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Lo sai che? Come far oscurare il proprio nome da una sentenza

Lo sai che? Pubblicato il 3 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 gennaio 2018

È legittimo pubblicare una sentenza per esteso con i nomi delle parti, senza che questi siano oscurati con gli omissis?

Sei stato coinvolto in una causa; la vicenda è piuttosto imbarazzante e in mezzo c’è anche la Procura della Repubblica. Con grossa difficoltà, sei riuscito a tenere la notizia riservata, lontana dai giornali e dalle cronache locali. Ora però che tutto è finito vorresti dimenticare al più presto questi lunghi anni in cui hai dovuto soffrire tra tra avvocati e giudici, cancellerie e uffici pubblici. Senonché, con tua massima sorpresa, dopo qualche mese ti accorgi che il provvedimento del tribunale è stato commentato da alcuni rotocalchi nazionali: il caso, da un punto di vista giuridico, ha rappresentato un precedente importante – affermano i cultori del diritto – e, pertanto, merita di essere diffuso, anche (e soprattutto) sui siti internet. Purtroppo, insieme al commento tecnico, viene pubblicata anche la sentenza per esteso e, insieme ad essa, c’è il tuo nome. Insomma, ora tutti sanno di te e delle tue vicissitudini giudiziarie. La cosa ti sembra assurda: non dovrebbe trattarsi di dati sensibili, da tenere segreti? Con la certezza che la legge tuteli la tua privacy, scrivi una diffida ai titolari dei giornali online che hanno diffuso il testo della sentenza, ma da parte di questi non c’è alcuna volontà di collaborazione: loro – affermano – si sono limitati a copiare per intero il testo del provvedimento per come pubblicato dal giudice. Chi ha ragione? Cosa prevede la legge sulla privacy e come far oscurare il proprio nome da una sentenza? La risposta è contenuta in una sentenza sentenza della Cassazione [1]. Vediamo cosa hanno detto i giudici supremi.

Il codice della privacy stabilisce che [2] chi è parte in una causa può chiedere al giudice di ordinare, a chiunque voglia pubblicare la sentenza per finalità di informazione giuridica o giornalismo (sia sui giornali tradizionali che su quelli online), di oscurare il proprio nome e le proprie generalità. L’istanza va depositata nella cancelleria del giudice decidente.

L’ordine di oscuramento viene impartito con una annotazione posta in calce alla sentenza (ossia alla fine del provvedimento) ed è predisposto a cura della cancelleria. In questo modo, anche se l’originale della sentenza contiene i dati integrali delle parti – né potrebbe essere altrimenti, poiché in caso contrario non avrebbe alcuna efficacia – chiunque la voglia diffondere dovrà prima cancellare, dal relativo testo e con i tradizionali omissis, il nome, cognome, indirizzo e codice fiscale del soggetto che ha presentato l’istanza.

Non si tratta, in verità, di un diritto vero e proprio, ma di una richiesta che è sempre soggetta alla valutazione del magistrato il quale l’accoglie solo a condizione che vi siano «motivi legittimi» ossia valide ragioni che potrebbero pregiudicare la reputazione della parte e il suo diritto alla riservatezza.

Non è tutto: per far oscurare il proprio nome da una sentenza è necessario presentare la domanda tempestivamente, ossia prima che finisca il processo (o meglio, il grado di giudizio in riferimento al quale verrà emessa la sentenza).

In alcuni casi, però, la pubblicazione del nome delle parti di una causa viene sempre oscurato a prescindere dalla domanda dell’interessato: ciò avviene nei reati di violenza sessuale, per i dati che rivelano l’identità di minori, oppure delle parti nei procedimenti in materia di rapporti di famiglia e di stato delle persone (ad esempio nei procedimenti di interdizione o inabilitazione).

È possibile ottenere l’oscuramento dei propri dati dalla sentenza solo a patto che:

  • vi siano motivi legittimi;
  • si presenti la domanda prima della pubblicazione della sentenza.

note

[1] Cass. sent. n. 55500/17 del 13.12.2017.

[2] Art. 52 L. 196/2003 (codice della privacy).

Cassazione penale, sez. III, 04/07/2017, (ud. 04/07/2017, dep.13/12/2017),  n. 55500

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza n. 30389 del 13 aprile 2016 questa Corte Suprema ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da M.P.G. e F.L.A., riguardo alla sentenza del 30 settembre 2015 della Corte d’appello di Genova, con cui gli stessi erano stati condannati alle pene di giustizia in relazione ai reati di cui agli D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 2 e 8.

