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Auto usata: se l’anno di immatricolazione è diverso come difendersi?

2 gennaio 2018


Auto usata: se l’anno di immatricolazione è diverso come difendersi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 gennaio 2018



Come tutelarsi dalla truffa per l’acquisto dell’auto di seconda mano quando il venditore dichiara una data di immatricolazione più recente.

Hai da poco acquistato un’auto usata. Dopo aver trovato una buona offerta su internet, hai contattato il venditore e ti sei fatto spedire le foto del veicolo. La macchina ti è sembrata in perfette condizioni, tenuto conto del tempo, dell’utilizzo e del prezzo di vendita. Così hai fissato un appuntamento con il proprietario per il ritiro del mezzo e il passaggio di proprietà. Lì ti sei presentato con un meccanico di tua fiducia il quale, prima che tu consegnassi l’assegno, ha verificato che tutte le parti elettriche e il motore fossero a posto; ha persino fatto un giro di prova. «Sembra che non ci siano problemi» ti ha detto e, così, hai pagato il prezzo e sei tornato a casa con l’auto di seconda mano. Senonché, adesso, ti sei accorto che l’anno di immatricolazione del veicolo è diverso da quello che dichiarato dal venditore in sede di trattative: la macchina insomma è più vecchia di due anni. Questo non incide sulla sua funzionalità che, comunque, resta ugualmente in buone condizioni, ma ne diminuisce il valore di mercato nel caso in cui volessi procedere alla sua vendita. Pertanto sorpreso e amareggiato per l’inganno subìto, contatti di nuovo il venditore per ottenere la riduzione del prezzo e una parziale restituzione dei soldi che gli hai già versato. Lui però non ne vuole sapere: si è trattato di una dimenticanza a cui tu potevi ovviare se, in sede di verifica del mezzo, avessi aperto il libretto di circolazione e controllato tu stesso i documenti. Chi dei due ha ragione? In caso di vendita di auto usata, come difendersi se l’anno di immatricolazione è diverso rispetto a quello indicato in sede di trattative? La risposta è stata fornita da una recente sentenza del tribunale di Pordenone [1]. Ecco cosa ha detto il giudice friulani.

Quando, prima di un contratto, una parte raggira l’altra per indurla a concludere l’accordo, nascondendole circostanze determinati ai fini della valutazione del buon affare, il contratto è annullabile. Ma attenzione: l’annullabilità – che va richiesta al giudice entro massimo cinque anni dalla scoperta dell’inganno – scatta solo se risulta che, in assenza di tali raggiri, l’altro soggetto non avrebbe mai concluso il contratto. Ad esempio, in caso di vendita di auto usata con un motore rotto o non originale. Invece, se risulta che l’accordo sarebbe stato ugualmente concluso, ma a condizioni diverse (ad esempio, ad un prezzo più basso come nel caso di lieve ammaccatura del parafango), il contratto resta valido ma è possibile chiedere una riduzione del corrispettivo o una parziale restituzione del prezzo già versato. È questo il senso delle due norme racchiuse nel codice civile in materia di «dolo» e che stabiliscono quanto segue:

«Il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati da uno dei contraenti sono stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe contrattato (…) [2]».

«Se i raggiri non sono stati tali da determinare il consenso, il contratto è valido, benché senza di essi sarebbe stato concluso a condizioni diverse; ma il contraente in mala fede risponde dei danni [3]».

Sempre il codice civile stabilisce che, tutte le volte in cui due soggetti stanno per stipulare un contratto e stanno quindi conducendo le trattative, hanno l’obbligo di informarsi reciprocamente su tutte le questioni inerenti alla valutazione dell’affare e a non tacere nulla di cui sono a conoscenza. Questo dovere di informazione fa scattare, in caso di violazione, una responsabilità che, come detto, varia dalla possibilità di chiedere l’annullamento del contratto (nei casi più gravi) alla semplice riduzione del prezzo (nei casi in cui il dolo è meno rilevante).

Su questo principio fa leva la sentenza in commento che chiarisce: «in materia contrattuale, durante la fase delle trattative, la parte contraente deve comportarsi secondo buona fede e correttezza, ossia deve rendere nota la controparte di tutte le informazioni in suo possesso, senza occultare o alterare fatti la cui conoscenza sia indispensabile per la corretta formazione della volontà contrattuale. In caso di riscontrato inganno nella formazione del consenso, la parte che ha violato l’obbligo di buona fede è tenuta a risarcire il danno commisurato al minor vantaggio o al maggior aggravio economico prodotto» (è il cosiddetto danno «da interesse positivo differenziale»).

