesa, senza considerare che l’imputato aveva agito in quanto la donna aveva svelato a sua moglie la relazione extraconiugale che li legava, aggiungendo uno spiacevole accenno al fatto che non potesse avere figli, circostanza che aveva scatenato la reazione rabbiosa, ma circoscritta, dell’uomo.
Le restanti condotte denunziate dalla parte offesa, pedinamenti ed appostamenti, sarebbero frutto, a dire del ricorrente, di una mera percezione soggettiva della donna.
2.1. Con il secondo motivo si deduce violazione di legge con riferimento alla ritenuta sussistenza dell’evento, non essendo stato provato né lo stato d’ansia né il mutamento delle abitudini di vita.
Sotto altro profilo, si sostiene l’impossibilità di configurare il reato in esame quando l’attività asseritamente persecutoria sia realizzata attraverso Facebook.

Considerato in diritto

1. Va premesso che le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, possono da sole, senza la necessità di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal caso, essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. A tal fine è necessario che il giudice indichi le emergenze processuali determinanti per la formazione del suo convincimento, consentendo così l’individuazione dell’iter logico-giuridico che ha condotto alla soluzione adottata; mentre non ha rilievo, al riguardo, il silenzio su una specifica deduzione prospettata con il gravame qualora si tratti di deduzione disattesa dalla motivazione complessivamente considerata, non essendo necessaria l’esplicita confutazione delle specifiche tesi difensive disattese ed essendo, invece, sufficiente una ricostruzione dei fatti che conduca alla reiezione implicita di tale deduzione senza lasciare spazio ad una valida alternativa (Sez. 5, Sentenza n. 1666 del 08/07/2014 Ud. – dep. 14/01/2015 – Rv. 261730).
1.1. La sentenza impugnata si pone nel solco della giurisprudenza richiamata e premette una valutazione di attendibilità della persona offesa, anche in considerazione della presenza di riscontri alle sue accuse, quali le parziali ammissioni dell’imputato, la lettura dei messaggi telefonici e la visione del profilo Facebook.
I giudici di merito analizzano, poi, compiutamente tutte le condotte poste in essere dall’imputato, protratte nel tempo e consistite in sms dal contenuto ingiurioso e minaccioso, nella creazione di un profilo Facebook altamente offensivo nei riguardi della persona offesa e in ripetuti appostamenti e pedinamenti.
È da escludere, per la protrazione delle condotte, che esse fossero dovute ad un moto di rabbia dovuto alla rivelazione alla moglie della relazione extraconiugale.
La Corte d’Appello ha anche dato conto, a pagina 4 della motivazione, delle ragioni per cui gli appostamenti e pedinamenti erano tali e non ascrivibili ad una mera percezione soggettiva della vittima.
1.2. Quanto all’evento, si è precisato che vi è prova della prescrizione di ansiolitici e del ricorso alla psicoterapia (deposizione del medico curante) e che tali prescrizioni non avvengono sulla base di una sintomatologia meramente dichiarata ma a seguito di una valutazione anamnestica e diagnostica, sicché è del tutto infondato l’argomento addotto dal ricorrente.
La ritenuta credibilità della parte offesa ha indotto a ritenere provato anche il mutamento delle abitudini di vita da lei riferito, consistito nel cambiamento di lavoro, nella decisione di non frequentare più certi luoghi, di non uscire sola.
Sul punto, il ricorso si limita a contestare l’attendibilità della parte offesa in termini generici e senza allegare alcun dato che la incrini, con riferimento alle circostanze addotte.
La prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, è stata correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando la sua astratta idoneità a causare l’evento, in ossequio alla costante giurisprudenza di legittimità, fra cui, da ultimo Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017 Rv. 269621.
1.3. Evidentemente, posto che la creazione di un profilo Facebook dai contenuti fortemente denigratori in danno della parte offesa rappresenta soltanto una delle modalità con cui si è estrinsecata la condotta persecutoria, il ritenere che si tratti o meno di una condotta idonea ad integrare il reato di cui all’art.612 bis c.p. assume scarso rilievo.
Va, comunque, osservato che la giurisprudenza ammette che messaggi o filmati postati sui social network integrino l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori (Sez. 6, n. 32404 del 16/07/2010 Rv. 248285) e l’attitudine dannosa di tali condotte non è, ai fini che ci occupano, tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minacce per via telematica, quanto quella di diffondere fra gli utenti della rete dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa.
Posto che l’imputato creò un profilo Facebook denominato ” lapidiamo la rovina famiglie”, in cui erano postate foto, filmati e commenti con riferimenti impliciti ed espliciti alla parte offesa ed alla sua relazione con l’imputato, è del tutto irrilevante che la vittima potesse ignorarli semplicemente non accedendo al profilo, in quanto l’attitudine dannosa è riconducibile alla pubblicizzazione di quei contenuti.
2. I motivi di ricorso sono quindi, nella loro interezza, manifestamente infondati; alla declaratoria di inammissibilità segue, per legge (art. 616 c.p.p.), la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché, trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso (Sez. 2, n. 35443 del 06/07/2007 Rv. 237957), al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 2.000. 2.1. Va, inoltre, disposta la condanna alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che si liquidano in Euro 2.457 oltre accessori di legge, tenuto conto della natura della causa e dell’impegno professionale. Tale somma è liquidata in favore dell’Erario, poiché la parte civile è ammessa al patrocinio a spese dello Stato.
2.2. La natura del reato impone particolari cautele nella diffusione del presente provvedimento, per il cui caso si dispone che siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla rifusione, in favore dell’Erario, delle spese di parte civile che liquida in complessivi Euro 2.547 oltre accessori di legge.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03.

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