2. In relazione a tale sentenza i condannati, con istanza pervenuta in data 11 aprile 2017, hanno richiesto, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, l’oscuramento dei propri dati personali in essa contenuti, la cui presenza avrebbe arrecato loro pregiudizio nei rapporti con gli istituti di credito, che non avevano inteso costituire con loro un rapporto di conto corrente bancario, a causa della pubblicità di tale condanna, determinando in tal modo una discriminazione nei loro confronti.

Con memoria del 16 giugno 2017 hanno ribadito di aver subito un grave pregiudizio nei rapporti con gli istituti di credito a causa del mancato oscuramento dei loro dati personali presenti nella suddetta sentenza n. 30389 del 2016, avendo appreso che tali dati erano conservati nel sito web (OMISSIS), che consentiva di accedere alla pagina web della suddetta sentenza pronunziata nei loro confronti; a causa di tale notizia vari istituti di credito, italiani e stranieri, avevano loro negato di costituire un rapporto di conto corrente o avevano cessato quelli in essere, pregiudicando così anche il loro reinserimento sociale.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

2. iL D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52, codice in materia di protezione dei dati personali, nel disciplinare l’indicazione dei dati personali nei provvedimenti giudiziari, stabilisce che:

“1. Fermo restando quanto previsto dalle disposizioni concernenti la redazione e il contenuto di sentenze e di altri provvedimenti giurisdizionali dell’autorità giudiziaria di ogni ordine e grado, l’interessato può chiedere per motivi legittimi, con richiesta depositata nella cancelleria o segreteria dell’ufficio che procede prima che sia definito il relativo grado di giudizio, che sia apposta a cura della medesima cancelleria o segreteria, sull’originale della sentenza o del provvedimento, un’annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della sentenza o provvedimento in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, l’indicazione delle generalità e di altri dati identificativi del medesimo interessato riportati sulla sentenza o provvedimento.

2. Sulla richiesta di cui al comma 1 provvede in calce con decreto, senza ulteriori formalità, l’autorità che pronuncia la sentenza o adotta il provvedimento. La medesima autorità può disporre d’ufficio che sia apposta l’annotazione di cui al comma 1, a tutela dei diritti o della dignità degli interessati.

3. Nei casi di cui ai commi 1 e 2, all’atto del deposito della sentenza o provvedimento, la cancelleria o segreteria vi appone e sottoscrive anche con timbro la seguente annotazione, recante l’indicazione degli estremi del presente articolo: “In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di….”.

4. In caso di diffusione anche da parte di terzi di sentenze o di altri provvedimenti recanti l’annotazione di cui al comma 2, o delle relative massime giuridiche, è omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi dell’interessato.

5. Fermo restando quanto previsto dall’art. 734-bis c.p. relativamente alle persone offese da atti di violenza sessuale, chiunque diffonde sentenze o altri provvedimenti giurisdizionali dell’autorità giudiziaria di ogni ordine e grado è tenuto ad omettere in ogni caso, anche in mancanza dell’annotazione di cui al comma 2, le generalità, altri dati identificativi o altri dati anche relativi a terzi dai quali può desumersi anche indirettamente l’identità di minori, oppure delle parti nei procedimenti in materia di rapporti di famiglia e di stato delle persone.

6. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche in caso di deposito di lodo ai sensi dell’art. 825 c.p.p.. La parte può formulare agli arbitri la richiesta di cui al comma 1 prima della pronuncia del lodo e gli arbitri appongono sul lodo l’annotazione di cui al comma 3, anche ai sensi del comma 2. Il collegio arbitrale costituito presso la camera arbitrale per i lavori pubblici ai sensi della L. 11 febbraio 1994, n. 109, art. 32, provvede in modo analogo in caso di richiesta di una parte.

7. Fuori dei casi indicati nel presente articolo è ammessa la diffusione in ogni forma del contenuto anche integrale di sentenze e di altri provvedimenti giurisdizionali”.

La richiesta degli interessati, che deve comunque essere sorretta da motivi legittimi, risulta, dunque, soggetta a un preciso di termine di decadenza, dovendo essere presentata prima che sia definito il relativo grado di giudizio.