Leggi anche Acquisto auto usata: le verifiche da fare.

Ritorniamo all’ipotesi in cui l’acquisente si accorge che l’anno di immatricolazione dell’auto usata è diverso da quello dichiarato dal venditore. Se si tratta di una differenza minima (ad esempio uno o due anni) che non incide sulla funzionalità del mezzo, il contratto non è annullabile, ma è dovuta la restrizione di parte del prezzo a titolo di risarcimento del danno. In particolare, per il Tribunale il danno subito dall’acquirente può essere determinato nella somma pari alla differenza tra il prezzo effettivamente corrisposto al momento dell’acquisto e il valore reale dell’autovettura all’epoca della vendita, così come risultante dalle quotazioni di mercato.

note

[1] Trib. Pordenone, sent. n. 572/2017 del 25.07.2017.

[2] Art. 1439 cod. civ.

[3] Art. 1440 cod. civ.

Tribunale di Pordenone Sezione – civile – Sentenza 25 luglio 2017 n. 572

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI PORDENONE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott.ssa Chiara Ilaria Risolo ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1834/2012 promossa da:

(…), ((…)), con il patrocinio dell’avv.to BR.MI. per mandato a margine dell’atto di citazione e con domicilio eletto presso lo studio del difensore in VIA (…), PORDENONE;

ATTORE

contro

(…) (C.F. (…)), in persona del legale rappresentante pro tempore, con il patrocinio dell’avv.to PI.VI. per mandato a margine della comparsa di risposta e con domicilio eletto presso lo studio del difensore in BORGO (…), PORTOGRUARO;

CONVENUTO

Oggetto: risarcimento dei danni per dolo incidente ex art. 1440 c.c.; riduzione del prezzo e/o risarcimento dei danni per difetto di conformità.

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

All’esito dello svolgimento dell’odierno processo, in cui il sottoscritto magistrato è subentrato nell’assegnazione del fascicolo (all’udienza di precisazione delle conclusioni), esaminate le domande, le difese e le opposizioni ivi svolte dalle parti e sintetizzate nelle conclusioni riportate in epigrafe, la materia del contendere può compendiarsi nei seguenti punti:

1) in primo luogo, pacifico che le parti hanno concluso un contratto di compravendita di autoveicolo (…) targato (…) per il prezzo di Euro 5.500,00, si pone la questione se può dirsi perpetrato ai danni dell’attrice il dolo incidente ai sensi dell’art. 1440 c.c. e se la convenuta può, di conseguenza, dichiararsi condannata al risarcimento del danno pari alla differenza tra il prezzo corrisposto e il minor valore dell’autovettura all’epoca della vendita;

2) in secondo luogo, se può dirsi sussistente un difetto di conformità dell’autoveicolo al momento dell’acquisto e per l’effetto se può condannarsi la convenuta al pagamento, in favore dell’attrice di una somma a titolo di riduzione del prezzo di acquisto e/o di risarcimento del danno patito.

Acquisiti i documenti prodotti da parte attrice, valorizzate le testimonianze assunte (con particolare riferimento ai testi (…), (…) e (…), della attendibilità e genuinità dei quali non V’è

ragione di dubitare, mentre il teste (…) non ha fornito elementi utili ai fini del decidere) la domanda merita accoglimento solo in parte, per le ragioni che seguono.

Preliminarmente occorre osservare che la parte inizialmente rimasta contumace che sceglie poi di costituirsi tardivamente deve accettare il processo nello stato in cui si trova al momento in cui si costituisce, con tutte le preclusioni e decadenze già verificatesi (cfr. Cass. 16265/2003; 2132/2017).

Ne consegue che parte convenuta, costituitasi nella fase di assunzione delle prove, è decaduta dall’eccezione di prescrizione dell’azione, avanzata nella propria comparsa tardiva, nonché dalla produzione documentale rispetto alla quale era già spirato il termine ultimo della seconda memoria ex art. 183, sesto comma, n. 2 c.p.c. e non risulta che i documenti in questione siano sorti dopo le anzidette preclusioni oppure non siano stati prodotti prima per causa non imputabile alla convenuta.

