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Lo sai che? Maltrattamenti in famiglia: quando sono reato

Lo sai che? Pubblicato il 6 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 gennaio 2018

Non bastano episodi isolati: affinché la violenza in casa risulti reato deve esserci un atteggiamento aggressivo costante e abituale.

Un pugno in faccia potrebbe non bastare per essere accusati di maltrattamenti in famiglia. Forse nemmeno due, a meno che le conseguenze siano estremamente gravi. Se anziché essere un mostro seriale quella «carezza in un pugno» avviene di rado, in modo isolato, così, ogni tanto, il reato di maltrattamenti in famiglia non esiste. Lo ha confermato il tribunale di Torino con una sentenza destinata a sollevare non poche polemiche. Anche se, come vedremo, la giurisprudenza aveva già creato qualche precedente.

Significa che si può picchiare la moglie, il marito, i figli una volta ogni tanto? Quando sono reato i maltrattamenti in famiglia? Vediamo di capirci di più.

Maltrattamenti in famiglia: la vicenda di Torino

La V sezione penale del tribunale di Torino era stata chiamata a pronunciarsi sul caso di un uomo accusato di sistematici episodi di violenza nei confronti della compagna. Il pubblico ministero era arrivato in aula con decine di certificati medici in grado di attestare le aggressioni fisiche e morali subite dalla donna, ridotta – secondo il pm – ad uno stato di «prostrazione e di umiliazione». Per questo aveva chiesto per l’imputato la condanna a tre anni di reclusione.

Argomentazioni che non sono bastate al giudice (o meglio alla giudice, perché di una donna si trattava). Secondo il magistrato, non c’è reato di maltrattamenti in famiglia perché quelli registrati sono «atti episodici avvenuti in contesti particolari». Non c’è un collegamento – ha scritto il giudice nelle motivazioni della sentenza – tra i referti medici portati dall’accusa e le liti o le presunte aggressioni. «Dall’esame della persona offesa e dei testi non è emersa una situazione tale da cagionare un disagio continuo e incompatibile con le normali condizioni di vita.»

Posso dimostrare di subìto maltrattamenti in famiglia?

Bastano i certificati di un Pronto soccorso affinché i maltrattamenti in famiglia diventino reato? Dipende dell’interpretazione del giudice. Nel caso torinese di cui ci occupiamo, il magistrato ha potuto esaminare i referti delle nove volte che la donna è stata assistita in ospedale nell’arco di otto anni: una costola rotta, il setto nasale fratturato (qui la compagna dell’imputato aveva parlato di un incidente stradale), altre lesioni varie. Per il giudice, però, non tutti questi episodi sono riconducibili ad aggressioni e nemmeno la vittima della violenza è stata in grado di fornirne una descrizione dettagliata: li ha soltanto collegato in modo generico a qualche lite. In sostanza: non si dimostra che l’atteggiamento violento del compagno sia sistematico ma fa parte di «situazioni contingenti» che non sono in grado di comportane nella donna uno stato di «prostrazione morale e fisica». Conclusione: niente maltrattamenti in famiglia, niente reato.

Maltrattamenti in famiglia: cosa dice il Codice penale

Il reato di maltrattamenti in famiglia è contemplato dal Codice penale [1] e condanna con la reclusione da due a sei anni «chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte». La pena aumenta se la vittima dell’aggressione è un minore di età inferiore a 14 anni.

Se dai maltrattamenti deriva una lesione personale grave, la pena è compresa tra quattro e nove anni. Se la lesione è gravissima, sono previsti da sette a 15 anni di carcere. Infine, se l’aggressione comporta la morte della vittima, il Codice prevede una pena tra 12 e 24 anni.

Il delitto comprende tutti quei fatti che possono produrre sofferenze sia fisiche che morali in colui che li subisce e che sono riprovati dalla coscienza pubblica in quanto ritenuti vessatori.

È necessario che ci sia una grave intenzione di avvilire e sopraffare la vittima: ciò riconduce a unità i vari episodi di aggressione, morale o materiale. Il reato è quindi realizzato da più atti: occorre quindi dimostrare che tutti i singoli fatti sono tra loro connessi e cementati in maniera inscindibile da una volontà unitaria, persistente e volta a una finalità criminosa.

Il delitto si consuma col semplice porre in essere l’azione o l’omissione che rappresenta il primo fatto vessatorio, e perdura fino a che i maltrattamenti non siano cessati. Come abbiamo visto sul Codice penale, non è necessario alcun danno.

Quando è reato il maltrattamento psicologico?

Il reato di maltrattamenti in famiglia scatta non soltanto a seguito di percosse, minacce, ingiurie, privazioni imposte alla vittima, ma anche con atti di scherno, disprezzo, umiliazione e di asservimento idonei a provocare durevoli sofferenze anche solo morali. Lo stato di sofferenza e di umiliazione può derivare, al di là di specifici comportamenti vessatori, anche dal semplice «ambiente» instaurato all’interno della famiglia o della comunità. Anche in questo caso, perché si configuri il reato di maltrattamenti in famiglia, la persona violenta deve agire nei confronti della famiglia in modo abituale.

È stato considerato reato di maltrattamenti anche il comportamento del genitore che riesce ad escludere dalla vita del figlio in maniera assoluta l’altra figura genitoriale e ciò anche nel caso in cui il minore non percepisca tali comportamenti come mortificanti o dolorosi.

Il reato di maltrattamenti in famiglia è escluso se la moglie, presunta vittima del reato, reagisce alle intemperanze del marito e non assume mai un atteggiamento di passiva soggezione nei suoi confronti [2].

Il reato di maltrattamento è integrato non soltanto da specifici comportamenti attivi direttamente opprimenti la persona offesa, ma anche da omissioni, ossia da una deliberata indifferenza verso elementari bisogni esistenziale di una persona disabile [3].

note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 5258/2016.

[3] Cass. sent. n. 9724/2013.


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