Quella in esame, presentata dai condannati M. e F. con l’istanza depositata in data 11 aprile 2017, risulta dunque tardiva, essendo successiva alla conclusione del giudizio di legittimità, avvenuta con la lettura del dispositivo della sentenza, resa all’udienza del 13 aprile 2016, la cui motivazione è stata depositata il 18 luglio 2016, e quindi si tratta di richiesta inammissibile, a causa del mancato rispetto del suddetto termine, stabilito a pena di decadenza, come si desume inequivocabilmente dall’impiego del verbo “deve”.

La previsione di tale onere, e della conseguente decadenza per il caso di sua inosservanza, non risulta, poi, irrazionale, essendo conforme ad esigenze di funzionalità e buon andamento della attività giurisdizionale, oltre che di pronta e immediata tutela dei diritti degli interessati, risultando chiaramente inutiliter data una disposizione di oscuramento dei dati successiva alla pubblicazione del provvedimento e alla sua diffusione indiscriminata e senza limiti.

I ricorrenti non hanno, poi, neppure prospettato che si versasse in una ipotesi in cui l’oscuramento dei dati identificativi degli interessati avrebbe dovuto essere disposto d’ufficio, nè ciò emerge dagli atti, posto che il giudizio riguardava reati tributari (violazione del D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 2 e 8 e D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 166), sicchè non è dato ravvisare al riguardo alcuna omissione nell’esercizio dei poteri officiosi attribuiti in materia al Collegio.

3. L’istanza formulata congiuntamente dai ricorrenti deve, pertanto essere dichiarata inammissibile.

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 c.p.p., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa dei ricorrenti (Corte Cost. sentenza 7 – 13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del procedimento, nonchè del versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si determina equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di Euro 2.000,00 ciascuno.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 4 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2017

Art. 52 CODICE DELLA PRIVACY – Dati identificativi degli interessati

1. Fermo restando quanto previsto dalle disposizioni concernenti la redazione e il contenuto di sentenze e di altri provvedimenti giurisdizionali dell’autorità giudiziaria di ogni ordine e grado, l’interessato può chiedere per motivi legittimi, con richiesta depositata nella cancelleria o segreteria dell’ufficio che procede prima che sia definito il relativo grado di giudizio, che sia apposta a cura della medesima cancelleria o segreteria, sull’originale della sentenza o del provvedimento, un’annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della sentenza o provvedimento in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, l’indicazione delle generalità e di altri dati identificativi del medesimo interessato riportati sulla sentenza o provvedimento.

2. Sulla richiesta di cui al comma 1 provvede in calce con decreto, senza ulteriori formalità, l’autorità che pronuncia la sentenza o adotta il provvedimento. La medesima autorità può disporre d’ufficio che sia apposta l’annotazione di cui al comma 1, a tutela dei diritti o della dignità degli interessati.

3. Nei casi di cui ai commi 1 e 2, all’atto del deposito della sentenza o provvedimento, la cancelleria o segreteria vi appone e sottoscrive anche con timbro la seguente annotazione, recante l’indicazione degli estremi del presente articolo: “In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di …”.

4. In caso di diffusione anche da parte di terzi di sentenze o di altri provvedimenti recanti l’annotazione di cui al comma 2, o delle relative massime giuridiche, è omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi dell’interessato.

5. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 734-bis del codice penale relativamente alle persone offese da atti di violenza sessuale, chiunque diffonde sentenze o altri provvedimenti giurisdizionali dell’autorità giudiziaria di ogni ordine e grado è tenuto ad omettere in ogni caso, anche in mancanza dell’annotazione di cui al comma 2, le generalità, altri dati identificativi o altri dati anche relativi a terzi dai quali può desumersi anche indirettamente l’identità di minori, oppure delle parti nei procedimenti in materia di rapporti di famiglia e di stato delle persone.

6. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche in caso di deposito di lodo ai sensi dell’articolo 825 del codice di procedura civile. La parte può formulare agli arbitri la richiesta di cui al comma 1 prima della pronuncia del lodo e gli arbitri appongono sul lodo l’annotazione di cui al comma 3, anche ai sensi del comma 2. Il collegio arbitrale costituito presso la camera arbitrale per i lavori pubblici ai sensi dell’articolo 32 della legge 11 febbraio 1994, n. 109, provvede in modo analogo in caso di richiesta di una parte.

7. Fuori dei casi indicati nel presente articolo è ammessa la diffusione in ogni forma del contenuto anche integrale di sentenze e di altri provvedimenti giurisdizionali.


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