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Auto danneggiata: quando è reato

27 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 gennaio 2018



Danneggiare intenzionalmente un’auto parcheggiata in strada è reato. In questo caso non è un danneggiamento semplice, ma aggravato: le conseguenze.

Se subiamo un sinistro con la nostra auto, sappiamo bene che non può essere un reato. È vero che abbiamo diritto ad un risarcimento ma è altrettanto noto che il conducente del veicolo opposto non voleva intenzionalmente danneggiare la sua e la nostra vettura: si tratta, per l’appunto, di un incidente. Se invece vivete in città e per una banale lite con un vicino o per un deprecabile atto di vandalismo, la vostra auto viene danneggiata, le cose stanno in termini diversi: si tratta, infatti, di un danneggiamento consapevole e non accidentale. Ed allora, il responsabile del comportamento descritto è penalmente perseguibile? Se la vostra auto viene volutamente danneggiata è reato? Sembrerebbe proprio di si.

Fede pubblica: che cosa significa?

Prima di rispondere alle domande poc’anzi poste, è opportuno chiarire il concetto di fede pubblica. È essenziale farlo, poiché è decisivo per comprendere se il danneggiamento in esame in quest’articolo è o meno da considerarsi come reato. Ebbene un oggetto (quindi anche la nostra auto) è affidato alla fede pubblica, quando  lo lasciamo in un luogo pubblico, ad esempio, le strade della città. In questo caso, è palese che la collettività diventa, in qualche modo, custode e garante della nostra auto. Se nelle predette circostanze, qualcuno la danneggia volutamente (ad esempio, rigando la fiancata del veicolo o rompendone un vetro), è evidentemente violata la fede pubblica, cioè la fiducia (mal riposta) nella collettività e nel rispetto delle cose altrui. Se ciò accade, il comportamento del responsabile è considerato aggravato ed è motivo di responsabilità penale, nel caso specifico del danneggiamento.

Danneggiamento: è depenalizzato?

Attualmente il danneggiamento intenzionale è depenalizzato. È sostanzialmente un illecito che comporta al massimo delle conseguenze di carattere civilistico (risarcimento danni) e di natura amministrativa (sanzione). Si tratta di conseguenze che si raggiungono soltanto dopo aver avviato un procedimento a carico del responsabile (con una citazione in giudizio), dopo aver dimostrato la sua intenzionalità nel provocare il danneggiamento, dopo aver provato i danni subiti, e dopo un sentenza del giudice invocato. Ne abbiamo parlato più diffusamente nella pubblicazione parolacce dal vicino? cosa fare, dove a proposito dell’ingiuria, abbiamo visto che non è più reato. Per il danneggiamento è la stessa cosa, ma con un’eccezione: il danneggiamento aggravato dalla violazione della fede pubblica è ancora reato.

Danneggiamento e fede pubblica: non è depenalizzato

Con una recente sentenza della Cassazione [1], i giudici hanno inteso chiarire che oggetto della depenalizzazione è stato soltanto il cosiddetto danneggiamento semplice, ma non anche tutta una serie di ipotesi, dove il comportamento del responsabile è invece ancora penalmente rilevante. L’intervento del legislatore [2], quindi, non ha depenalizzato ogni condotta. È ancora reato, pertanto, danneggiare una cosa altrui con violenza sulla persona o con minacce. È altresì penalmente responsabile chi danneggia intenzionalmente l’auto altrui parcheggiata in strada. In questo caso, precisano gli Ermellini, ricorre l’aggravante dell’esposizione dell’oggetto alla pubblica fede [3], e il reo può essere punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. In particolare, nel caso esaminato dalla Corte, il responsabile aveva danneggiato l’auto della vittima, parcheggiata in strada, con un martello. La presenza dell’antifurto sulla vettura non era sufficiente ad escludere che il veicolo fosse affidato alla cosiddetta fede pubblica. Non c’era motivo, pertanto, per considerare la condotta incriminata come quella di un danneggiamento semplice e, quindi, in quanto tale non era ammissibile considerarla come depenalizzata.

note

[1] Cass. pen. sent. n. 51622/2017 del 19.10.2017

[2] D.lgs. n. 7/2016.

[3] Art. 635, co.2, n.1 – art. 625, n.7 cod. pen.


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