Tanto premesso, nel merito deve ritenersi provato che la convenuta abbia dichiarato all’attrice, al momento della conclusione della vendita, quale data di immatricolazione dell’autoveicolo l’anno 2003, mentre l’anno della “prima” immatricolazione dello stesso è in realtà il 2001; tale circostanza risulta, invero, dalla documentazione prodotta da parte attrice, da cui si evince che nella fattura relativa alla vendita dell’autovettura l’anno di immatricolazione dichiarato dalla convenuta è il 2003 (v. doc. n. 2), mentre dalla carta di circolazione (v. doc. n. 3) dell’autoveicolo risulta che l’anno della “prima immatricolazione” (sotto la voce “B” del documento) è il 2001. Inoltre le testimonianze assunte hanno confermato che il legale rappresentante della convenuta, F.G. ha dichiarato al padre dell’attrice che l’autoveicolo per cui è causa è stato immatricolato nel 2003 (v. in particolare, il teste S.B.) e che i documenti relativi all’autoveicolo sono stati spediti dalla Gi. all’agenzia (…) solo in data 2 giugno 2010, dopo la conclusione del contratto in data 1 giugno 2010 (v. in particolare, il teste (…)).

Il contraente non ha diritto di occultare i fatti la cui conoscenza sia indispensabile alla controparte per una corretta formazione della propria volontà contrattuale; nel caso di specie, pertanto, l’accertamento del perpetrato inganno nella formazione del consenso comporta che il contraente, il quale abbia violato l’obbligo di buona fede, è responsabile del danno provocato dal suo comportamento illecito, commisurato al “minor vantaggio” ovvero al “maggior aggravio economico” prodotto dallo stesso (cfr. Cass. 5965/2012).

Ne consegue che essendo stata l’autovettura immatricolata nel 2001 e avendo al momento della conclusione della vendita circa 165.000 km (dato pacifico tra le parti), appare equo stimare il risarcimento del danno patito dall’attrice nella somma pari alla differenza tra il prezzo effettivamente corrisposto (Euro 5.500,00) e il valore reale dell’autovettura all’epoca della vendita (Euro 2.280,00 secondo la documentazione allegata da parte attrice, v. doc. n. 9, da ritenersi in linea con le quotazioni di mercato), per un valore di Euro 3.372,00, somma che rivalutata all’attualità secondo gli indici Istat, ammonta ad Euro 3.554,00.

Non può invece dirsi sufficientemente provata la seconda domanda dell’attrice.

Sul punto, le testimonianze di (…) e di (…) non contribuiscono a confermare la tesi dell’attrice in ordine alla sussistenza del difetto di conformità dell’autoveicolo al momento dell’acquisto. Il primo ha dichiarato che potrebbe essere probabile che l’attrice abbia saputo che l’autovettura era stata incidentata solo al ritiro del tagliando, spiegando una sua personale presunzione che, tuttavia, non può essere presa in considerazione ai fini del decidere; il secondo, meccanico dell’autofficina (…) che ha eseguito le riparazioni sull’autovettura, ha dichiarato “prima di acquistare l'(…) per cui è causa il sig. (…) ce la fece provare e nulla riscontrammo di difettoso” ((…) è il padre dell’attrice ed ha aiutato la figlia nel compiere l’acquisto); la dichiarazione del teste, della cui attendibilità non v’è ragione di dubitare, non consente di ritenere provata la tesi attorea circa la sussistenza del difetto di conformità.

Ne consegue che, in accoglimento della sola prima domanda, la convenuta (…) Sas sarà condannata a corrispondere a titolo di risarcimento del danno nei confronti dell’attrice la somma di Euro 3.554,00, oltre interessi legali.

L’esito del giudizio, che vede la reciproca soccombenza delle parti, legittima l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pordenone in composizione monocratica, definitivamente pronunciando nella causa n. 1834/2012 R.G., ogni diversa domanda, istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:

accoglie la domanda e, per l’effetto, condanna (…) al pagamento, in favore di (…), della somma di Euro 3.554,00, oltre interessi legali dalla domanda al saldo;

dichiara integralmente compensate tra le parti le spese di lite. Così deciso in Pordenone il 17 luglio 2017.

Depositata in Cancelleria il 25 luglio 2017.

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